| Mercoledì, 08 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 22:48
di Rosario Cauchi
Quando parli dei Madonia a Gela, non puoi che ricevere reazioni diffidenti e sospettose, in fondo si tratta di una famiglia che ha contato, e continua a farlo, all'interno della struttura criminale provinciale, e non solo: instaurando un potere, militare ed economico, con pochi precedenti.
L'arresto del capostipite, Giuseppe Madonia, risalente, oramai, agli albori degli anni '90, attualmente recluso tra le celle del carcere di massima sicurezza di Spoleto, non ha di certo ridotto l'incidenza di un gruppo, decisamente radicatosi su di un territorio, quello del sud della provincia di Caltanissetta, originariamente occupato da altri.
Dagli omicidi alla droga, dalle estorsioni all'imprenditoria, con alcuni ingressi in politica: questo, ed altro ancora, è stato il clan Madonia a Gela.
Una prima, e per alcuni aspetti decisiva, aggressione agli interessi della consorteria venne sferrata con il processo, “Grande Oriente”: vera analisi, a trecentosessanta gradi, delle strategie criminali pianificate, anche all'interno del carcere, dall'indiscussa guida, “Piddu”, ed attuate, all'esterno, da gregari legati allo stratega da rapporti di stretta parentela.
Procedimento passato sotto i riflettori, però, per altre motivazioni: il ritardo, di ben otto anni, nel deposito delle motivazioni della sentenza; la radiazione dell'allora presidente del collegio giudicante, Edi Pinatto; i restanti due gradi di giudizio conclusisi solo di recente, con la conferma delle pene irrogate dall'ex giudice.
Omissioni costate, non solo il posto al magistrato, ma anche una cifra rotante intorno ai ventiquattro mila euro allo Stato: costretto, a seguito della decisione emessa, a conclusione della scorsa settimana, dalla Corte d'Appello di Catania, ad assicurare un risarcimento individuale di circa seimila euro a quattro attivi protagonisti della vita criminale della cosca.
Giovanna Santoro, moglie di Giuseppe Madonia, condannata a dieci anni di reclusione, Maria Stella Madonia, sorella del boss, destinataria di una pena pari a sette anni, Giuseppe Lombardo, cognato dello stesso, sottoposto ad un giudizio che lo relegherà per ben ventiquattro anni all'interno delle carceri italiane, Salvatore Siciliano, rappresentante della famiglia a Mazzarino, giudicato responsabile di condotte tali da imporgli una pena di sette anni, verranno risarciti dal Ministero della Giustizia, in base alla legge n.89 del 2001, per “aver sofferto a causa dell'inosservanza del ragionevole termine di durata del processo”.
Ovvero, la cosiddetta “legge Pinto”, consentirà ai quattro di alleviare il danno patito mediante un ristoro economico, assai gradito, peraltro, in un periodo decisamente poco favorevole: mentre gli avvocati difensori dei gregari del boss preparavano i ricorsi da presentare innanzi alla Corte d'Appello di Catania, infatti, un nuovo verdetto si abbatteva sui loro assistiti.
Il processo, scaturito dall'inchiesta “Atlantide-Mercurio” del 2009, è giunto al capolinea: quattro anni di reclusione per Giovanna Santoro, sei anni per Maria Stella Madonia, due anni per Giuseppe Lombardo, tutti giudicati sulla base di riti alternativi, normalmente scelti da imputati con ben poche possibilità di assoluzione nel corso di un ordinario dibattimento.
In questo caso, di certo, le loro sofferenze non potranno trovare alcun ristoro.
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