| Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 17:51
di Simone Petrelli
Il 2009 è stato un anno duro. Crisi, recessione, tagli, licenziamenti. E 50 attacchi con 800 morti da annotare sull’agenda del Waziristan. L’ultimo proprio poche ore fa, quando i droni della Cia hanno sganciato altri missili su Dattakhel, località poco distante da Miranshah che è uno dei principali capoluoghi del Nord Waziristan. Il target era il solito covo di miliziani della Jihad. O meglio, il presunto covo dei ribelli. Il bilancio, che è ancora tutt’altro che definitivo, è di due decessi e cinque feriti.
Ma appena ventiquattro ore prima lo stesso fazzoletto di terra era stato bersagliato da una decina di AGM-114 statunitensi, o Hellfire come vengono più comunemente definiti. 17 le vittime a causa dei missili anticarro nati per amplificare la capacità distruttiva degli elicotteri in caso di scontro con veicoli corazzati. Hellfire significa fuoco infernale, ed il nome è già di per sé parecchio brutale. Ma non si tratta che di un acronimo. Sta per HELicopter Launced FIre and foRgEt missile, cioè “missile eli-lanciato spara e dimentica”.
Un’arma, cioè, capace di colpire a distanza talmente considerevole da far dimenticare il proprio obiettivo. La dotazione perfetta per un conflitto da archiviare in fretta. Cerchiamo allora di fare un po’ di conti. Da gennaio ad oggi i raid sono 50. 'New America', fondazione degli States, stima frattanto che nell'ultimo anno e mezzo, i missili sparati sul suolo pakistano dalla sola Cia hanno ucciso intorno alle mille persone. Circa trecento erano civili. Tutti gli altri, talebani o affiliati ad Al Qaeda. Forse.
Ma il New York Times ha indagato e tirato fuori altri risultati. L’inchiesta firmata da Kilcullen ed Exum si chiude con proporzioni inverse, 700 civili morti e solo qualche decina di jihadisti neutralizzata. E la cosa peggiore è che esiste un resumé pressoché identico presentato da Amir Mir per il pachistano The News. E pensare che il Waziristan dovrebbe essere un territorio in via di pacificazione. Il conflitto locale, iniziato nel marzo del 2004, ha conosciuto una svolta nel settembre di due anni dopo, con la proclamazione di un cessate il fuoco ed il ripiegamento degli 80mila soldati dell’esercito pachistano dislocati nella zona.
Come sempre, dietro al Pakistan c’è Washington. Americane le armi usate dalle forze governative - ma anche olandesi ed italiane, francesi e cinesi, bielorusse ed ucraine. Americani i consiglieri inviati in loco per formare le forze di difesa pakistane. Americanissime le bombe che cadono ancora come se piovesse. Dall’altro lato della barricata, i guerriglieri islamici delle Aree Tribali. Che utilizzano armi artigianali prodotte in fabbriche di quart’ordine disseminate sul territorio, o magari quelle che arrivano più o meno clandestinamente dall’Afghanistan e dalla rete araba di Al Qaeda.
“La situazione del Waziristan assomiglia pericolosamente a quella afghana all’alba del golpe talebano”, ha commentato l’analista militare pakistano Talat Masood. E’ un modo, gentile e nemmeno troppo velato, per puntualizzare come il governo di Islamabad stia definitivamente perdendo il controllo delle Aree Tribali che segnano il confine con l’Afghanistan. La palese gravità della situazione non è ovviamente sfuggita agli Stati Uniti, che stanno aumentando la pressione sull’area ed intensificando incursioni e raid aerei.
Con l’unico ed altrettanto palese effetto di massacrare ignari civili e far così aumentare l’imbarazzo.
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