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Articolo 21 - Libri e Giornalismo
Se la colpa č di chi muore (di Fabrizio Ricci)
Se la colpa č di chi muore (di Fabrizio Ricci)

Niente fa più scandalo. Nemmeno che lavorando si possa perdere la vita, nemmeno che le leggi sulla sicurezza del lavoro vengano regolarmente violate. Siamo anestetizzati da queste ingiustizie, abbiamo imparato a considerarle “normali”. Ma non possiamo non stupirci leggendo che le famiglie dei lavoratori caduti possano ritrovarsi a dover risarcire l’imprenditore “danneggiato” dalla scarsa esperienza dei loro cari. Se la colpa è di chi muore è destinato a scuotere le coscienze dei cittadini: Giuseppe Coletti, Tullio Mottini, Vladimir Thode e Maurizio Manili non sono soltanto 4 dei 1.300 lavoratori che vengono uccisi ogni anno nei cantieri e nelle fabbriche, ma sono dei cittadini assassinati due volte. La prima il 25 novembre 2006, durante l’esplosione dei silos dello stabilimento della Umbria Olii. La seconda quando l’amministratore delegato dell’azienda, e unico indagato nel processo penale per le loro morti, ha avanzato al tribunale civile una richiesta di risarcimento ai figli e ai famigliari delle vittime: 35 milioni di euro per i danni causati dalla loro imperizia. Fabrizio Ricci ricostruisce le drammatiche sequenze dell’incidente e le successive, grottesche vicende giudiziarie: assieme, offre uno spaccato della tragedia delle morti bianche e chiarisce quanto sia sicuro lavorare nel nostro Paese e a quale costo.

ESTRATTO
A Campello dicono che avvicinandosi ai grandi silos distrutti della Umbria Olii, le cui lamiere contorte e arrugginite oggi sembrano sculture di uno scenario post-apocalittico, ancora si senta quell’odore forte e acre di olio bruciato, come se fosse penetrato nella terra e non se ne volesse più andare. Ma ormai sono passati tre anni e forse l’odore è più che altro nelle teste delle persone che ricordano.

FABRIZIO RICCI
Fabrizio Ricci (Perugia, 1978), giornalista professionista, è stato redattore del “Giornale dell’Umbria” per tre anni. Dal 2007 è responsabile dell’ufficio stampa regionale della CGIL Umbria. Ha scritto i libri Le città di Perugia (Effe, 2005), con Marcello Catanelli, e La Perugina è storia nostra (Ediesse, 2007).

Fabrizio Ricci
SE LA COLPA È DI CHI MUORE
Storia dell’Umbria Olii e dell’imprenditore che chiese i danni alle vittime
Collana: Tazebao
pp. 192 con inserto a colori di 16 pp.
euro 15,00
Castelvecchi editore

