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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Cronache dall’Italia. Adesso guardiamo al futuro
Cronache dall’Italia. Adesso guardiamo al futuro

Esprimere la massima solidarietà al Premier per la vile aggressione di cui è stato vittima non vuol dire approvare, né tanto meno rinunciare far passare senza opporsi, le nuove leggi “ad personam” che la premiata ditta Berlusconi-Ghedini-Alfano sta per scodellarci davanti.
Come persone civili e democratiche condanniamo con forza il gesto ignobile di Massimo Tartaglia e anche coloro che si divertono a mettere in giro voci del tipo: “Il fatto non è mai accaduto”, “Berlusconi ha inscenato l’aggressione per trarne un vantaggio in termini elettorali e d’immagine” o, peggio ancora: “Ben gli sta, visto tutto il male che ha arrecato al Paese”.
Tuttavia, sempre noi, non dimentichiamo chi sia Silvio Berlusconi né rinneghiamo alcuno degli articoli di aspra critica e d’attacco che gli abbiamo rivolto in questi anni.
Ribadiamo ancora una volta che questo governo non ci piace, che lo riteniamo dannoso per il Paese e che prima se ne va a casa meglio è. Per mandarlo a casa, però, conosciamo un solo sistema: le urne, il voto libero dei cittadini che speriamo scelgano al più presto un’alternativa ed un progetto che sia in grado di far uscire l’Italia dalle secche in cui si è incagliata.
Il problema, dunque, è tutto di chi deve costruire quest’alternativa e riuscire a presentarla ai cittadini come si deve, evitando gli errori di comunicazione che in passato sono costati parecchi punti percentuali all’attuale opposizione.
Qualcuno dirà che, in un momento del genere, parlare di elezioni, di voti e di percentuali sia cinico e malvagio; il che sarebbe vero se dall’altra parte non ci fossero personaggi come l’onorevole Cicchitto, il quale, per svelenire il clima ed abbassare i toni, non ha trovato di meglio che stilare alla Camera (neanche in televisione, ma in una delle istituzioni simbolo dell’Italia repubblicana basata sui princìpi della Costituzione del 1948) una lista dei presunti “mandanti” dell’attentato.
Non entriamo nel merito di dichiarazioni che si commentano da sole; ci limitiamo a riflettere sul fatto che, comportarsi come Cicchitto, non ci sembra il modo migliore per svelenire il clima e mettere in atto gli appelli rivolti incessantemente dal Capo dello Stato alle forze politiche.
Ha fatto benissimo Pierluigi Bersani a recarsi in ospedale da Berlusconi: è stato un segnale di grande civiltà ed un esempio di come tutti si dovrebbero comportare. Berlusconi non mi è mai piaciuto e non ne ho mai fatto mistero, ma ciò non mi impedisce di considerarlo un avversario e di rifiutare di inserire nel mio vocabolario politico la parola “nemico”.
Ad essere sincero, non mi sono piaciute nemmeno le polemiche sulle presunte responsabilità della scorta, rea di non averlo protetto. Ma dico, per una volta che Berlusconi mostra un minimo di umanità andando a firmare autografi e a stringere la mano dei suoi sostenitori, dobbiamo attaccarlo anche perché non ha rispettato quei protocolli che tutti noi, in realtà, detestiamo?
Ci sono mille motivi per attaccarlo; elenchiamoli pure tutti ma non ce ne inventiamo di improbabili, solo perché proprio non riusciamo a mandare giù che sia lui a rappresentare l’Italia.
Tenendo fede alle sagge parole di Napolitano e al progetto riformista che ci caratterizza, dovremmo sfruttare questa fase interlocutoria e di attesa per cominciare a lavorare sulle proposte che si dovrebbero poi presentare al Paese.
La prima domanda che dovremmo porci è: in quale Italia vorremmo che vivessero i nostri figli?
La seconda, e forse ancora più importante, è: chi può accompagnarci in questa sfida?
Tra pochi mesi ci saranno le Regionali e va dato atto al centrodestra di essersi portato avanti, presentando le candidature di autorevoli esponenti come Renata Polverini; il centrosinistra, al contrario, non ha un solo nome ufficiale ma semplicemente tante voci di corridoio, tante chiacchiere a bassa voce, tante candidature sussurrate nelle stanze del potere, tanti articoli sui giornali in cui si scommette su Tizio o su Caio, i quali due ore dopo si precipitano a smentire l’indiscrezione.
Non va bene, non è così che si può pensare di indurre i cittadini a concedere fiducia, non è questo il modo di partecipare alla competizione contro avversari compatti e agguerriti.
Inoltre, rimane da sciogliere anche il nodo delle alleanze. Che piaccia o no, va dato atto a Berlusconi di avere ormai degli alleati fissi: la Lega e qualche partitello di destra e, purtroppo, di estrema destra tirato fuori dal cassetto soltanto per racimolare qualche voto e non perdere nemmeno i consensi cui un vero partito liberale – quale il PDL pretende di essere – dovrebbe guardare con orrore.
