| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
di Simone Petrelli
Niente più spot. Lo suggerisce, ma a ben vedere si tratta di un ordine nemmeno troppo velato, il Leader Supremo. Così Kim Jong-Il si assume un’altra pesantissima responsabilità di fronte al popolo coreano. La tv del nord non trasmetterà mai più spot capitalisti. Un monito impresso nella carne –e nella carriera- di Cha Sung-Su, ex consigliere ed ormai deposto fedelissimo di Kim in materia di televisione. Ma nel paese orwelliano per eccellenza al solito la notizia non gira. Tutto si acquieta in una bolla di sapone. Tutto ritorna alla normale, grigia quotidianità.
Così, a dare l’annuncio è l'agenzia sudcoreana Yonhap, che ricostruisce anche l’iter della spinosa vicenda. Gli spot incriminati erano andati in onda tra luglio ed agosto. Ad aprire le danze estive sugli schermi, una serie che promuoveva la birra nazionale, la Taedonggang. A seguire, progetti per altri spot. Tutti destinati a reclamizzare prodotti nordcoreani. Tutti casualmente passati al vaglio del Leader, rigettati e sospesi. Eppure, sarebbe stato proprio lo stesso Kim Jong-Il, in tempi non sospetti, ad ordinare il varo di spot "nuovi e moderni".
Un’iniziativa varata, allora, nell'alveo di un progetto pensato all’insegna della diversificazione e dell’interesse pubblico in materia di programmazione. Ora però tutto è cambiato. Gli spot sono illegali. Il popolo si arrangi. All’Onu resta l’ennesimo indizio della difficoltà estrema di vivere in Corea. Chapeau. Dopo l’ultimo rapporto internazionale sul Paese, che sosteneva come ormai la carestia sia drammaticamente vicina, visto che da cinque mesi buoni i tre quarti della popolazione nordcoreana non ricevono più gli aiuti del PAM come sanzione imposta per scoraggiare i programmi nucleari (fino a maggio il PAM raggiungeva sei milioni di persone, ora solo due).
Dopo la nota dolente dei diritti umani, un campo in cui la Corea non fa un passo avanti a causa della repressione che il governo esercita senza sosta. Dopo la discriminazione legalizzata che costringe le donne a non poter lavorare nel commercio né indossare pantaloni né usare biciclette. Dopo tutto questo, cosa resta della Corea del Nord? Resta l'ambasciatore di Pyongyang all'Onu, che sbraita ed accusa i suoi accusatori di falsità, distorsioni, bugie. Resta la macchia scura sulla carta geografica, un pozzo nero in cui affogano lentamente 23 milioni di persone cui è concesso ben poco.
Il tempo in questo Paese ormai scorre poco. E’ così dal ‘48, l’anno di Kim Il Sung, l’anno della rivoluzione. E della dittatura. Da allora, le notizie di questo angolo di mondo lontano anni luce sono episodiche ed incomplete. Ma il poco che trapela trasuda un orrore antico. Meglio il silenzio, meglio non parlare. Perché in Corea il sistema ha creato la responsabilità collettiva assoluta. Un meccanismo per cui se una persona commette di aver commesso un crimine viene punita assieme a genitori, sorelle, fratelli, parenti.
Ascoltare una radio straniera porta alla galera. Sedersi inavvertitamente sopra una fotografia del leader anche. Idem dicasi se si viene sorpresi a cantare una canzone del Sud. I processi non ci sono, e nemmeno la possibilità di difesa. Si viene condannati e basta. Il resto è lavoro, lavoro, lavoro. Turni da 18, alcuni dicono 20 ore al giorno. Il cibo è scarso. Ogni ora i media passano un notiziario Leader-centrico. Radio e tv si sintonizzano solo sulle stazioni governative, e d’ora in poi non passano neanche gli spot.
Ma il peggio è altrove. Perché il regime ha vinto davvero. Quasi 30 anni fa se ne era accorto Tiziano Terzani, quando raccontava come il popolo credesse, e fermamente, che la muraglia coreana, il muro di 240 chilometri che corre lungo la zona smilitarizzata tra Nord e Sud fosse nato da una crudele macchinazione dell’orco, degli americani che volevano impedire ai sudcoreani di andare a vivere a Nord.
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