| Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 17:51
Le recenti elezioni Regionali ci hanno inviato tre messaggi dei quali non possiamo non tener conto in un’analisi politica onesta ed oggettiva. Il primo messaggio è che gli italiani si sono stancati della politica, dei suoi vizi, della sua crescente distanza dai cittadini (specie la politica nazionale perché quella locale, grazie ai molti amministratori onesti sparsi per la Penisola, è ancora accettata e vista di buon occhio) e della sua mancanza di concretezza e di risposte. Il secondo è che ci sono partiti, purtroppo soprattutto a sinistra, che faticano a trovare soluzioni efficaci a questo problema e faticano ancor più a comprenderne l’esistenza e a mettere a punto delle adeguate contromisure. Il terzo è che ci sono partiti (la Lega su tutti, ma anche l’Italia dei Valori e il nascente Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo) che, al contrario, hanno compreso perfettamente questa crisi della politica e hanno trovato il modo di trarne giovamento.
Cosa può fare, dunque, il centrosinistra – e in particolare il Partito Democratico – per rimettersi in carreggiata e stare al passo coi tempi?
Autorevoli commentatori sostengono che dovrebbe prendere esempio da Di Pietro, altri addirittura propongono di adottare il modello Grillo; personalmente, rispetto queste opinioni ma non le condivido affatto.
Sia Di Pietro che Grillo sono più che altro due diversi contenitori della protesta popolare in atto, due grosse scatole nelle quali affluisce e trova riparo e ascolto il malcontento di chi segue soprattutto la politica nazionale ed esprime il cosiddetto “voto d’opinione”. Di Pietro sta cercando in questi ultimi tempi di trasformare la propria creatura in un vero partito, con una struttura organizzata, dei dirigenti capaci e propositivi, delle idee che vadano al di là del confronto-scontro sulla giustizia e su altri temi assai cari all’ex pm. Grillo ancora non ha compiuto questo passo ma potrebbe compierlo, considerando che alcune delle sue battaglie (ad esempio quella per l’acqua pubblica) sono pienamente condivisibili e realmente alternative alle proposte e alle leggi varate da questo governo. Tuttavia, sia l’Italia dei Valori che il Movimento del comico genovese credo che smetteranno di avere ragion d’essere quando la politica ritroverà il proprio rapporto di dialogo e di critica aspra e costruttiva con il Paese. Se, come e quando accadrà dipende da noi, da chi ancora crede nella politica vera, intesa come passione, entusiasmo e servizio, una politica dalla parte dei cittadini che rimetta al centro le persone e ritrovi l’umiltà di ascoltarne le istanze.
Su “l’Unità” di domenica 4 aprile, ho letto un’interessante intervista di Concita De Gregorio alla politologa Nadia Urbinati, la quale ha fornito al tempo stesso interrogativi ed idee, prospettive e critiche tutt’altro che dolci. È quello che dovrebbe fare ognuno di noi, tutti noi che amiamo la politica e crediamo nel progetto del Partito Democratico ma lo pretendiamo migliore.
La Urbinati ha lanciato un allarme: guardiamo cosa sta accadendo in Emilia, la prossima regione che si tingerà di verde se non riusciremo ad imprimere un’inversione di tendenza e non torneremo tra la gente come faceva un tempo il PCI emiliano.
Afferma la Urbinati: “A Modena ho visto favolose piste ciclabili. Non basta. Ho visto nascere come funghi grandi centri commerciali fatti per dare ossigeno alle coop edili. Hai dato lavoro per qualche tempo agli edili, ma hai finito per portare la gente nei luoghi del berlusconismo. Dentro casa davanti alla tv durante la settimana, al centro commerciale nel week end. L’integrazione con le comunità immigrate non è avvenuta. Ciascuno vive nel proprio ghetto. I bambini vanno insieme a scuola, e cosa fanno dopo? Niente che li porti in un futuro diverso dal passato: rientrano nelle loro comunità di origine, gli adulti si chiudono e si difendono gli uni dagli altri. Sta nascendo un’altra società e la sinistra non ne è consapevole, non sembra esserlo, se lo è è impotente”. “Proviamo in Emilia” prosegue la docente in Scienze Politiche alla “Columbia University” di New York “a ricostruire le sezioni di partito. Non i circoli che si riuniscono una volta al mese, per il resto deserti, nel migliore dei casi i militanti si parlano sul web. È la presenza sul territorio che manca, i giovani hanno bisogno di fare qualcosa, lo chiedono: domandano cosa possiamo fare, dove possiamo andare? Non c’è un luogo. Alle feste dell’Unità la maggioranza è fatta di anziani. È a questo livello che bisogna ricostruire a partire dai nostri princìpi, i nostri valori: il buon governo, la legge uguale per tutti, la Costituzione, la crescita di una comunità solidale”. “Infine” conclude la Urbinati “direi solo: bisogna andare a riprendere le persone e tirarle fuori da casa, dar loro qualcosa di più interessante della tv. Berlusconi ha costruito il suo potere isolando gli italiani davanti alle sue tv. Ma la Lega non ha tv, usa il modello del PCI di antica memoria. Uno stile premoderno, il camioncino e il megafono, bussano e ti compilano i moduli, ti aiutano a risolvere i problemi minimi che per le persone sono fondamentali. Noi non facciamo né l’uno né l’altro. Vogliamo cominciare a parlarne?”.
