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Articolo 21 - Teatro&Cinema
Con lo Hidden Theatre, la Palestina "invade" Montecitorio
Con lo Hidden Theatre, la Palestina

Storie, voci che si rincorrono. Arabo, italiano, inglese… canti, danze, musica: tutto per raccontare il lutto, la rabbia, il dolore e la sofferenza di una terra che continua ad essere martoriata. Dopo i tragici fatti di questi giorni,l’assalto israeliano alla Freedom Flotilla, la Palestina è di nuovo tornata sotto i riflettori, l’opinione pubblica, ma anche i governi internazionali hanno gurdato e nuovamente condannato l’inaccettabile embargo imposto alla popolazione di Gaza, un milione e mezzo di abitanti costretti a condizioni di vita inaccettabili. Ma come sempre accade, passata l’indignazione, tutto cade nuovamente nel dimenticatoio e queste storie, di cui poco o nulla sappiamo, tornano ad essere vicende private.
L’azione teatrale portata martedì in piazza Montecitorio dal gruppo dello Hidden Theatre ha come obiettivo quello di mantenere desta l’attenzione proprio su quelle storie umane e apparentemente troppo private. Per circa un’ora, un gruppo composto da una decina di ragazzi, tutti palestinesi figli di seconda generazione della diaspora che li ha fatti nascere e crescere ad Amman in Giordania, ha portato davanti al Parlamento italiano il dramma umano e collettivo di un popolo che chiede solo di poter vivere, in pace, nella propria terra. Kefiah stretta al collo, i ragazzi e le ragazze guidati dall’attrice e regista Annett Henneman hanno dato vita ai loro o agli altrui ricordi intonando a tratti canti strazianti o lieti, inchiodando il pubblico con la sola forza dell’emozione, anche quando capire sarebbe stato impossibile per chiunque ( tranne che per un arabo).
Un lavoro lungo e particolarmente impegnativo, partito da Amman e approdato in Italia, e che presto dovrebbe raggiungere i nostri rappresentanti al Parlamento Europeo.
“ Mi ero recata ad Amman per incontrare le donne che vivono in casa rifugio, intenzionata a lavorare sulle loro storie individuali, magari con due di loro… mentre stavo lì si teneva un manifestazione di bambini contro il muro… guardando alla difficoltà che avevano quei bambini e tutti coloro che vogliono manifestare il proprio dissenso in quella terra ho pensato che era importante portare la loro protesta e quindi le loro storie fuori…” Annett ricostruisce così la genesi di “Paradiso-Inferno. Racconti di vita palestinese”, lavoro durato circa sei mesi, un filo diretto tra Amman e l’Italia, fatto a partire da uno scavo nella memoria e proposto al pubblico nel consueto mix tra teatro e reportage.
Le storie, poi, sono storie: c’è un ragazzo che racconta il suo primo incontro con l’orrore della guerra a 5 anni, andando all’asilo, una ragazza che ricorda il primo incontro con la nonna e rievoca gli odori della terra di Palestina, un altro che rievoca lo strazio di una tortura protratta fino alla morte.
Ma più che le storie sono loro, quegli stessi ragazzi a colpire nel segno, perché ciò che raccontano non è finzione… accade dunque che, durante l’azione scenica, sotto il sole cocente di Roma, mentre tutti gli altri riprendono il loro canto, qualcuno stenti invece, spossato da quanto appena rievocato. 
Pochi attimi, il vero volto di una tragedia per noi incomprensibile,  una parola d’ordine, la sola strillata a un tratto, da tutti, in coro: “ Questa è la mia terra”.
E, una dedica, per finire…: “ Per tutti coloro che vivono dentro la Striscia di Gaza.”

Di Bruna Iacopino
iacopino@articolo21.info

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