| Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 17:51
Inizio quest’articolo chiedendo scusa a tutti i lettori, in particolare ai più affezionati della mia rubrica, i quali per mesi si saranno chiesti che fine avesse fatto questa rubrica.
Purtroppo, impegni di ogni tipo (politici, universitari ecc.) mi hanno tenuto a lungo lontano da queste colonne, insieme ad una spiacevole vicenda: la querela che il dottor Angelo Maria Petroni ha formulato nei confronti miei e del direttore Stefano Corradino per via di un articolo fortemente critico nei suoi confronti. A conclusione del dibattito giudiziario, la vicenda è stata archiviata, la verità è stata ristabilita e la nostra onestà intellettuale è stata riconosciuta.
Ho perciò voluto e dovuto fermarmi a riflettere, valutare attentamente ciò che stava accadendo intorno a me e difendermi in tribunale (a tal proposito, colgo l’occasione per ringraziare lo studio legale D’Amati per il supporto, la vicinanza, l’affetto e l’indubbia competenza che hanno messo a nostra disposizione) come tutti coloro che hanno rispetto per il lavoro dei giudici e per l’istituzione della magistratura.
“Partendo dalla regione in cui vivo, il Lazio, auspico che la campagna per le Regionali si svolga con toni cordiali e civili come avviene in tutto il resto del mondo, senza la demonizzazione dell’avversario, senza insulti, senza gesti inqualificabili come quello che compì Berlusconi durante la campagna elettorale per le ultime Politiche, quando stappò pubblicamente il programma elettorale del Partito Democratico”. Ebbene sì, l’ingenuo autore di questa riflessione sono io. La scrissi nel mio ultimo articolo per “Sguardi sul mondo” poiché credevo, all’epoca, che la candidatura di un’avversaria tosta e pragmatica come la Polverini avrebbe indotto il centrosinistra a scegliere una candidatura altrettanto autorevole ma soprattutto avrebbe contribuito a svelenire un clima che in quei giorni – dopo il lancio della statuetta sul viso di Berlusconi ad opera di uno squilibrato – si era fatto irrespirabile.
Tre mesi dopo, però, il clima è ancora più avvelenato, ancora più convulso, ancora più inaccettabile, con la candidatura della Polverini che, invece di contribuire ad una campagna elettorale incentrata su questioni concrete e sui problemi reali dei cittadini, ha reso la battaglia elettorale per le Regionali nel Lazio un’arena nella quale la democrazia ha già perso.
L’unico aspetto positivo di questa vicenda è che il centrosinistra ha risposto alla Polverini con una candidata di grande spessore morale e di grande esperienza internazionale quale Emma Bonino, leader di un partito piccolo e spesso discutibile ma almeno sempre presente e battagliero.
Per il resto, il quadro politico degli ultimi due mesi è riuscito nell’impresa di risultare ancora più desolante di quanto non fosse stato nei quindici anni precedenti.
Non intendo occuparmi del caos seguito all’esclusione della lista del PDL nella Provincia di Roma perché temo che quest’ossessiva attenzione su una vicenda comunque grave ed importante distolga gli elettori dal fatto veramente assurdo di questa campagna elettorale.
Già la scorsa primavera, nei mesi che precedettero le Europee, l’interesse generale fu captato dalle vicende coniugali ed extra coniugali di Silvio Berlusconi, con giornali, riviste e telegiornali impegnati a tempo pieno nel raccontare i retroscena delle scappatelle del Presidente del Consiglio.
“Ma poi queste finiscono nelle liste elettorali e magari ce le ritroviamo a Strasburgo!” obiettavano all’epoca gli scettici. La preoccupazione era legittima e, valutando l’argomento in quest’ottica, verrebbe da dire che hanno fatto bene i mezzi d’informazione a soffermarsi così a lungo sui profili delle varie Noemi, Patrizia e delle altre fanciulle di cui pare che il Premier amasse circondarsi.