Parecchi anni fa, Massimo D’Alema azzardò una definizione che, alla luce del suo programma politico specie in materia d’immigrazione e integrazione, è poco condivisibile ma non del tutto sbagliata: “La Lega è una costola della sinistra”.
In effetti, pochi hanno capito davvero cosa sia la Lega. La Lega è un movimento, orgoglioso di essere rimasto tale in tutti questi anni, un movimento che parla in maniera semplice e, invece di essere costretto dai partiti con una scuola ed un livello culturale più elevato, a usare toni più politici e meno da bar sport, ha finito col costringere gli altri partiti ad abbassarsi al suo livello. Ha vinto una battaglia che sembrava impossibile, per questo oggi nel centrosinistra dilaga l’Italia dei Valori ed è considerato un modello il suo fondatore che dice di continuo “che c’azzecca?”. Sia chiaro, queste non sono né critiche né meno che mai insulti rivolti ai partiti in questione; sono constatazioni oggettive che mettono in risalto un’altra prospettiva poco considerata: sia la Lega sia l’IDV sia anche il Movimento di Grillo sono, per l’appunto, movimenti che hanno come comune denominatore una certa antipatia per il berlusconismo: marcata nell’IDV e nel Movimento di Grillo, strisciante e ben nascosta nella Lega.
Come ha evidenziato nella sua lucida analisi la Urbinati, la Lega è il partito meno mediatico, dunque meno berlusconiano, che ci sia. Gli esponenti leghisti non sono abituali frequentatori dei salotti televisivi (anche se ci vanno spesso pure loro), non hanno un salotto di riferimento, un conduttore prediletto e uno che non sopportano proprio, parlano un po’ di tutto stando bene attenti a farsi capire dal loro popolo, a scapito del ragionamento e dell’analisi politica.
L’antipolitica per antonomasia, quella berlusconiana, nemica dei “professionisti della politica” negli anni d’oro di Tangentopoli, è stata oggi sostituita dall’antipolitica leghista, dipietrista e grillesca che, al pari di quella berlusconiana, si giova del malcontento popolare ma non fa nulla per indirizzarlo. Berlusconi, infatti, si è sempre preoccupato di acuire il malcontento della gente nei confronti della politica, assumendo atteggiamenti più antipolitici che mai (dal “Kapò” a Schulz alle corna a Piquet al cucù alla Merkel) e prendendosela con i “burocrati”, i “seriosi” della sinistra che non capiscono la sua ironia e sono vecchi nell’animo.
La Lega, Di Pietro e Grillo, invece, sparano ogni giorno contro la politica in generale, senza rivolgere precise accuse, ben sapendo che ormai gli italiani sono più antipolitici di loro e, quindi, o si astengono o votano in quella direzione che non è né di destra né di sinistra; è di attesa, di speranza, di ripicca, è un messaggio rivolto soprattutto al Partito Democratico affinché imbocchi una strada diversa.
Chi legge, commetterebbe un errore se pensasse che ho sentimenti d’antipatia nei confronti dei partiti che sto prendendo in esame.
Molti esponenti della Lega non mi piacciono per i toni che assumono, le idee che propugnano e le norme che varano, ma riconosco che nelle file leghiste ci sono anche personaggi di valore come il neo-governatore del Veneto Luca Zaia, il quale potrebbe fare bene nella sua Regione, sperando che la smetta prima di subito di tentare di accattivarsi le simpatie vaticane con dichiarazioni da Torquemada sulla pillola abortiva RU486.
