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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Cronache dall’Italia- Lo sconforto
Cronache dall’Italia- Lo sconforto

L’idea di scrivere questa rubrica nella rubrica – che vi terrà compagnia per alcune settimane – mi è venuta qualche giorno fa in treno, ascoltando le storie e, in molti casi, le disavventure dei pendolari che si recavano al lavoro di prima mattina.
Non so quanto durerà: tutto dipende da ciò che osserverò di volta in volta, dalle riflessioni che mi suggerirà lo stare a contatto con la gente, dallo sviluppo delle cronache politiche e dalle ripercussioni sociali che provocherà l’espandersi di una crisi economica sempre più crudele e ingovernabile.
Mercoledì mattina, sono da poco passate le sette e mezzo quando mi ritrovo sulla carrozza del treno di cui che mi porta a Roma, stretto tra decine di persone al punto da non poter nemmeno studiare per l’impossibilità di tenere aperto il libro.
Ad ogni fermata, le persone si preoccupavano per il cattivo odore di bruciato che veniva dai freni, costretti, al pari del motore, a compiere uno sforzo di gran lunga superiore a quello per cui sono stati progettati.
Era saltata una corsa, forse due, e lo stesso capita sempre più frequentemente, causando ulteriori disagi a gente che non sa come arrivare alla fine del mese né se il prossimo mese avrà ancora un lavoro.
Ad un tratto, mentre discorro cordialmente con una signora, sento una voce rivolta verso di me: “Vai ancora a scuola, vero?”. Rispondo di sì, precisando però che sono uno studente universitario; ed il signore prosegue: “Sempre di scuola si tratta, vedrai quando ti troverai nel mondo del lavoro”.
Tutto sommato, me l’ero meritata, dato che mi stavo lamentando degli orari disumani dell’università: talmente disumani da costringere persone che vengono da lontano a svegliarsi alle quattro del mattino e a rientrare a casa quando il Sole è ormai tramontato da un pezzo.
Sul momento, non ho dato importanza a quelle parole, mi sono sembrate una cortese osservazione ed un invito a non meravigliarmi dei disagi che costituiscono la normalità per milioni di persone.
Ma tornando a casa, mentre riuscivo finalmente a studiare e a leggere il manuale di Diritto pubblico, mi sono tornate in mente quelle parole e ho capito che non si trattava né di un’osservazione né di un invito; era un avvertimento in piena regola: sappi, ragazzo, che i problemi con cui ti trovi a combattere oggi sono una sciocchezza rispetto a quelli con cui ti troverai a combattere domani, quando avrai la responsabilità di una famiglia sulle spalle.
Quella semplice frase mi ha permesso di comprendere lo stato d’animo con cui si recano al lavoro la maggior parte degli italiani: in loro non c’è più il desiderio di dare il massimo, di fare del loro meglio, di contribuire al successo e all’incremento di vendite e di capitale della propria azienda; in loro non c’è più nemmeno la volontà di guardare avanti, di pensare al domani, di preoccuparsi per le prossime generazioni; in loro c’è solo il desiderio di sopravvivere, di sfangare la giornata, di poter tornare dalla propria famiglia con la certezza di avercela fatta anche stavolta, con la speranza di non vedersi consegnare una lettera di licenziamento che li getterebbe nella più cupa disperazione.
È questo il dramma e lo sconforto in cui vive l’Italia di oggi, l’Italia vera, l’Italia che lavora, l’Italia che fatica ad arrivare alla fine del mese, l’Italia che è costretta a rinunciare a qualunque bene superfluo e, talvolta, anche a quelli necessari pur di far quadrare i conti.
Quel treno è l’emblema di come siamo ridotti oggi: merci pigiate l’una sull’altra, costrette a fare a spintoni per salire a bordo e guadagnarsi un briciolo di posto, senza più voglia di reagire, senza più la forza di andare avanti, nei casi più tragici senza più dignità né rimorso per le azioni riprovevoli che si è disposti a compiere pur di rimanere a galla e non sprofondare.
“Che sprofondi qualcun altro, che sia qualcun altro a doversi preoccupare di come sfamare la famiglia” è diventato il pensiero collettivo in questa Italia cattiva ed egoista del 2009.
Eravamo lì, stretti l’uno all’altro, e nessuno si preoccupava di scansarsi un po’, di cedere un po’ di spazio, di rinunciare ad un minimo di pseudo-comodità per consentire anche agli altri di stare meglio. Chi stava seduto ci osservava quasi compiaciuto, come se fossimo quei disperati che approdano esausti sulle coste italiane a bordo di un gommone, quando riescono ad approdare e non vengono respinti in alto mare, grazie alla brillante legge varata dal ministro Maroni.
Per circa mezz’ora mi è toccato assistere ad una sorta di guerra tra poveri, in cui ci si contendeva un appoggio e nessuno era disposto a togliere una mano per consentire all’altro di reggersi ed evitare di cadere o di farsi male quando il macchinista avesse frenato.
Sarei potuto scendere a Tiburtina ma sono volutamente sceso a Ostiense, per godermi almeno qualche minuto del viaggio, per potermi sedere, come se in quel momento avessi trovato un posto al Sole, quel pizzico di serenità che cercano invano milioni di lavoratori italiani.
