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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Riflessioni su un avversario
Riflessioni su un avversario

Ciò che sta avvenendo nel PDL, di sicuro, è un male per uno dei due leader di quel partito; ma senza dubbio è un bene per l’altro – quello veramente liberale e riformista che si riconosce nei valori del Partito Popolare Europeo – per il Paese e, forse a sua insaputa, anche per il Partito Democratico.
Per essere migliore, più concreto e propositivo, il PD ha bisogno di confrontarsi con un avversario altrettanto concreto e propositivo, che si riconosca, non solo a parole e con altisonanti messaggi televisivi, in valori collettivi quali l’antifascismo, la Resistenza e la Festa della Liberazione (della Liberazione, non della Libertà perché è bene ricordare a tutti da chi ci si è liberati e quanti morti ha patito il nostro Paese per tornare ad essere una democrazia).
Per fare un esempio calcistico, se si affrontano due squadre - di cui una cerca di giocare bene e con lealtà mentre l’altra fa solo falli e trasforma l’incontro in una continua rissa - è chiaro che anche la squadra che prova a giocare bene, finisce col giocare male e a risentirne è lo spettacolo, suscitando il disappunto degli spettatori.
Se la squadra che gioca male, e punta sempre sulla rissa e sullo scontro per fermare gli avversari, cambia allenatore e ne sceglie uno che, invece, punta a sua volta sul bel gioco, ecco che la partita diviene spettacolare e gli spettatori si recano volentieri allo stadio o si sintonizzano sulle pay-tv.
Sostituendo ai termini di quest’esempio il PD, il PDL, Fini, Berlusconi e gli elettori, ecco che il quadro si chiarisce.
Se qualcuno pensa che, dopo il discorso di giovedì alla Direzione Nazionale, Gianfranco Fini sia diventato un “compagno”, sbaglia di grosso.
Gianfranco Fini è e rimarrà un uomo di destra, come è giusto che sia, considerando la sua storia e il suo percorso umano e politico.
Tuttavia, è il simbolo di un’altra destra, di una destra alla Sarkozy, di una destra liberale che in Italia ha sempre faticato ad affermarsi, rendendo quasi impossibile il confronto con una parte del Paese che non è poi così piccola come pensavano alcuni commentatori e intellettuali nei decenni precedenti.
Riuscire ad andare a destra senza cadere nel manganello, ribaltando la celebre affermazione di Indro Montanelli, sarebbe il più grande successo di una carriera politica che ha condotto Fini a ricoprire un ruolo di primo piano non solo all’interno del suo partito ma anche a livello istituzionale.
Se si affermasse la linea di Gianfranco Fini – il che, purtroppo, richiederà del tempo data la concezione padronale che il suo rivale ha della politica e del Paese – svanirebbe all’istante la “sindrome del nemico” nella quale Berlusconi sguazza da quindici anni.
Ricordate la campagna elettorale del 2008? Walter Veltroni diede un segnale che il PD non seppe raccogliere, pensando che il problema fosse la linea troppo morbida del segretario e andando incontro a risultati assai meno positivi e incoraggianti di quel 33-34 per cento.
Veltroni fu accusato non solo all’interno del suo partito ma anche da autorevoli opinionisti ed analisti di aver utilizzato toni troppo pacati mentre Berlusconi e la Lega gridavano a dritta e a manca, con l’attuale Presidente del Consiglio che arrivò persino a strappare una copia del programma elettorale del PD.
Ebbene, a due anni di distanza, è doveroso ristabilire la verità storica su come andò quella campagna elettorale.
Il centrosinistra avrebbe perso con qualsiasi candidato, vista l’impopolarità che si era attirato il governo Prodi con tutte le sue divisioni e le promesse che i dissensi interni gli avevano impedito di mantenere.
Walter Veltroni fu chiamato ad una sfida sovrumana e la affrontò con coraggio e dignità, parlando di riforme, rivolgendosi al Paese con uno stile sereno e accattivante e ottenendo un risultato che, con chiunque altro, sarebbe stato inferiore.
Avendo perso, fu messo sulla graticola, le sue idee furono considerate sbagliate e, a poco a poco, lo spirito originario del PD, quello del Lingotto, quello che aveva portato a votare alle Primarie del 2007 oltre tre milioni di cittadini, si è dissolto, lasciando il posto a un ibrido che non riesce a convincere chi non è già convinto della validità del progetto.