In una Regione in cui la Lega è ormai il primo partito, con vette di consenso ragguardevoli, il neo-governatore (che non è stato un cattivo ministro dell’Agricoltura) ha il dovere di dimostrare tutte le proprie capacità, confermando di essere un politico onesto e fattivo quale finora si è dimostrato. Mi auguro anche che il suo collega Cota non smantelli – nell’interesse dei piemontesi che gli hanno dato fiducia – quanto di buono ha realizzato Mercedes Bresso negli ultimi cinque anni.
Venendo all’IDV e al Movimento di Grillo, stimo quasi tutti i dirigenti del partito di Di Pietro, riconoscendo loro una sincera e profonda onestà e, in alcuni casi (Leoluca Orlando in primis), un passato invidiabile di ottima amministrazione nell’interesse esclusivo dei cittadini.
Non sappiamo dove andrà a parare il Movimento di Grillo, ma immagino che rimarrà solo un movimento, per quanto attivo e battagliero, col quale tuttavia il Partito Democratico dovrà per forza discutere se non vuole gettare al vento le speranze (e, detto cinicamente, le centinaia di migliaia di voti) dei tanti cittadini che si radunano in piazza con Grillo per sentirsi meno soli, per sentirsi, almeno per qualche ora, ascoltati e rappresentati.
Rimarrà, probabilmente, solo un movimento, un’associazione, ma ben vengano movimenti ed associazioni (purché propositivi, s’intende) in quest’epoca di abulia, di vuoto, di mancanza di idee, di sogni, di speranze, persino delle illusioni che un tempo animavano e portavano in piazza milioni di giovani.
Nel mese di marzo, mi è capitato di trascorrere numerose ore in un comitato elettorale del PD, di parlare con decine di persone, di vivere un’esperienza bellissima e indimenticabile, ma venata di tristezza da un elemento che all’inizio non avevo considerato: l’assenza dei giovani. In un mese, non è entrato un giovane; solo anziani, con le loro storie, i loro ricordi, spesso il loro entusiasmo, quell’entusiasmo che non vedo negli occhi, nelle parole dei miei coetanei, quell’amore per la politica che oggi quasi non esiste più e i giovani lo considerano una presa in giro.
Sono davvero i giovani il problema della politica? Assolutamente no. Il problema è semmai l’esatto opposto: la lontananza dei giovani dalla politica, non per disinteresse (altrimenti non avremmo avuto l’Onda studentesca contro la riforma Gelmini), non per apatia ma per sfiducia, per diffidenza, per disillusione: una disillusione gravissima poiché, nella maggior parte dei casi, non c’è stata nemmeno l’illusione.
Cosa può fare il Partito Democratico per riavvicinarsi ai giovani e riportarli alle urne? Anzitutto, deve andarli a cercare e oggi – ci piaccia o no – i giovani affollano i raduni di Grillo e le manifestazioni di piazza promosse da Di Pietro o dal Popolo Viola. I giovani non sono partecipanti; sono l’anima del Movimento Cinque Stelle, del Popolo Viola, in parte dell’IDV, di tutti coloro che riescono in qualche modo a fornire loro degli obiettivi per cui valga la pena lottare.
Ci sono i giovani, altroché se ci sono, e grazie a internet, ai social network, alle infinite possibilità che offre il web di comunicare e farsi sentire scelgono altri modi per partecipare alla vita politica.
Il Partito Democratico, se vuole avere un futuro, non deve cambiare i propri leader, quelli attuali avranno pure i loro difetti ma non sono malaccio; deve però formarne di nuovi, deve riaprire delle scuole di politica, deve portare la politica dove oggi viene scacciata come la peste, cioè nelle scuole.
Uno dei motti della Gelmini è: via la politica dalle scuole. Ma dove sta scritto? Ma chi l’ha detto che un ragazzo dichiaratamente del PD e uno dichiaratamente del PDL o della Lega non possono confrontarsi in un’assemblea, discutendo davanti a tutti, esponendo la propria visione, coinvolgendo i compagni nel dibattito? Ai tempi dell’Onda questo accadde e il governo tremò: non immaginava che milioni di giovani, tra cui molti anche di centrodestra, si unissero in una battaglia di civiltà, per tutelare la scuola da una riforma fatta solo di tagli e di cancellazioni, una riforma all’insegna del meno e dell’abbassamento sistematico della qualità e dell’offerta.