E poi, oltre a non aver ancora scelto i compagni di viaggio, i principali rappresentanti dell’opposizione non si sono neanche preoccupati di trovare degli interlocutori nello schieramento avverso: interlocutori con i quali fare fronte comune contro il berlusconismo (non contro Berlusconi come persona ma contro le sue idee che riteniamo sbagliate) che dilaga sempre più nel Paese.
Un esempio di correttezza e di lealtà istituzionale, in questi mesi, lo ha fornito Gianfranco Fini, assumendo posizioni coraggiose, come la recente condanna del voto di fiducia posto dalla maggioranza sulla Finanziaria.
Senza dimenticare altre figure di quell’area con le quali sarebbe doveroso avviare un dialogo ed un confronto su grandi temi cruciali come la giustizia, la solidarietà sociale, l’immigrazione.
Ho sentito spesso persone di centrosinistra apprezzare le parole di Fini, di Fabio Granata, della Polverini, di Giulia Bongiorno, di Flavia Perina; il tutto in privato perché in pubblico dovevano poi dire che si tratta solo di ex fascisti risciacquati a Fiuggi, nascondendo il loro vero pensiero per paura di perdere i consensi delle frange più intransigenti dell’elettorato.
Dimenticano questi signori che apprezzare un avversario e dirlo pubblicamente non significa abbracciarne le idee; dimenticano che Enrico Berlinguer non era certo democristiano ma nel 1976 si astenne sul voto di fiducia al governo, dando vita ad una fase di collaborazione istituzionale di cui oggi ci sarebbe più che mai bisogno.
Partendo dalla regione in cui vivo, il Lazio, auspico che la campagna per le Regionali si svolga con toni cordiali e civili come avviene in tutto il resto del mondo, senza la demonizzazione dell’avversario, senza insulti, senza gesti inqualificabili come quello che compì Berlusconi durante la campagna elettorale per le ultime Politiche, quando stappò pubblicamente il programma elettorale del Partito Democratico.
Chiunque sia il candidato del centrosinistra nel Lazio, la prima cosa che deve fare è riconoscere il valore umano e politico di una donna come la Polverini, spesso capace di assumere posizioni coraggiose e di farsi portavoce di istanze sociali che venivano anche dai nostri elettori.
Legittimare l’avversario ed essere disposti ad un confronto aperto e leale con chi la pensa diversamente è il miglior punto di partenza per isolare gli estremismi dell’una e dell’altra parte e porre un argine al berlusconismo che ha cambiato e reso peggiore l’Italia.
Sono pienamente d’accordo con chi afferma che bisognerebbe ritrovare lo spirito dell’Assemblea Costituente, quando tutti insieme scrivemmo la Carta costituzionale che oggi giustamente difendiamo e consideriamo un baluardo della nostra democrazia, proprio perché scritta da tutti e quindi rappresentativa dei sentimenti e delle esigenze di tutti.
Più che le sue frequentazioni e le sue questioni sessuali, quello che dovremmo rimproverare a Berlusconi sono le sue due vere mancanze: non avere un profilo ed una caratura internazionale e non essere mai riuscito a farsi minimamente apprezzare da chi non lo voterà mai, dividendo il Paese anziché unirlo, trasformando anche le elezioni per l’amministratore di condominio in un referendum pro o contro Berlusconi.
È arrivato il momento di guardare avanti, di andare oltre, di entrare tutti nel Terzo millennio, nell’era post-ideologica, ricca di ideali ma priva di fedi cieche e assolute, da sempre foriere di tirannidi ed oppressioni.
Cito una frase che riassume il senso di quanto ho detto finora: “Gli italiani si trovano davanti a sfide nuove. Dovranno ridefinire il senso del loro stare insieme come nazione davanti a fenomeni giganteschi ed epocali. Ci troviamo di fronte a un grande movimento storico che non dobbiamo subire ma di cui dobbiamo essere protagonisti attivi. E voi, ragazzi nati con il crollo del Muro di Berlino, dovrete essere in prima fila”.
Queste parole non le ha scritte Veltroni, Franceschini o Napolitano; le ha scritte Gianfranco Fini, invitandoci ad un confronto sull’Italia che vorremmo lasciare ai nostri figli ed esortandoci implicitamente a fornire le nostre proposte per non lasciarlo parlare in solitudine, attaccato dai nostalgici di un periodo che mai il nostro paese deve tornare a vivere, neanche sotto forma di farsa o di parodia.
Nei prossimi decenni, l’Italia diventerà finalmente un paese multietnico, con razze, culture e tradizioni diverse; diventerà finalmente un paese moderno come la Francia o la Gran Bretagna, un paese che mi auguro possa avere un giorno un Presidente del Consiglio nato in Italia ma figlio di immigrati, venuti da noi a cercare un futuro migliore.
Nasceranno ragazzi di colore, già ci sono, che parleranno come noi, con i nostri dialetti, i nostri intercalari, la nostra lingua; ragazzi che frequenteranno le nostre scuole e studieranno la nostra storia.
