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Articolo 21 - Osservatorio Estero
Mafia d'altura - di Simone Petrelli
Mafia d'altura - di Simone Petrelli

di Simone Petrelli

Un tempo li avremmo immaginati così. Curvi nelle loro andature da avvinazzati, le barbe ispide e l’immancabile benda sull’occhio, magari anche quell’incedere particolare, goffo a causa della solita gamba di legno. Pirati, bucanieri, gentiluomini di fortuna in cerca di bottino, di avventura, di rivalsa. Ma i tempi cambiano in fretta, e tante cose si modificano. L’antica pirateria non ha fatto il suo tempo, ma i vecchi pirati sì. Lo sanno bene, i somali. E lo sa altrettanto bene chiunque si avventuri nelle acque del Golfo di Aden; deve saperlo per forza, perchè sta andando incontro alla guerra.

 

Pochi. Ma feroci e armati. Veloci e astuti. Sono un pò tutti così, i Jin del mare, i nuovi pirati. Si fanno chiamare in questo modo, come i demoni delle vecchie storie popolari. Proprio come loro appaiono dal nulla, colpiscono con furia capricciosa e fuggono in tutta fretta. Alcune voci li vorrebbero in trecento appena, una torma di analfabeti, di disperati. Ma loro, gli straccioni, sanno benissimo cosa vogliono. Denaro per gettarsi alle spalle la miseria indegna di un paese, il loro, che cade a pezzi da diciassette interminabili anni. Assalto significa ostaggi. E ostaggi chiamano riscatto.

 

Milioni di dollari, se tutto va bene. Appena la corsa settimana due anziani di nazionalità tedesca sono stati liberati dopo sei mesi di prigionia. Stanchi, smagriti, i nervi a pezzi. E con le scuse formali del governo autonomo del Puntland, che dopo tentativi infruttuosi di stabilire un contatto con i predoni è ricorso alla fine al carisma degli immancabili anziani. La Somalia non somiglia affatto ad uno stato. Il governo fa la voce grossa solo attorno alle grandi metropoli, Mogadiscio, Baidoa, Jowhar e Beledweyne.

 

Fuori c’è di tutto. Al sud prospera l’islamismo bellicoso. Al centro, Kismaayo è la capitale dell’opposizione tribale. A nord, il Somaliland un tempo fedele alla corona inglese si è autoproclamato indipendente, e così ha fatto anche il Gedo. Poi c’è la punta del Corno d’Africa, il Puntland. Che ha un governo proprio, un’amministrazione autonoma -fantasma- e fa finta di non vedere le pesanti ingerenze esercitate dai potentati locali. Il cuore della pirateria è proprio qui. La nuova Tortuga. Il paese dei balocchi per tutti coloro, agricoltori o pescatori, che hanno intravisto i buchi nelle maglie del sistema.

 

Dal 2006 al 2007 la pirateria è cresciuta. E’ aumentata del 10 per cento. Ma quest’anno le cose stanno andando addirittura peggio. Più 50 per cento, dicono alcune stime. In netta cotrotendenza rispetto al resto del mondo. Perchè in Nigeria le cose vanno meglio, e India, Indonesia, Tanzania, Brasile, Venezuela e Perù sembrano seguire lo stesso trend. I mari sono più sicuri. Ma non ovunque. Non sugli stretti di Malacca. Non in Somalia.  Finora si è trattato solo di mafia del mare, con un giro di proventi che ha del malavitoso, ma nulla più. Eppure i soliti ben informati suggeriscono che perfino Al Qaeda abbia preso a gettare sguardi interessati al business somalo.

 

Le stime dell’International Maritime Bureau parlano di guadagni stimabili in 13 miliardi di dollari all’anno, ma potrebbero essere addirittura 16. Non male, per i disperati di Somalia. Ex pescatori che avevano cominciato un pò per gioco, dandosi al traffico di clandestini verso lo Yemen, verso i ricchi stati del Golfo. Poi c’è stato il salto di qualità. Niente potere centrale, niente noie. E tutta la libertà di tendere imboscate. A tutte le imbarcazioni in transito per il canale di Suez. Nessuno di loro ha scordato da dove viene.

 

Nessuno è riuscito a sbarazzarsi delle cicatrici di una vita di stenti, fatta di regole che alla fine scompaiono fino a lasciare spazio per un’unica alternativa. Resistere o morire. Lo ricordano bene, i pirati. Lo ricordano tanto da lasciare poca scelta anche alle loro vittime. Arrendersi o affogare. 90 navi su 100 alzano bandiera bianca. Per le altre non ci sono che proiettili e arrembaggi, granate e violenza. Non va sempre così, è vero. Un’imbarcazione nordcoreana sotto scacco è stata salvata in extremis dal cacciatorpediniere americano James E. Williams.

 

Il pattugliatore “Comandante Borsini” ha disperso cinque barchini di pirati diretti verso la petroliera italiana Neverland a fine aprile.  Ma i cattivi di qeusta lunga storia sono infaticabili. E vendono i loro servigi, assalti, saccheggi e cattura di pescherecci d’altura, cargo e navi da crociera per appena dieci dollari. Così è stato per il “Playa de Barko”, peschereccio basco con 26 uomini di equipaggio caduto nelle mani dei filibustieri. Così è stato per l’88 metri “Le Ponant”, 850 tonnellate di trialbero di lusso, orgoglio della Compagnie des Iles du Ponant, che stava rientrando dall’ennesima crociera di lusso alle Seychelles.

 

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha finito per approvare all’unanimità una risoluzione preparata da Usa, Francia e Panama che autorizza le marine da guerra di paesi terzi a penetrare nelle acque territoriali somale per inseguire i predoni. Ma loro, intanto, fuggono sempre più veloci, ombre imprendibili nel caos del loro paese in ginocchio. Dopo ogni sequestro, le poltrone dei potenti a Mogadiscio tremano per un pò. Il tempo di avvisare telefonicamente le ambasciate dei paesi interessati, e promettere e giurare morte e punizioni esemplari per i colpevoli.

 

Ma per punirli bisogna prima prenderli. E il governo pare non possa proprio fare di più.

Dalla rete di Articolo 21