Passata la bufera, però, ci siamo accorti che per mesi – i mesi di campagna elettorale, quelli in cui i cittadini dovrebbero decidere a chi accordare la propria fiducia – i media avevano trascurato (per non dire proprio ignorato) la crisi economica in ascesa e le sue drammatiche conseguenze. Così, oggi, ci troviamo con imprenditori che si suicidano, fabbriche che chiudono, migliaia di dipendenti nelle piazze, un senso diffuso di disperazione e amarezza e una larga parte della popolazione che si domanda: “Ma che succede? Come è possibile? Ma davvero?”. Sì, davvero. Non che questi non siano temi importanti o degni di essere menzionati, ma ammetterete che agli insegnanti precari, ai disoccupati, agli operai dell’ALCOA di Noemi, Patrizia e di tutto il presunto harem del Cavaliere non importi nulla.
Stavolta si replica, con l’aggravante della mordacchia imposta a tutti i programmi di approfondimento giornalistico della RAI, compresi i più graditi al governo come “Porta a Porta”.
La campagna elettorale per le Regionali, a meno di tre settimane dal voto, si può dire che non sia ancora iniziata.
Non mi sorprende affatto che le tribune politiche non siano ancora iniziate: ma come potrebbero, gli italiani, resistere ad un mese di continui appelli elettorali e di spot gratuiti, con leader che sproloquiano senza contraddittorio e soprattutto senza fatti da commentare? Come potrebbe, un operaio disoccupato, accettare il fatto che nessuno inchiodi la classe politica – e, in particolare, gli esponenti del governo – alle sue responsabilità?
Torna in mente un cartello che veniva esposto, durante il fascismo, negli uffici pubblici: “Qui non si parla di politica, qui si lavora”.
Ecco, l’umano sospetto è che questo provvedimento sia stato varato proprio per spegnere ancora di più la coscienza civile e politica di un popolo che già in materia è messo male.
Non parlare di politica, diffondere l’anti-politica, far circolare nell’opinione pubblica l’idea che “tanto sono tutti uguali”: nel Ventesimo secolo, tutti i regimi si sono avvalsi di questi tre elementi per affermarsi e consolidarsi, finché la gente non si è resa conto che non sono tutti uguali e che qualcuno è assai peggiore degli altri.
Con questo non voglio dire che il governo Berlusconi sia paragonabile alle ideologie assassine del Novecento, ci mancherebbe, ma la matrice di una simile decisione non si può spiegare in altro modo se non con la precisa volontà del potere di allontanare i cittadini dalle urne.
Persino alcuni autorevoli intellettuali si sono espressi a favore dell’astensione, ritenendola un atto legittimo e talvolta indispensabile. Io, al contrario, penso che rinunciare anche solo una volta ai propri diritti civili equivalga a rinunciarvi, e quando ampie frange della popolazione prendono in considerazione l’idea di rinunciare ad esercitare il principale diritto democratico le conseguenze per la democrazia possono essere terribili.
Sabato 13 marzo il centrosinistra è sceso in piazza per far presente a Berlusconi e alla maggioranza che stavolta non è disposto ad accettare come normale un decreto salva-lista che non sta né in cielo né in terra. È sceso in piazza e ha fatto ostruzionismo in Parlamento, si è avvalso di strumenti democratici per alzare la voce, ritenendo che sia giunto il momento di fornire un segnale ad un elettorato stanco di subire in silenzio e di rassegnarsi allo sconforto di un’Italia alla deriva.
È stata una scelta saggia poiché finalmente, in quella piazza gremita e ricca di speranze e aspettative, qualcuno ha ricominciato a parlare di politica, a portare la politica tra la gente, a confrontarsi con un popolo inferocito e poco incline al perdono del minimo errore in quest’epoca di incertezza e di regresso delle conquiste sociali ottenute in mezzo secolo di battaglie.
Non era semplice, ma il centrosinistra, sabato a Piazza del Popolo, ha dimostrato di poter riaccendere la luce della politica, cacciando via le tenebre del qualunquismo, dell’indifferenza, della disillusione: elementi che in questi quindici anni hanno allontanato gli italiani dalla politica, al punto che oggi ci sono persone che non conoscono nemmeno il nome del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio.
