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Articolo 21 - Libri e Giornalismo
Avamposto. Nella Calabria dei giornalisti infami
Avamposto. Nella Calabria dei giornalisti infami

I sedici personaggi della galleria tracciata da Roberta Mani e Roberto Rossi nel libro 'Avamposto nella Calabria dei giornalisti infami', non sono temerari che sfidano la morte, ma persone miti, appassionate del loro lavoro. Giornalisti testardi - spesso precari -  che si ostinano a scrivere cio' che vedono con i loro occhi. Gli autori sono anch'essi giornalisti, lei e' milanese, lui siciliano. Insieme ai personaggi, descrivono  noti insediamenti della 'ndrangheta con lo  stupore e la curiosita' narrativa di chi non vive immerso nel contesto sociale di omerta', di illegalita', di criminalita' diffusa, e percio' non da' nulla per scontato.
   Il primo personaggio e' Michele Albanese. Ha 48 anni, è un
giornalista del Quotidiano della Calabria. Vive a Polistena
(Reggio calabria) e racconta fatti e misfatti della piana di
Gioia Tauro. A gennaio è stato minacciato di morte per avere
rivelato implicazioni delle 'ndrine nei gravi incidenti di
Rosarno. Ha riferito particolari che i grandi inviati, gli
specialisti del mordi-e-fuggi, non possono cogliere. In quelle
sfumature a volte c'e' la la notizia, c'e' la chiave per capire
veramente fatti e retroscena. Ed e' naturale che  queste notizie
non piacciano a chi ha le mani in pasta, a chi si muove nella
zona grigia in cui 'ndrangheta, politica e imprese si stringono
la mano e fanno affari. ''Dite ad Albanese di smetterla di
scrivere di Rosarno'', hanno scritto in una lettera anonima con
tanto di croce mortuaria sul suo nome inviata al suo giornale.
   Antonio Sisca, corrispondente della ''Gazzetta del Sud'' da
Filadelfia (Vibo Valetia), invece, e' stato minacciato perche'
si ostina a raccontare le storie di lupara bianca del Vibonese -
Lametino, dove si contano 43 desaparecidos. ''La 'ndrangheta non
vuole che se ne parli'', spiega. Lo sa, ma non desiste.
   Angela Corica, 25 anni, scrive per 'Calabria Ora' da
Cinquefrondi (Reggio Calabria). Ha avuto il torto di scrivere
che al suo paese la raccolta differenziata era una finzione
amministrativa che serviva a pagare qualche ditta e ad avere
qualche sovvenzione, in realta' i rifiuti venivano dati alle
fiamme nel luogo di raccolta. L'hanno 'avvisata' con 5 cinque
colpi sparati contro la sua macchina.
   Le altre storie sono simili: riguardano giornalisti di varie
testate, di vario orientamento politico. Si chiamano Michele
Inserra, Giuseppe Baldessarro, Filippo Cutrupi, Antonino
Monteleone, Francesco Mobilio, Alessandro Bozzo, Fabio Pistoia,
Agostino Pantano, Agostino D'Urso, Leonardo Rizzo, Giuseppe
Baglivo, Antonio Anastasi, Lino Fresca. Ad accomunarli e' la
sindrome della trasgressione di una regola non scritta, ma nota
a tutta: che certe cose i giornalisti devono fingere di non
saperle

Gli Specchi Marsilio, pp 215, euro 17,50


PRESENTAZIONE ( dal blog http://avamposto.blog.marsilioeditori.it/)

Erano otto i colleghi calabresi nel mirino quando abbiamo cominciato. Otto. Un pensiero come una fucilata. Otto come i giornalisti uccisi dalla mafia in Sicilia. Otto in due anni. Una vita blindata, la serenità di una famiglia violata in media ogni tre mesi. Numeri incredibili già allora, che consegnavano alla Calabria il primato negativo del bavaglio a forma di pistola. La regione d’Italia in assoluto più colpita da questo fenomeno.

Man mano che li conoscevamo questi sconosciuti, che i nostri viaggi in Calabria si facevano più frequenti, ci rendevamo conto che il rischio che correvano era reale. E il problema non riguardava solo le loro esistenze. La posta in gioco era più alta. La questione, più generale. Si trattava di un attacco al sistema democratico. Trovava conferma in noi, l’idea che in Calabria la vita civile fosse asfissiata dalla ‘ndrangheta. Colpita duramente la libertà di manifestazione del pensiero e il diritto di cronaca (art. 21 della Costituzione), annullata la libertà d’impresa (art. 41), ridotta ai minimi termini quella di esprime liberamente il voto (art. 48). Era un altro Stato. In balia della peggiore forma di sovranità. Ecco perché Avamposto, ecco perché la metafora, nemmeno troppo immaginaria, della guerra di posizione. Con alcuni giornalisti, alcuni magistrati, alcuni politici, poca società civile a mantenere alta la guardia attorno alle poche isolate torrette di legalità.

Mentre il tempo scorreva, mentre questo libro prendeva forma, le minacce ai giornalisti calabresi sono aumentate, come altrove in Italia. Ma non come in Calabria. Altri otto colleghi condannati a morte nel giro di otto mesi. Cinque casi in tre settimane. E vanno aggiunte le innumerevoli intimidazioni a magistrati, politici, amministratori. Tutto questo, mentre la Calabria come altre 12 Regioni si preparava all’esercizio della democrazia. Il voto di marzo per le Regionali. L’ennesima incredibile conferma di quanto pensavamo. Avamposto.

Ci dicono i magistrati, ci dicono le forze dell’ordine, i politici e i giornalisti calabresi che il rischio è reale, che la Calabria è lì lì per trasformarsi nella Sicilia degli anni Ottanta. Che questi, un giorno decidano di alzare il tiro, e che alle minacce sostituiscano omicidi. Speriamo di no. Speriamo che questo non avvenga mai. Ma siamo fermamente convinti che non sia la speranza l’arma giusta per combattere le battaglie. Non è con la speranza, né con i soli attestati di solidarietà, con le manifestazioni, che si difendono le vite. Si deve agire, si deve rompere il silenzio.

Articolo 21, qualche tempo fa, parlava di scorta mediatica. I magistrati ci hanno confermato che l’informazione, l’informazione di denuncia, mette un freno ai progetti di morte della criminalità organizzata.

Questo libro vuol essere un piccolo segno in questa direzione.

Questo blog il proseguimento di quelle pagine. Approfondiremo le storie, le renderemo visibili con contenuti multimediali.

Saremo pronti a raccontarne altre, non solo calabresi, a raccogliere le vostre segnalazioni, ad analizzare insieme i perché delle intimidazioni. Un filo diretto, una finestra sempre aperta. A tutti. Per parlarne, per discutere, per fare rumore. Nella ferma consapevolezza che parlarne sia una delle migliori forme di difesa. Un Avamposto, appunto.

Roberta Mani – Roberto Rossi

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