A che serve la memoria?
prefazione di Giuseppe Giulietti

A che serve la memoria? Nessuno è mai tornato in vita per un libro, per un film, per una canzone,la morte annulla tutto. Più o meno con queste parole un vecchio amico mi esprimeva le sue perplessità per ogni iniziativa che si proponga di impedire la cancellazione del ricordo di quanti sono morti di lavoro e per il lavoro.
Non vi è dubbio che nessuno tornerà in vita, ma ricordare non è solo un doveroso esercizio civico, quanto un contributo a non rassegnarsi al fato, al destino cinico e baro come ebbe a dire un ministro, lui sì davvero cinico.
«Non voglio vendetta, ma solo verità e giustizia», questo chiesero a tutti noi Lorena e Fiorella Coletti, moglie e sorella di Giuseppe, morto nel rogo della Umbria Olii, quando il giovane e coraggioso sindaco di Campello Paolo Pacifici ci convocò nella sala comunale.
Le due donne, e non solo loro, non chiesero dunque vendetta, ma una ricostruzione minuziosa dell’accaduto, le ragioni del disastro, l’accertamento delle responsabilità: «affinché non tocchi ad altri quello che è toccato noi».
Questo libro, scritto con grande passione civile e talento da cronista di razza da Fabrizio Ricci,  rappresenta una risposta documentata a quell’appello, alla domanda non solo dei familiari, ma anche di quei cittadini che non intendono accettare con rassegnazione quella strage continua che ha preso il beffardo nome di “morti bianche”.
Queste pagine, rigorosamente basate su testimonianze, documenti, perizie, fanno giustizia di tutte le banalità dette e scritte sulla tragica fatalità.
In questa brutta storia c’è poco spazio per la tragica fatalità, l’incidente mortale, la miccia che ha determinato la strage non è stata innescata da un dio malvagio e ignoto, bensì da errori e da orrori che, spesso troppo spesso, stanno all’origine di queste morti.
Quale fatalità stava dietro le tremila morti di Casale Monferrato, in Piemonte, dove per anni si è persino negato che l’amianto causasse i tumori che hanno distrutto una comunità?
Quale destino ha trasformato Taranto in una città maledetta per chi deve respirare la sua aria inquinata? Perché tanti operai sono morti per un cancro al polmone a porto Marghera?
Sono domande terribili che, talvolta, coinvolgono il mondo del lavoro stesso, alle prese con la contraddizione di chi teme di perdere il posto e non gradisce che si parli troppo di prevenzione e di sicurezza, perché potrebbe causare la chiusura del proprio stabilimento.
Contraddizioni e difficoltà che non sono mancate neppure nella storia dell’Umbria Olii e che sono documentate senza concessione alcuna alla retorica o peggio alla reticenza dall’autore, che è anche un collaboratore della Cgil dell’Umbria e di quella di Perugia, diretta da quel Mario Bravi che insieme ai suoi colleghi di Cisl e Uil ha battuto la strada della testimonianza civile e non ha accettato di girarsi dall’altra parte e di lasciar perdere.
Il processo, quando si concluderà, individuerà i nomi dei responsabili del disastro, ma questo libro ci aiuta a capire che ogni qual volta si manifestano dentro e fuori le fabbriche atteggiamenti di arroganza, di paternalismo autoritario, di disprezzo per le rappresentanze sindacali, prima o poi si arriva all’incidente, per fortuna non sempre mortale.
Lo spirito dei tempi tende demonizzare la cultura della legalità e dei controlli. I sindacati e le loro rappresentanze interne sono vissuti come realtà antiche, da mettere in un angolo, da sostituire con trattative dirette tra il padroncino e i lavoratori amici, parte di una ipotetica famiglia della quale il titolare è il padre buono che distribuisce con magnanimità, senza far torto ad alcuno.
Del resto questo è uno dei tratti salienti di quella democrazia autoritaria, populista, che sembra piacere molto a milioni di italiani.
A tutti questi concittadini ci permettiamo di consigliare la lettura di questo libro perché si scopriranno tante belle cose sulla figura del padrone papà che premia e castiga i suoi sudditi.
Consiglierei in particolare le pagine dedicate alla denuncia che il signor Del Papa presentò contro i …morti chiedendo un risarcimento, pari a 35 milioni di euro, alle vedove e ai figli piccoli.
Non discutiamo la strategia difensiva, ma in quella richiesta continuiamo a individuare una realistica fotografia di una stagione della nostra vita politica e civile nella quale il principio di uguaglianza, racchiuso nell’articolo 3 della Costituzione, sembra davvero dissolto: chi non ha non è, chi non obbedisce e non si piega rischia l’espulsione dalla comunità e comunque una riduzione dei suoi diritti civili.
Queste pagine, tuttavia, non descrivono solo il male e il buio, ma anche la luce di chi non si è arreso e continua a reclamare «verità e giustizia».
Così scopriamo le storie di straordinarie donne che continuano a tenere in vita il ricordo dei loro cari e che si mettono in rete con altri comitati nati in tante altre città e paesi.
Così conosciamo i nomi di sindaci, sindacalisti, rappresentanti delle istituzioni, giornalisti, avvocati, magistrati che continuano a fare il loro dovere, solo il loro dovere, restando fedeli allo spirito e alla lettera della Costituzione.
Non sono degli eroi, ma cittadine e cittadini che continuano a non ritenete normale che si possa morire di lavoro in questo modo e che non intendono accettare l’arroganza di chi sentendosi forte economicamente e politicamente pensa di poter cancellare con una tratto di penna o magari con un pugno di soldi quanto è accaduto a Campello il 25 novembre di tre anni fa.
Questo libro, il suo autore, l’editore, sono la migliore conferma dell’esistenza di una Italia civile che non si rassegna a scegliere tra un grande fratello e una media sorella, tra un tronista e un rottame della vecchia loggia P2.
Non casualmente proprio da Campello dopo il rogo prese il via la carovana per il lavoro sicuro, fortemente voluta dall’ex ministro del lavoro Cesare Damiano, che si propone l’obiettivo di riaccendere i riflettori sulle fabbriche, sui rapporti sociali, sulle condizioni di lavoro, sui temi della sicurezza e della prevenzione.
Da questa iniziativa sono nate inchieste, libri, canzoni, film, appelli, iniziative finalizzate  a strappare dal buio e dal silenzio le morti sul lavoro, gli infortuni, il dolore, spesso soffocato, di chi resta e molto spesso resta solo, passato il primo momento della solidarietà e del pubblico lutto.
Servono questi libri? Sì, servono moltissimo, dobbiamo essere grati a una generazione di ragazze e ragazzi che, come ha fatto Fabrizio Ricci, stanno riscoprendo l’impegno civile, vogliono documentare, usano la parola, le fotografie, i suoni, per preservare la memoria e, soprattutto, per impedire che altre Campello, Casale Monferrato, Taranto, Thyssen, possano consumarsi sempre con lo stesso rito, con le stesse dinamiche, con lo stesso cinismo di chi per guadagnare qualche euro in più taglia gli investimenti sulla sicurezza e sul diritto alla vita.
Questa testimonianza è ancora più necessaria perché come ha scritto Antonio Boccuzzi, parlamentare e testimone del rogo della Thyssen, «la vicenda della Umbria Olii necessita di maggiore attenzione perché un processo che inizia dopo tre anni ha significato una specie di amnesia da parte dei media e della cittadinanza».
Questo rischio c’è, e forse non è da escludere con certezza che il processo breve possa persino rappresentare l’estrema beffa per chi attende giustizia a Campello come altrove.
Per impedire un nuovo oltraggio, e non solo nel caso di Campello, serve una continua mobilitazione delle istituzioni, dei sindacati, delle coscienze.
Istituzioni, sindacati, sindaci, stanno facendo la loro parte con intelligenza e coscienza civile promuovendo iniziative, coltivando la memoria, proponendo gemellaggi tra Campello e Torino, dedicando parchi, strade, scuole a chi non c’è più affinché quei nomi restino impressi nella nostra mente, non spariscano per sempre.
Un grande ruolo, in questa direzione, spetta ai media, in particolare alle grandi reti televisive.
Non mancano esempi di giornalisti e di autori che hanno dedicato la loro attenzione alla strage di Campello e ad altre storie simili, ma nel complesso viviamo ancora immersi in una realtà nella quale la finzione si è mangiata la vita e i suoi protagonisti.
I modelli dominanti sono improntati alla diffusione della furbizia, della forza, dell’individualismo esasperato, sul piano della cronaca i titoli spettano ai delitti che mettono in discussione la sicurezza individuale e che possono esser usati per alimentare l’industria della paura e il conseguente sfruttamento politico.

