| Domenica, 01 Agosto 2010 - Ultimo aggiornamento: 21:00
di Simone Luciani
Mi auguro che non passi inosservato, il libro appena uscito di Rita Pennarola. Si intitola Ultimi. Inchiesta sui confini della vita (prefazione di Ferdinando Imposimato, Tullio Pironti Editore). Merita di essere letto perché l’autrice (condirettrice dell’eccellente mensile d’inchiesta La voce delle voci) tenta di aprire un dibattito su importanti questioni di bioetica, ovvero l’aborto e il tema delle donazioni d’organi e della morte cerebrale, da una posizione “scomoda”: quella di una donna di sinistra che, tentando di “scandalizzare” elettori e simpatizzanti della sua parte politica (meno gli esponenti, che su queste questioni, a parte brillanti e perfino commoventi eccezioni, trascorrono il tempo a tacere), si pone in difesa degli “ultimi”, ponendo fra loro gli embrioni, i feti e gli individui cerebralmente morti. Spero non passi inosservato perché è un volume che, per quanto possibile, tenta di mettere al centro le questioni scientifiche (fino al punto da rendersi, come dirò, vulnerabile), il che è raro soprattutto in un libro che potremmo inserire (solo per comodità) nella galassia pro-life. E perché sottolinea, com’è giusto che sia, errori o inaccettabili crimini che ruotano sia attorno all’inizio vita (dalla diagnosi di inesistenti malformazioni nei feti, che hanno indotto all’interruzione di gravidanza, all’aborto clandestino che ancora, in misura residuale ma probabilmente maggiore di ciò che dicono i numeri, resiste, per finire con l’orrore del traffico di feti), sia attorno alla morte cerebrale (anche qui, errori di diagnosi che hanno condotto a risvegli, o il triste traffico illegale d’organi). Spero non passi inosservato, infine, nonostante non condivida la gran parte dei principi da cui muove e molte conclusioni cui giunge l’autrice.
Non condivido quasi nulla, ad esempio, di quanto viene detto sulla legge 194 (definita erroneamente –lo dico con il dovuto rispetto- “permissiva” da Ferdinando Imposimato nella prefazione, non tenendo conto delle leggi assai più permissive che vigono in diversi paesi europei). Si tende a sottostimare i risultati che questa legge ha ottenuto, quasi dimezzando gli aborti dal 1982 e garantendo la sicurezza a tante e tante donne che compiono questa scelta drammatica. Pennarola sostiene la scarsa attenzione che viene riservata, nel testo, al “nascituro”, ad esempio non prevedendo un’informazione scientifica, per la donna che intende abortire, su cosa sia l’embrione e quale sia il suo processo di sviluppo: nozioni che la scuola semplicemente sfiora, ma ciò non rende meno inadatto il momento della scelta sull’aborto per esercitare quelle che diverrebbero, a quel punto, vere e proprie forme di pressione psicologica (si dice che il Movimento per la Vita usi video di feti per dissuadere le potenziali madri che gli si rivolgono). O, ancora, si tende a motivare l’exploit dell’obiezione di coscienza col grado di consapevolezza raggiunto dai ginecologi sulla natura dell’embrione, quando le risposte mi sembrano essere assai più profane: se la legge consente di non compiere un intervento antipatico e che di certo non arricchisce, cosa farà il medico non attrezzato di buona volontà? Se il ginecologo dell’ospedale pubblico vorrà, un giorno, tentare trasferimento e carriera in una delle tante strutture cattoliche, cosa si sentirà rispondere dal direttore che lo avrà scoperto essere un non obiettore?
