| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
di Stefano Fantino
La pronuncia in settimana della prima commissione del Csm sulle esternazioni del premier Silvio Berlusconi sulla magistratura ha segnato un'altra tappa nel difficile dialogo tra potere esecutivo e potere giudiziario, dove anche il capo dello Stato è intervenuto per moderare i toni e richiamare il premier. Il cui processo milanese è ancora sotto i riflettori dal momento che non è stato riconosciuto dai giudici milanesi come legittimo impedimento il CdM convocato da Berlusconi nel giorno dell'udienza prevista. L'occasione è quella giusta per ripercorrere le ultime evoluzioni di questi giorni e dare uno sguardo di insieme sul tema giustizia. Libera Informazione ha scelto di farlo intervistando Giovanni Salvi sostituto procuratore generale presso la corte di Cassazione, già sostituto procuratore a Roma, impegnato sul tema del terrorismo, e nella Dda.
La presa di posizione della prima Commissione del Csm dei giorni scorsi segna l'ennesimo passo nell'intricato rapporto tra il potere giudiziario e l'esecutivo, nella fattispecie il premier, le cui dichiarazioni avevano dato luogo alla risposta dell'organo di autovigilanza dei magistrati, cosa pensa di questa risoluzione?
La presa di posizione del Csm segue di pochi giorni la lettera del presidente della Repubblica che aveva richiamato le parti in causa a rispettare i ruoli reciproci. Credo che il Consiglio superiore abbia dato esito a questa richiesta da parte di Napolitano, perché ormai sono molti anni che a ogni pronunziamento giudiziario, che quindi non è una iniziativa politica rivolta nei confronti il governo ma un accertamento giurisdizionale verso un soggetto, si risponde attaccando sia i magistrati che hanno assunto questa decisione sia i magistrati nel suo complesso. Questo introduce un elemento di rottura all'interno del sistema dei poteri: il potere giurisdizionale è, per definizione, deputato ad accertare fatti che costituisco reato e l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, che da questa funzione discende, è un presidio fondamentale per la democrazia.
Il fatto che il capo dello Stato, presidente del Csm, si sia pronunciato implica una situazione di gravità che verrà riconosciuta come tale dal Governo?
Ormai è molto tempo che questa storia va avanti, quindi non credo che si possa pensare che essa sia destinata a chiudersi rapidamente. Purtroppo la situazione è questa e con questa dobbiamo fare i conti: io non credo che ci sia uno scontro tra politica e giustizia. Penso che questo sia sbagliato, porre la questione in questi termini, intendo. Non c'è una giustizia che ha uno scontro con la politica: la giustizia non si muove come un potere unico, per sua definizione è un potere diffuso, questo vuol dire che non c'è un centro unico che dirige tutti i giudici e tutti i pubblici ministeri. Per fortuna o purtroppo, a seconda dei punti di vista, ogni magistrato nell'ambito di una certa organizzazione decide, sulla base degli elementi che ha, e con la sua testa. Questa è proprio la caratteristica innata del sistema giudiziario nel quale la gerarchia funziona nel senso che vi è un controllo da parte di un giudice superiore su quello che ha fatto il giudice precedente, il sistema, dunque, delle impugnazioni. Questo e solo questo, è il meccanismo gerarchico interno. Per il resto non è che c'è una giustizia che si muove tutta intera e tutta insieme nei confronti del potere politico; quindi porre la questione nei termini di uno scontro tra politica e giustizia è sbagliato. Ci sono degli accertamenti penali che devono essere compiuti che riguardano un cittadino che non è diverso dagli altri cittadini e vi è chi non intende assoggettarsi a questa regola di carattere generale che dovrebbe vincolare tutti quanti. Questo in sintesi e purtroppo non riguarda solo il presidente del consiglio, perché, purtroppo, è diventato un metodo abituale: chiunque viene sottoposto a una giurisdizione in termini che non gli aggradano, reagisce in questa maniera.
Di stretta attualità il tema del “legittimo impedimento” per il quale si stanno studiando delle apposito modifiche all'Art. 420-ter del codice di procedura penale, limitatamente al caso del premier e per la durata di mesi diciotto. Una lampante incostituzionalità di fondo, non trova?
A mio parere si, il problema è questo: la Corte Costituzionale farà in tempo e in che maniera a decidere su questa questione. Perché, vede, anche quello che è successo recentemente a Milano e che ha creato tante polemiche, ovvero il fatto che il tribunale abbia ritenuto non legittimo l'impedimento, va inquadrato nel contesto entro cui questo è avvenuto. All'interno di un calendario concordato rispetto al quale vi è stata una modifica successiva. Se vi fosse davvero la volontà di bilanciare due interessi diversi, questo sarebbe molto facile. Il presidente del consiglio potrebbe concordare un calendario serio, che preveda tutta le udienze che sono necessarie per concludere rapidamente il processo, e, qualora dovessero intervenire degli eventi successivi tali da modificare questa situazione, penso che il tribunale si adeguerebbe. Diverso è invece quando il legittimo impedimento diventa uno strumento per evitare il processo, anche perché va visto poi quante volte, non riconosciuto il legittimo impedimento, quante volte il presidente del Consiglio si presenta in udienza. Ovviamente è un suo diritto andare o non andare, ma esiste anche un fair play che prevede anche una leale collaborazione tra istituzioni: che il presidente del Consiglio debba collaborare con la Corte per raggiungere l'obiettivo comune che credo sia anche nell'interesse del premier, di avere una sentenza che lo riconosca, se lo è, innocente.