L’effetto dell’Onda è finito e quei giovani, vedendosi abbandonati dai partiti che all’inizio li avevano sostenuti, si sono sentiti traditi e oggi gremiscono le piazze di Grillo o del Popolo Viola, dove ricevono un minimo di ascolto, di sostegno, di comprensione.
All’epoca dell’Onda, qualcuno disse che era sbagliato esporre simboli di partito perché sarebbe stata una strumentalizzazione. Anche questo chi l’ha detto? La Gelmini? Pazienza, che parli pure, che dica pure la sua, ma noi dobbiamo replicare e dire la nostra.
I ragazzi di destra, disse qualcun altro, se esponessimo le bandiere del PD o dell’IDV o di altri partiti di centrosinistra, non scenderebbero in piazza. Già, ma chi l’ha detto che non possono portarsi le loro del PDL o della Lega o perfino di qualche partito un po’ più a destra? Sempre la Gelmini? Pazienza. Sarebbe stato bellissimo, invece, se in piazza quel milione di giovani avesse sfilato ognuno con le proprie bandiere (o anche con nessuna bandiera se non ci si fosse sentiti vicini ad alcun partito), ognuno con le proprie idee, accomunati da un’unica di idea di salvaguardia della democrazia e della Costituzione che dovrebbe unire tutti.
Dobbiamo ripartire dalle scuole perché è lì che è nata l’antipolitica ed è lì che deve morire e tornare a fiorire la passione, quella che anima i movimenti studenteschi (che ci sono ancora), quella dell’Onda, quella che non si arrende, quella – per dirla col musicista e scrittore Andrea Satta – che conserva “il diritto di voler cambiare il mondo”.
Se il PD avrà il coraggio di sfidare l’antipolitica con atti concreti (ad esempio, sostenendo davvero gli insegnanti delusi e massacrati dalla riforma Gelmini che perdono il posto e non sono ascoltati da nessuno, a meno che non salgano sui tetti dei provveditorati), state certi che l’antipolitica morirà là dove è nata e i movimenti che ne hanno tratto beneficio dovranno riconvertirsi alla politica – se ne saranno capaci – o rassegnarsi all’idea di aver fatto il loro tempo.
Narrare una storia diversa, indicare un’altra strada, tornare a parlare di un sentimento perduto quale la felicità. Lo scrittore, drammaturgo e magistrato pugliese Giancarlo De Cataldo, analizzando la vittoria di Vendola, ha scritto su “l’Unità” di martedì 6 aprile un articolo intitolato “Se la politica è poesia” nel quale ha affermato che “la poesia e la politica possono darsi una mano, a quanto pare. E in Puglia se ne sono accorti”. Lo sostengo anch’io da parecchio tempo e mi fa piacere che autorevoli personaggi come De Cataldo condividano questo pensiero, e ancor più che esponenti politici del calibro di Vendola riescano a trasformare la poesie in proposte, nuova linfa che attira i giovani e li riporta a credere in un futuro da costruire insieme.
La Puglia è un grande laboratorio perché lì la politica ha sconfitto l’antipolitica e i pregiudizi più beceri: Vendola ha vinto pur essendo dichiaratamente omosessuale e comunista. A nessuno viene in mente che, forse, ha vinto proprio perché ha avuto il coraggio di sfidare quei pregiudizi e rivendicare apertamente le proprie idee e il proprio modo di essere?
Adesso sta al Partito Democratico seguire l’esempio di Vendola, magari facendo proprie queste considerazioni dell’intellettuale francese George Steiner: “Abbiamo perso l' arte di dire "no". No alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche che ci circondano, no all' invasione della burocrazia nella nostra vita quotidiana. No all' idea che si possano accettare come normali le guerre, la fame, la schiavitù infantile. C' è un bisogno enorme di tornare a pronunciare quella parola.E invece ne siamo incapaci. Mi creda, sono sgomento di fronte all' acquiescenza di tante persone per bene, trasformate in campioni di fatalismo. Che dichiarano apertamente il loro scetticismo in ordine all' inutilità della protesta, quasi che protestare fosse diventato imbarazzante. Ma le personalità più grandi del nostro tempo, i Nelson Mandela, i Vaclav Havel, non hanno mai provato questo tipo di imbarazzo. Purtroppo la famiglia e la scuola, per non parlare dell' intero sistema mediatico, inoculano sistematicamente tale virus. Ci predispongono al più totale conformismo. Per questo è fondamentale riabituarsi alla resistenza contro i falsi idoli del nostro tempo. A partire da quello principale: il denaro. Anzi, il fascismo del denaro”.
Roberto Bertoni
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