Il vero responsabile di tutto questo siede oggi a Palazzo Chigi. È lui la causa implicita della scomparsa dello spirito del Lingotto, lui che fa vivere l’Italia in una perenne campagna elettorale, lui che non accetta alcun dissenso interno, lui che si dice visceralmente anti-comunista ma dà vita nel suo partito ad una sorta di monolitismo di stampo togliattiano che fa apparire gli altri partiti eternamente divisi e contraddittori,
Lo strappo di Fini ha il merito di infrangere il monolitismo berlusconiano e di riportare alla normalità un partito che non ha ragione di esistere se non si confronta al proprio interno, se non fa congressi senza esito scontato, se non contribuisce a ricreare quel clima di concordia cui il presidente Napolitano ha spesso richiamato la classe politica.
L’altra illustre vittima di questo clima di scontro è proprio il Capo dello Stato: attaccato, al pari di Veltroni, perché troppo dialogante, troppo moderato, incapace – secondo i suoi detrattori – di opporsi adeguatamente al berlusconismo.
Napolitano è un signore di ottantaquattro anni che, da quando fa politica, si è sempre distinto per la sua cordialità e la sua apertura mentale; non ha intenzione di venir meno a questi princìpi e non vuole darla vinta al berlusconismo e alla “democrazia dell’urlo e del più forte” che questi ha affermato negli ultimi quindici anni.
L’altra sera a “Ballarò” (dove peraltro era ospite anche Fini), abbiamo assistito nel finale della trasmissione a un durissimo scontro tra Bondi e Di Pietro: Di Pietro cercava di esporre le proprie idee e Bondi lo assaliva di continuo, strillando, dicendogliene di tutti i colori, impedendogli di parlare pur di non consentire agli italiani di ascoltare le opinioni di chi la pensa diversamente.
Fini aveva parlato all’inizio, in un’intervista registrata; Bondi alla fine, in studio, in diretta, con una naturalezza sconcertante.
I più maligni sostengono che questo modo di fare, essendo molto in auge tra gli esponenti del PDL più vicini a Berlusconi, sia un ordine dall’alto. Può essere vero come può non esserlo, mi auguro che non lo sia perché altrimenti vorrebbe dire che vanno in televisione personaggi senza autonomia di pensiero.
Sta di fatto che in quella scena era raffigurata la sintesi del berlusconismo: un’aggressività continua che impedisce a chi dissente di esprimersi, una violenza verbale che si è accentuata nel tempo, spesso una carenza di contenuti che fa apparire gli avversari come verbosi parolai che predicano bene ma non concretizzano le loro riflessioni.
Da questo imbarbarimento è scaturito il disamore per la politica e, di conseguenza, l’anti-politica che oggi premia chi strilla ancor più forte di Bondi contro Di Pietro.
Il berlusconismo ha svuotato la politica di contenuti e l’ha riempita di slogan: la “politica del fare”, il “governo dei fatti”, la “linea dura” e la “tolleranza zero” contro gli immigrati clandestini, il “Partito dell’Amore”, “l’amore” che “vince sempre sull’invidia e sull’odio”.
Tutte parole, nessun fatto. Così come nessun fatto si è visto grazie alla politica di Brunetta, altro grande venditore di slogan: i “fannulloni”, la “lotta ai fannulloni”, il “culturame”, la “sinistra per bene” contrapposta alla “sinistra per male”. Stesso manicheismo, stessi toni, stessa furia verbale, stessa assenza di risultati positivi (purtroppo, quelli negativi non mancano affatto).
Senza parlare della Gelmini: il ministro della falsa “meritocrazia” che, in realtà, è solo un insieme di tagli confezionati da Tremonti e mirati contro il futuro del Paese affinché i ragazzi non pensino e non ragionino ad un livello superiore a quello dei concorrenti del “Grande Fratello”.
La destra di Fini, al contrario, si propone come una destra intellettuale (non a caso la Fondazione Farefuturo è una delle più attive nel panorama culturale e politico italiano), legalitaria, una destra delle regole e dei valori.