Il pianete giustizia è stato più volte al centro dell'operato del Governo, con quali esiti rispetto ai reali problemi presenti nelle aule di tribunale, nello specifico riguardante l'efficienza del sistema?
Ormai da tanti anni parliamo di questi problemi e i nodi delle problematiche giudiziarie sono abbastanza noti. Per rimanere a quelli processuali vi sono certamente gli effetti perversi che un sistema di impugnazioni che è rimasto del vecchio tipo, collegato cioè a un processo di tipo inquisitorio, pur dopo la riforma nel 1989 in senso accusatorio, ecco questa é una superfetazione delle impugnazioni che determina grandissimi ritardi. Tanto più che se si collega con il termine di prescrizione breve, questo stimola le impugnazioni inutili per poter raggiungere il risultato della prescrizione. Che diventa un risultato da conseguire, non l'effetto del ritardo: questo è un meccanismo che andrebbe spezzato. L'unica cosa che è stata fatta su questo tema è stata quella di eliminare l'appello del pubblico ministero, cioè l'unica cosa che non c'entrava con questo ritardo, senza modificare il sistema nel suo complesso. Io, tra l'altro, ero favorevole nel 2001/2002 all'eliminazione dell'appello del pm, ma nell'ambito di una riforma complessiva del sistema: invece è rimasto solo questo elemento. Questo è indice della difficoltà di parlare di discutere di giustizia in maniera serena, perché ogni proposta viene presa in ciò che può essere strumentalmente utile per raggiungere un obiettivo. Ormai questi temi sono ampiamente battuti, sono state fatte tante proposte, tutte messe da parte: finché rimane questo uso strumentale delle garanzie processuali è difficile uscire da questo processo. Lei prima citava il cosiddetto “processo breve” che vuol dire la cosiddetta “prescrizione processuale”: ora anche questo è un istituto che io non riterrei particolarmente strano. Ma il senso della “prescrizione processuale” che esiste in altri ordinamenti è esattamente il contrario di quello che viene attuato qui. Non è la morte del processo nonostante lo Stato si impegni, con tutte le sue forze, a raggiungere il risultato, ma è una sanzione per l'inattività dello Stato. Quando cioè lo Stato, benché ne abbia la possibilità, rimane fermo al palo e mantenendo in “standby” il cittadino imputato. Questo mix diventa esplosivo: la prescrizione processuale dovrebbe funzionare al contrario, ovvero allontanare quella sostanziale tutte le volte in cui lo Stato si dimostra attivo, tutte le volte che non è fermo per danneggiare l'imputato.
Non è dunque facile discutere sui problemi della giustizia, io sono molto pessimista, devo dire, perché finché non vi sarà la consapevolezza che questo è un enorme problema per i cittadini e lo si continuerà invece a vedere come una cosa che riguarda i politici, io credo che non ne usciremo, perché ogni riforma sarà fatta con l'idea di ottenere un beneficio per uno piuttosto che per l'altro. E questo è deleterio per la tutela dei diritti dei cittadini.
Cambiamo decisamente argomento e spostiamoci sul tema della corruzione. Due settimana fa in una intervista concessami, il professor Franco Cazzola, parlando del fenomeno ha detto che è un fenomeno tuttora molto imponente e che il fenomeno Tangentopoli non ha, in realtà, condizionato politica e opinione pubblica quanto si pensava avrebbe fatto, cosa ne pensa?
In termini di effettività statistica è difficile dirlo. La percezione che penso ciascuno di noi ha è che non vi sia stata una modificazione della diffusione della corruzione. Quello che è venuto fuori da questi ultimi procedimenti è che forse stanno cambiando le caratteristiche di questo fenomeno. Stanno diventando sempre più collegate con questo “affarismo” generalizzato, con questo traffico di influenze reciproche che rende difficile individuare la contro prestazione, rende forse più difficoltoso l'accertamento giudiziario, ma che ha un effetto profondamente negativo sulla correttezza dei rapporti pubblici. Mi spiego con un esempio: sono talmente tanti gli intrecci consolidati tra un sistema di imprese e un sistema di soggetti istituzionali che gli scambi reciproci sono di interessi, “tu hai un appalto qui e io ho un appalto là”, “tu fai il direttore generale e io l'imprenditore”. IN quella che è stata definita una gelatina si disperde il rapporto che noi chiamiamo sinallagmatico, cioè quella contro prestazione che viene data in cambio della costruzione, perché tutto viene immerso in questo clima di affarismo. E questo è molto preoccupante per il funzionamento dei meccanismi della democrazia. Perché tutto questo se fosse vero si rifletterebbe anche sui meccanismi di formazione della stessa volontà popolare perché, lo vediamo nelle regioni meridionali, dove lo scambio di influenze determina molto spesso anche l'orientamento elettorale.
Su questo tema pare che ugualmente ai rapporti tra corruttori e corrotti, anche quelli tra politica, mafie e finanza ormai siano coesi e ben poco distinguibili. Una prassi magari vecchia che assume però nuove tinte. Nel caso di Di Girolamo si farebbe riferimento a un politico che è direttamente un elemento delle 'ndrine non una persona influenzabile...
Non sono in grado di valutare se vi sia una effettiva trasformazione del rapporto tra mafia e politica. Certamente se così fosse si confermerebbe quel concetto che fu elaborato negli anni Ottanta e Novanta, circa il fatto che è il crimine mafioso, il capomafia, colui che veramente dispone del potere, rispetto al quale il politico si pone in un rapporto di servizio e quindi non è il vero terzo livello, ma il terzo livello sono proprio i mafiosi stessi.
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