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Articolo 21 - Osservatorio Estero
Honduras: facciamo il punto della situazione - di Simone Petrelli
Honduras: facciamo il punto della situazione - di Simone Petrelli

di Simone Petrelli

¡Que viva Lobo! titolano i quotidiani a Tegucigalpa. Un omaggio al candidato del Partido Nacional che alla fine l’ha spuntata nelle elezioni honduregne. Nessuno, ancora, punta il dito sull'astensionismo, che in questa tornata ha raggiunto la quota del trentacinque per cento. Un tasso enorme, ma che impallidisce di fronte al record del quarantacinque per cento raggiunto nelle passate elezioni. A votare pare siano andati solo 30 honduregni su 100. Pare. Perché è un dato diffuso soltanto da parte del Fronte contro il golpe.

Che è l’unico a fare un gran rumore insieme a lui, Manuel Zelaya. Lui che ha perso proprio tutto, perché fino a qualche mese fa era presidente del Paese. Zelaya oggi è un ex del potere. Deposto dal colpo di Stato di fine giugno, non ha mai digerito la cosa. Come avrebbe potuto farlo? Così non si rassegna, e seguita a contestare il risultato, definendo l’accaduto una farsa completa. Ma le votazioni, comunque, si sono concluse. Dunque ci sono state, e si sono svolte nonostante il clima elettorale tesissimo. Con un maxi-cordone di 30mila tra esercito e polizia che hanno invaso la capitale Tegucigalpa e le altre città maggiori per evitare lo scoppio di moti.

Molti gli arresti effettuati a San Pedro Sula, dove la polizia ha attaccato una manifestazione sostanzialmente pacifica che se la prendeva con i golpisti e le elezioni-farsa. Nella zona rurale del Paese invece il clima è rimasto abbastanza tranquillo. Anche l'affluenza alle urne è stata tutto sommato bassissima. Sul web circolano ancora fotografie scandalose scattate fuori da un seggio. Alla parete, appese in bella mostra, c’erano alcune schede, per l’occasione già segnate. Aeroporti bloccati e voli cancellati sono tornati ad essere un ricordo dei giorni delle elezioni.

Perfino la polizia sta smettendo di fare irruzione ovunque con il pretesto di cacciare armi di contrabbando e materiale sovversivo sparpagliato nel Paese dagli oppositori per sabotare le elezioni. La militarizzazione forzata di alcune zone considerate focolai di resistenza sta lentamente calando. E l'Honduras minato del day after, del dopo-golpe, si incammina verso un altro capitolo della sua strana storia. Lasciandosi alle spalle una tornata elettorale misconosciuta dalla comunità internazionale e addirittura dal popolo.

Eppure, le spalle dei nuovi signori di Tegucigalpa sono più che protette. Perché dietro di loro c’è un’ombra, quella statunitense, che permette che i golpisti siano ancora al potere e che un presidente che a molti sembrava legittimo abbia finito per asserragliarsi in un'ambasciata straniera. Washington, in fondo, non aveva che da guadagnarci. Nel tempo, ha già accumulato ben quattro basi militari nella sola Panama, che fanno da complemento alle sette create in Colombia. Una piazzaforte immensa, dalla quale potrebbe muovere verso qualunque paese del Sudamerica.

Basterebbe poco, basterebbe un attimo. Specialmente con la Quarta Flotta ancora in acque latinoamericane. Ed al popolo honduregno, più o meno cosciente della reale deriva del Paese, non resta che gridare. ¡Que viva Lobo!

 

Dalla rete di Articolo 21