Una cosa che mi piacerebbe proporre ad un ministro dell’Istruzione diverso dalla Gelmini sarebbe l’introduzione di programmi scolastici meno nozionistici, meno noiosi e più vasti, che contemplino uno studio approfondito della storia e delle culture dei popoli che si stanno fondendo con il nostro. Non è soltanto una questione di cultura e di conoscenza – che non guastano mai – ma soprattutto di accoglienza, di convivenza civile, di rifiuto di ogni forma di razzismo, di xenofobia, di violenza gratuita ai danni dell’altro solo perché ha un colore della pelle differente dal nostro.
Ho ammirato moltissimo Walter Veltroni quando, il 17 aprile 2004, nelle strade di Roma si svolse una manifestazione popolare che diede voce all’Africa, ai suoi sogni, ai suoi colori, alle sue domande di giustizia e a alla complessità di un mondo assai più vicino di quanto non sembri.
Allo stesso modo, ammirai Fini quando manifestò con accanto un immigrato: era l’autunno del 2003 e l’attuale presidente della Camera aveva proposto di concedere il voto agli immigrati, suscitando le ire funeste della Lega e cominciando a mostrare un’indipendenza ed un’autonomia di giudizio per le quali oggi è secondo solo a Di Pietro nella classifica dei politici “massacrati” da “il Giornale”.
Conoscendo il Cavaliere ed il potere mediatico di cui dispone, nessuno si sarebbe immaginato che Fini riuscisse a resistere a tanti e tali attacchi. Invece ha retto e, da quando ricopre la terza carica dello Stato, ha onorato il proprio ruolo al punto da arrivare ad insidiare la popolarità di Napolitano.
Adesso tocca a noi; tocca a noi fare lo stesso, tocca a noi deporre la clava e sotterrare l’ascia di guerra, tocca a noi aprirci e mostrarci disposti a seguire, non solo a chiacchiere, gli inviti del Capo dello Stato ad instaurare un clima più vivibile e degno di una democrazia occidentale.
Quello di cui ha un urgente bisogno l’Italia è di tornare alla normalità, di tornare a vivere in un clima sereno, di tornare alle urne senza l’incubo di votare pro o contro Berlusconi perché questo condiziona irrimediabilmente le scelte della gente, creando nuovi radicalismi, alimentando le posizioni più negative e controproducenti, bloccando sul nascere ogni tentativo di introdurre anche alle nostre latitudini quel riformismo illuminato e condiviso da tutti che contraddistingue da sempre la Gran Bretagna e i paesi scandinavi.
Non ci sono riforme giuste di sinistra e riforme sbagliate di destra; le riforme o sono giuste o sono sbagliate, chiunque le abbia varate.
Considero sbagliatissima e pericolosa la riforma Gelmini, che non innova nulla e si adegua ai tagli imposti da Tremonti, ma non ho mai fatto mistero di non aver apprezzato le precedenti riforme in materia di Istruzione messe a punto da alcuni esponenti del centrosinistra.
Nei prossimi decenni nasceranno ragazzi di destra e ragazzi di sinistra ed il futuro apparterrà a noi e a loro insieme, senza queste distinzioni che vanno bene nelle aule parlamentari e nelle istituzioni ma non sono accettabili nel resto della società.
L’errore più grave che potremmo commettere è quello di diffidare a priori del prossimo solo perché vota diversamente da noi.
L’altro errore che dobbiamo evitare come il fuoco è di rinchiudere il centrodestra nella figura di Berlusconi; Berlusconi è il leader attuale ma non è eterno e sul piano politico inizia a mostrare parecchie falle e parecchi cedimenti che prima riusciva a mascherare con maestria.
Sfidare il centrodestra sui valori e batterlo alle urne significa mettersi insieme intorno ad un tavolo e cercare di rappresentare sia le istanze di chi ha votato i partiti riformisti sia, soprattutto, quelle di chi ha votato dall’altra parte ma è disposto ad ascoltare anche gli altri.
Il futuro dell’Italia passa anche da qui, dalla nostra capacità, se ce l’avremo, di isolare i Tartaglia che si annidano nella Penisola e di eliminare l’odio dal dibattito politico.
Con la violenza, con le accuse false e calunniose, con i titoli di giornale a nove colonne volti al linciaggio dell’avversario politico si è divisa l’Italia in due blocchi contrapposti, come se fosse in atto una nuova Guerra Fredda dove ogni tanto a qualcuno viene voglia di menare le mani.
Se abbocchiamo all’esca dell’odio e dello scontro gli unici a prevalere saranno coloro che l’hanno generato e che ne hanno bisogno per continuare a mettere in atto linciaggi verbali e linciaggi a mezzo stampa ai danni di chi non accetta e non si rassegna al pensiero unico.
Sogniamo un’altra Italia, ma sognare non ci basta più. Adesso dobbiamo costruirla l’Italia che per lungo tempo abbiamo sognato e siamo tutti operai che devono rimboccarsi umilmente le maniche e condurre il Paese verso il domani di cui non può fare a meno.

P.S. Colgo l’occasione per rivolgere a tutta la redazione e i collaboratori di Articolo 21, ma soprattutto a voi lettori che date un senso al nostro lavoro, i migliori auguri di Buon Natale e di un 2010 nel quale scompaiano le scorie che stanno avvelenando la nostra società in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo.

Roberto Bertoni

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