I riflettori e le ribalte sono dedicate a Garlasco, a Cogne, a Perugia, delitti non pericolosi, che si possono raccontare senza mettere in discussione lo spirito dei tempi.
Assai più difficile sarebbe dedicare la stesa attenzione alla morte in carcere di Aldo Bianzino o di Stefano Cucchi, o all’ennesimo pestaggio di un diverso, o alla morte del centesimo rumeno dentro un cantiere.
Cominceremo a diventare un paese semi normale quando i grandi salotti della tv decideranno di dedicare finalmente una prima serata alla strage di Casale o al processo di Campello.
Sappiamo tutto o quasi sul delitto di Perugia, ma non abbiamo mai visto in tv il plastico della Umbria Olii o della Thyssen, non abbiamo assistito a minuziose ricostruzioni dei delitti sul lavoro, e gli stessi familiari sono ammessi solo se si limitano al loro ruolo di commossi testimoni.
Guai a mettere in discussione le cause che hanno determinato queste morti, si potrebbero affrontare temi a rischio quali l’organizzazione del lavoro, le regole aggirate, l’uso spregiudicato dei lavoratori extracomunitari, veri e propri schiavi da mandare al macello.
Ci auguriamo che questo libro possa diventare uno stimolo e una fonte per chi volesse tornare a Campello per raccontare la storia e seguire un processo che riserverà colpi di scena, speriamo positivi.
Un grazie infine lo vorrei rivolgere all’autore , non solo per avermi invitato a scrivere qualche breve riflessione, ma anche per la rigorosa misurata scelta che ha fatto di ogni parola.
A differenza di tanti altri, infatti, non ha mai ceduto alla tentazione di usare espressioni gergali, rituali, indice di pigrizia mentale e talvolta anche di subalternità culturale e politica.
Molti giornalisti, forse troppi, abusano di termini quali “tragica fatalità” e “morti bianche”, come se queste vittime fossero morte in culla, per cause ignote, non a caso il colore bianco si usa per i bimbi, per indicare la innocenza, quasi la dolcezza di un trapasso senza causa apparente, senza violenza.
Invece no! Si tratta di morti sporche, anzi sporchissime, chi avesse ancora qualche dubbio legga le prossime pagine e capirà davvero cosa significhi “morire di lavoro”.

 

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