Ricordo, l’ultimo anno di liceo, una visita alla Camera e la domanda che ci pose la cortese guida: “Chi è il Presidente della Camera?”. Lo sapevamo tutti, ma la trovai lo stesso umiliante: come si può supporre che una classe di studenti che votano, guidano e sono penalmente perseguibili non sappia chi è la terza carica dello Stato? Nei mesi successivi, mi sono reso conto che quella domanda era più che sensata, visto che alcuni, non solo tra i giovani, non sanno cosa siano la Farnesina e il CSM, come se fossero atterrati ieri sulla Terra dopo una vita trascorsa su Marte.
Ma cosa guardano queste persone in televisione? La risposta è scontata e da qui si capisce perché, negli ultimi anni, siano proliferati i reality show. Il motto implicito di Berlusconi e soci è: parlate di tutto, pensate a tutto, ma lasciate stare la politica.
A lui non interessa che la gente legga i suoi giornali (a parte “Chi”) o guardi le sue televisioni (a parte i reality e i talent show); a lui interessa che la gente si astenga dal pensare, stigmatizzi chi pensa, attacchi e consideri noiosi coloro che tentano in ogni modo di indurre l’interlocutore a riflettere.
Berlusconi è fenomenale in quanto è riuscito a introdurre nel dibattito politico il “fattore noia”: un artificio mediante il quale, non appena qualcuno porta il discorso su temi politici, la maggior parte dei presenti dà segni d’insofferenza e cambia discorso, impedendo a questa persona di andare avanti.
Finalmente, il centrosinistra ha trovato la forza e il coraggio di costituire un’opposizione culturale, un’opposizione che spaventa gli avversari (che della distruzione della cultura hanno fatto un caposaldo del proprio programma) e rafforza la costruzione di un progetto alternativo.
Finalmente, dopo tanti tentennamenti e numerosi tentativi andati a vuoto, comincia a intravedersi qualcosa di riformista, qualcosa che profumi di moderno, qualcosa che potrebbe traghettare l’Italia fuori dal pantano in cui s’è arenata.
Per raggiungere il suo scopo, Berlusconi non ha corrotto la politica; ha logorato moralmente il Paese, trascinandolo su una strada senza sbocco, il resto è venuto da sé e la classe politica attuale è l’espressione ai vertici che egli lascia in eredità alle nuove generazioni.
L’Italia che ho visto a Roma, sabato pomeriggio, è un paese straordinario che non si lascia corrompere né si vende, desideroso di reagire e di non arrendersi, certo di poter ricostruire sulle macerie che lo circondano, intento a trovare soluzioni per lasciare in eredità alle nuove generazioni una classe dirigente non perfetta, ma sicuramente migliore di quella attuale.
Sabato pomeriggio abbiamo visto il popolo farsi classe politica e la classi politica tornare ad essere popolo: una sinergia che mancava dai tempi di Berlinguer, un connubio di idee e di speranze, di sogni e di prospettive, di sguardi e di ritrovate certezze che abbatte il muro dell’incomunicabilità e apre una nuova strada ad uno schieramento finora in difficoltà.
L’evento di questa campagna elettorale è che, mentre il Cavaliere prova con tutte le forze a uccidere la politica e a farla scomparire, la politica vera, onesta, pulita ritrova in se stessa la forza di risollevar la testa e di sfidarlo.
Il più grande timore, fino a sabato pomeriggio, era che la democrazia sarebbe uscita sconfitta a prescindere dal turno elettorale di fine marzo.
L’astensionismo ci sarà comunque, probabilmente aumenterà in percentuale rispetto alle Europee, e questo è un dato estremamente negativo; ma almeno stavolta abbiamo assistito ad una reazione concreta e visibile che, prima o poi, darà i suoi frutti.
La strada verso il ritorno alla politica è ancora lunga, ma finalmente il centrosinistra l’ha imboccata unito e senza ritrosie; il che ci induce a pensare che almeno una significativa vittoria la democrazia l’abbia ottenuta. Di questi tempi, anche una notizia che in altri paesi è scontata, può essere considerata un evento.
Roberto Bertoni
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