Sul tema della tutela del nascituro, inoltre, trovo che si sottovaluti un punto della legge 194 che esprime invece il massimo di tutela possibile, laddove si prevede che “Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l'interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell'articolo 6 [pericolo di vita della donna, ndr] e il medico che esegue l'intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto.” Ciò è il massimo che la legge possa prevedere, a meno che non si voglia sostenere che il feto (e l’embrione) siano in tutto e per tutto uguali a noi, e dunque la vita del feto e quella della donna hanno lo stesso valore. In tal caso, però (quello dell’”embrione uno di noi”, per citare un celebre slogan), non basta la scienza. Sarebbe necessario avventurarsi sul terreno della filosofia, perché non basterebbe più sostenere che il feto (o l’embrione) siano “vita”, certezza che nessuno mette in dubbio, ma servirebbe dimostrare che sono “persona.” E’ possibile farlo? Forse. A oggi, per quanto ne so, è più facile dimostrarlo facendo, a un tratto, comparire dio nel discorso. Ma è difficile chiedere a una legge di fare altrettanto. E’ più facile, più umano e più giusto chiedergli di garantire che la pluralità delle visioni sia garantita e rispettata. Come? Trovo folgorante l’intuizione di Etienne-Emile Baulieu, inventore della pillola abortiva: “tutto dipende dalla donna, dal momento in cui la donna comincia a sentire questo embrione come un nuovo essere.” Ecco il punto di congiunzione con la legge 194: l’aborto è consentito fin quando il feto non possa avere vita autonoma, e cioè fin quando la sua vita dipenderà (per ragioni fisiche, e non sociali) dalla madre.
Trovo invece alcuni punti in comune in più con la seconda parte del libro, che tratta del tema delle donazioni d’organo, dei trapianti e della morte cerebrale. Sostanzialmente, mettendo in discussione il fatto che possa considerarsi morto l’individuo che ha perso le funzioni del proprio cervello. Per due ragioni: la prima è quella che, in effetti, mentre il cervello ha perso vita, il corpo prosegue alcune delle sue funzioni (altre sono possibili grazie ai macchinari); la seconda è la difficoltà di accertamento della morte cerebrale, sottolineata da una parte sempre più rilevante del mondo scientifico. Di qui i dubbi, sollevati da Pennarola, sull’espianto d’organi (con un nuovo, robusto supporto di casi di cronaca inquietanti). Non sono un medico, ma per quel che ho letto sul tema ritengo molto ragionevoli le conclusioni raggiunte dal gruppo di studiosi che hanno animato il Festival delle Scienze di Viareggio (il documento è citato nel libro), i quali chiedono criteri più flessibili nell’individuazione della morte cerebrale, che tengano conto anche delle implicazioni culturali, religiose, etiche. Non c’è da sorprendersi se i criteri di definizione della morte cambiano di cultura in cultura, di religione in religione: sul piano antropologico e storico, i mutamenti sono stati e sono moltissimi. Dunque, c’è a mio parere una componente “culturale” nei criteri della morte cerebrale, anche quelli applicati in Italia. Criteri che poggiano però su basi scientifiche solide (su cui il dibattito è vivo) e su un concetto filosofico importantissimo: noi siamo il nostro cervello. Tanto che se un giorno dovesse avvenire un trapianto di cervello, vi sono forti dubbi su come si potrebbe uscire da un simile intervento. Conserveremmo la nostra esperienza la nostra identità, la nostra persona? Trapianto di corpo o trapianto di cervello?, riflette qualcuno. Dunque, se muore il nostro cervello cosa resta? Si entra su un piano etico molto delicato e intimo. Sul piano legislativo, dunque, una via d’uscita che trovo molto interessante è quella indicata dal neurologo Carlo Alberto Defanti: da un lato tornare alla definizione di morte per arresto cardiocircolatorio come unica possibile; dall’altro ammettere (e pare difficile sostenere il contrario) che chi è in morte cerebrale ha iniziato il suo processo del morire, e dunque consentire il prelievo degli organi per coloro che abbiano dato l’autorizzazione. Si tratterebbe di fare ancor maggiormente leva sul consenso informato e di riempire di significati un testamento biologico che, così come presentato nella proposta di legge approvata dal Senato, di significati ne ha pochi, e quasi tutti negativi. E infine, e proprio sul testamento biologico, fragile mi pare (e mi è sempre parsa) la tesi presentata nel libro, e cioè che le idee espresse nel documento possono cambiare nel momento della malattia, e dunque è difficile stabilire con certezza le volontà del paziente. Fragile perché nessuno ha mai pensato che le direttive anticipate di trattamento siano uno strumento perfetto, ma l’alternativa è che scelgano altri al nostro posto: il medico, il governo, lo stato, i rappresentanti di dio. Nel libro si parla di integralismo laico: a me pare che di tracce ve ne siano davvero poche.
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