| Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:21
Perché l’onorevole Ascierto va alla ricerca dei racconti dell’infiltrato Ilardo?
di Stefania Limiti
Come è possibile che Luigi Ilardo, nome in codice Oriente, sia stata ammazzato? Come è potuto accadere che un infiltrato del suo calibro, pronto a mettere gli investigatori sulle tracce del boss Bernardo Provenzano, dopo aver già contribuito all’arresto di altri affiliati di Cosa Nostra, venga freddato in una via di Catania? E’sicuro che qualcuno tra coloro che avevano le massime responsabilità istituzionali di quella operazione, in quel maggio del 1996, non aveva capito bene la posta in gioco. Per Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci che firmano insieme “Il Patto. Da Ciancimino a Dell’Utri, la trattativa segreta tra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato”, storia straordinaria di questo ex mafioso che stava per diventare a tutti gli effetti collaboratore di giustizia, la cosa certa è che "muore tradito da una talpa istituzionale, il cui obiettivo era evitare che l’infiltrato potesse mettere a verbale le rilevazioni fatte al tenente colonnello Riccio". Insomma, muore perché avrebbe potuto dire tanto sugli intrecci fra Stato, imprenditori e Cosa Nostra, cioè il cuore della questione mafiosa.
Luigi Ilardo dal 1994 fino al giorno della sua morte non era stato più un uomo d’onore: si era messo contro il capo dei capi, Totò Riina, e sapeva che la sua unica chance era fare l’infiltrato. Non aveva via di scampo se non raccontare tutto quello che ascoltava e vedeva dentro la sua famiglia mafiosa agli uomini dello Stato ai quali, in definitiva, aveva affidato la sua sorte.
Il piano all’inizio funziona, tanto che Oriente riesce ad avviare un rapporto epistolare con Bernardo Provenzano, raccontando poi in anteprima al suo referente, il colonnello Michele Riccio, l’uomo al quale lui inizia ad affidare i suoi segreti, il metodo dei pizzini che consentiva a Zu Binu, che incontra il 31 ottobre del 1995 dopo aver informato i Carabinieri del Ros, di comunicare all’esterno con i suoi uomini. L’Arma non interviene per arrestare il boss né quel giorno né dopo tanto e non mette sotto osservazione il suo covo che per sei anni Bernardo Provenzano continuerà a poter frequentare indisturbato.
La storia di Luigi Ilardo, insomma, si intreccia con i nodi irrisolti di capitoli importanti di ciò che mai è stato rivelato fino ad ora del rapporto niente affatto limpido tra lo Stato e la mafia. Quando apprende che lo avevano fatto fuori, Michele Riccio, sconvolto dice "siete voi i responsabili" rivolgendosi furioso ai suoi superiori, Mario Mori, ora alla sbarra insieme a Giuseppe De Donno. Se ne frega delle gerarchie e rivolge contro di loro il suo dolore, la sua sconfitta.
Per ora, l’unica cosa certa, oltre alla sua morte, è che Luigi Ilardo sapeva tante cose e tanto aveva cominciato a raccontare: oggi ci resta solo quello che Riccio era riuscito a trascrivere delle sue confidenze. Ma anche altri elementi su cui riflettere: Riccio dopo l’uccisione dell’infiltrato, torna alla Dia di Genova ma il 7 giugno del 1997 viene arrestato dai colleghi del Ros per associazione a delinquere e spaccio di stupefacenti. Secondo l’accusa, lui e i suoi uomini avrebbero gestito con metodi illegali le infiltrazioni nei cartelli del narcotraffico. Qualcosa però non quadra. Durante l’indagine, ricordano i due autori de Il Patto, la Procura di Genova e il Ros gli chiedono insistentemente i diari e i rapporti su Oriente. E’ deciso a non dare nelle mani sbagliate il frutto del suo lavoro ma non lo lasciano stare: mentre è rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea, a casa sua si presentano tre persone guidate dal parlamentare di An Filippo Ascierto. Il gruppetto parla con la signora Fabiola, la moglie di Riccio, e domanda con insistenza "le carte siciliane" del marito. Ovviamente, l’onorevole ed i suoi amici sono costretti a girare i tacchi a mani vuote; ma quale ‘tesoro’ cercavano e per conto di chi?
Così come non avrà soddisfazione l’avvocato di Riccio, Carlo Taormina, quando tenta di far incontrare il suo assistito con il senatore Marcello Dell’Utri. L’uomo del Cavaliere viene nominato proprio da Luigi Ilardo che nel gennaio del 1994 raccontò in diretta il patto politico – elettorale che il Gotha di Cosa Nostra avrebbe fatto con la nascente Forza Italia. Fa il nome non solo di Marcello Dell’Utri, ma parla di Salvatore Ligresti, di Raul Gardini, e di famosi imprenditori a lui legati che poi saranno definitivamente processati e condannati per concorso esterno in associazione mafiosa. Fa anche il nome di altri politici, come quello del papà dell’attuale ministro della Difesa, La Russa e di suo fratello Vincenzo. Taormina, a cui di lì a poco Riccio avrebbe revocato il suo mandato, non ci gira intorno: "se lei nell’ambito delle sue deposizioni a Palermo [dove era in corso il processo a Dell’Ultri per associazione mafiosa, ndr], lei che ha un certo credito per le investigazioni che ha svolto, se emergesse che Ilardo non ha mai fatto menzione dell’onorevole Dell’Utri come persona contigua a Cosa Nostra sarebbe una cosa molto importante"….parole chiare, che non generano equivoci - "interrogato in seguito dai magistrati di Palermo, l’avvocato Taormina ammetterà la riunione con Riccio ma sosterrà che lo scopo fosse quello di tentare di trovare un posto di lavoro al figlio del maresciallo Lombardo".
La morte di Luigi Ilardo, la fonte Oriente, un uomo tradito dallo Stato al quale si era affidato, si inserisce dunque a pieno titolo nei grandi buchi neri di una lotta alla mafia costellata di complicità e connivenze: la ricostruzione di Biondo e Ranucci fornisce moltissimi anelli di questa catena che deve ancora chiudersi e che resta imbrigliata tra segreti mafiosi e segreti di Stato.
Il Patto. Da Ciancimino a Dell’Utri, la trattativa segreta tra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato
Nicola Biondi e Sigfrido Ranucci
Ed. Chiarelettere
Lâinizio di apparizione: i volti ed i paesaggi di Tullio Pericoli
âLa masnĂ â (di Raffaella Romagnolo)
Goodbye italia ( di Cinzia Dato e Silvana Prosperi)
La politica delle mani pulite ( Sandro Pertini)
Come una lama
Casale Monferrato: la polvere che uccide ( Guido Iocca)
Assalto alla Giustizia
Assedio alla toga ( Nino Di Matteo e Loris Mazzetti)
Mente locale ( di Gaetano Sateriale)
"Nessuna pietĂ per Pasolini". Stasera alle 18 la presentazione