Si tratta di valori molto diversi dai nostri, ma pur sempre valori, idee, riflessioni, di cui alcune anche condivisibili; è un’ottima base per pensare di riscrivere insieme la legge elettorale e per varare riforme condivise come quelle in materia di giustizia, telecomunicazioni, immigrazione ed economia.
“Gli italiani si trovano davanti a sfide nuove. Dovranno ridefinire il senso del loro stare insieme come nazione davanti a fenomeni giganteschi ed epocali. Ci troviamo di fronte a un grande movimento storico che non dobbiamo subire ma di cui dobbiamo essere protagonisti attivi. E voi, ragazzi nati con il crollo del Muro di Berlino, dovrete essere in prima fila” ha scritto Fini nel saggio “Il futuro della libertà” che tanti consensi ha riscosso anche a sinistra.
Vorrei averle scritte io quelle parole, vorrei che le avesse scritte qualche leader della mia area politica; le ha scritte un avversario, sono valide comunque anzi di più perché sono la dimostrazione di una svolta che pochi esponenti politici hanno avuto storicamente il coraggio di compiere.
Concordo con gli esponenti del PD, in particolare quelli vicini a Dario Franceschini e ad Area Democratica, che non ci si debba appiattire sulle posizioni di Fini. Il Partito Democratico ha il dovere di confrontarsi al proprio interno, di costruire di giorno in giorno un’alternativa, di proporre una propria linea seria e credibile.
Adesso, però, ha la certezza che prima mancava di avere un interlocutore affidabile, un avversario di valore, un politico di razza con idee chiare, senza conflitti d’interesse e, soprattutto, che elogia Falcone e Borsellino e non definisce Vittorio Mangano un “eroe”.
Non apprezzo il Fini del passato, quello del Movimento Sociale Italiano e della legge Bossi-Fini; ma un’onesta analisi si deve basare per forza anche sul presente e il presente è quello di un uomo che ha compiuto un percorso e si è avvicinato agli ideali di una destra europea che in Italia non è mai esistita.
Tornando al PD, non mi piacciono coloro che contestano ogni giorno la linea del partito senza proporne una diversa, non mi piace chi afferma che bisogna costruire un’alternativa ma poi si siede in poltrona, non approvo le belle dichiarazioni sui giornali cui poi non segue nulla di concreto. L’alternativa dobbiamo costruirla insieme in ogni istante, con ogni nostro gesto, con ogni nostra azione, promovendo incontri, facendo iniziative, cominciando a girare l’Italia e ad ascoltare le critiche e le istanze dei cittadini.
Il berlusconismo volge al termine, il Partito dell’Amore incentrato sul culto del leader non esiste più, ha mostrato le prime crepe e credo stia per dissolversi.
Come detto, il pensiero liberale di Fini faticherà ad affermarsi ma noi dobbiamo contribuire affinché questo avvenga, anzitutto riaffermando lo spirito del Lingotto e i princìpi costituenti del Partito Democratico.
Avversari senza chiusure mentali che si confrontano sono il sale della democrazia.
Per questo, conoscendo Berlusconi e sapendo che non vede l’ora di sbarazzarsi di Fini, sarei lieto se il Partito Democratico si assumesse un impegno di grande spessore: nel caso in cui il Presidente del Consiglio reiterasse le pressioni all’indirizzo del Presidente della Camera, chiedendone le dimissioni, dovremmo dimostrargli il nostro sostegno e, se necessario, indire una manifestazione di piazza.
Sostenerlo in quanto Presidente della Camera, sostenerlo per reagire ad un inaccettabile sopruso che costituirebbe un precedente gravissimo nella storia repubblicana, sostenerlo in quanto uomo libero che dice quel che pensa a differenza di alcuni colleghi dalla “fronte inutilmente spaziosa”, per dirla con Fortebraccio.
Il Partito Democratico ha semplificato lo scenario politico e si è impegnato a renderlo migliore; Fini sta cercando di fare la stessa cosa nel suo partito e va incoraggiato perché, se ci riuscisse, ne beneficeremmo tutti tranne chi non deve beneficiarne.
Manifestare in favore di un avversario: sembra un’utopia ma l’Italia diversa che vogliamo costruire deve prevedere anche questo, rifacendosi al pensiero di Voltaire: “Disapprovo le tue idee ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle”.

Roberto Bertoni

 

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