È una marea montante lo sconforto che attanaglia il nostro paese: un’onda pericolosa che rischia di travolgere tutto e tutti e di spazzare via senza pietà ogni certezza.
Basta farsi un giro per le strade ed osservare gli occhi della gente che si reca al lavoro per rendersi conto del loro stato d’animo. Nessuno, almeno tra quelli che mi è capitato di incontrare, accenna ad un sorriso, in pochi mi paiono sereni, qualcuno legge nervosamente il giornale, altri leggono un libro, qualcuno discute e commenta la propria situazione con chi gli sta vicino ma è raro incontrare qualcuno che si interessi veramente a problemi che non sono i suoi. Il più delle volte, durante questi discorsi, basta guardare il volto dell’interlocutore per accorgersi che si ferma ad ascoltare per pura cortesia, ma in realtà sta pensando agli affari propri, alle proprie difficoltà, alla propria famiglia e, al massimo, si limita a dire al poveraccio come lui che si sfoga per cercare conforto: “Come la capisco”.
All’Università, mi è capitato addirittura di sentire frasi del tipo: “So che studiare mi servirà a poco; io ci provo ma tanto si sa che in questo Paese trovare un lavoro è un’impresa proibitiva”. Stiamo parlando di ragazzi come me, di giovani che a meno di vent’anni hanno già smesso di credere in se stessi; stiamo parlando di un mondo che ci scorre sotto gli occhi e non riusciamo ad afferrarlo, rifiutandoci di capire, voltandoci dall’altra parte, alle volte negando che esista per provare a farci forza, alle volte esagerando la negatività della nostra situazione per crearci un alibi e ottenere compassione.
Quest’Italia dello sconforto non ce la fa a reagire, non sa nemmeno perché dovrebbe farlo, dato che l’unica certezza che le è rimasta è di non avere un futuro.
Se chi ci governa (e quando dico questo non mi riferisco solo all’attuale maggioranza, la quale ha dimostrato ampiamente di non essere interessata a questi argomenti, ma soprattutto alla nostra parte politica che troppo a lungo ha taciuto quando avrebbe dovuto fornire risposte chiare e convincenti) afferrasse questi concetti, forse gli sembrerebbe meno strano che gli studenti studino di meno, che i lavoratori producano di meno, che gli insegnanti si siedano in cattedra con uno stato d’animo che non consente loro di trasmettere a pieno le proprie conoscenze agli alunni.
Per anni, anche il centrosinistra ha preferito leggere i dati dell’OCSE, riflettere sulle statistiche, sui risultati dei test dell’INVALSI, sui demenziali quiz a crocette con cui si pretende di selezionare gli studenti in certe facoltà; quasi nessuno si è preoccupato del calo di motivazioni generale che ha portato allo sfacelo in cui ci troviamo attualmente e dal quale sarà difficilissimo uscire.
Proprio in questi giorni, mi è capitato di leggere alcuni dati riguardanti i tagli di stipendio mensile e di liquidazione operati dal signor Brunetta all’indirizzo dei lavoratori della ricerca: ma con quale spirito, questo persecutore di poveri cristi, pensa che quei lavoratori si rechino in laboratorio quando le sforbiciate predisposte da lui e dal collega Tremonti li priveranno di oltre cinquecento euro al mese?
Ma con quale spirito, il ministro Gelmini pensa che si possano recare al lavoro i docenti, dopo che lei li ha tacciati di essere un manipolo di scansafatiche, di ignoranti, di incapaci, di personaggi politicizzati che strumentalizzano i bambini contro di lei e le sue mirabili riforme?
Ma con quale spirito possono lavorare i giornalisti, continuamente minacciati di querele, licenziamenti, punizioni e censure d’ogni sorta?
In questa Italia le libertà, i diritti e i princìpi che fino a quindici anni fa erano considerati sacri ed inviolabili, sono ormai sottoposti all’arbitrio di chi comanda ed assume di giorno in giorno più potere.
Lo sconforto più grande, per la maggior parte delle persone, deriva dal fatto di dover andare contro i valori e gli ideali in cui hanno sempre creduto per poter continuare ad esistere come persone e non come oggetti che, a piacimento, si possono spostare da un ripiano all’altro e, all’occorrenza, anche gettare via.
Ci chiediamo se possa avere un futuro un Paese ridotto in queste condizioni e la risposta appare scontata, quasi banale.
Eppure, è proprio quello sconforto, quella volontà di mollare tutto, quella disperazione, quella mancanza di coraggio e di dignità che noi dobbiamo tornare a guardare negli occhi e a combattere, fornendo un’alternativa, una speranza, una nuova strada da imboccare, proprio come ha fatto Barack Obama negli Stati Uniti.
È forse anacronistico dire che dobbiamo tornare nelle fabbriche, ma di sicuro dobbiamo tornare nei mercati, nelle scuole, negli enti di ricerca, nelle redazioni dei giornali piccoli e grandi, nei supermercati: in tutti i luoghi in cui si consuma lo sconforto di una Nazione, per restituire alla gente speranza, dignità e il desiderio di rialzarsi e di pensare in grande.
Solo se combatteremo questa marea montante di sconforto, potremo essere nuovamente credibili, mettendo in evidenza il fallimento di una politica distante dai cittadini, asserragliata nei palazzi del potere e francamente troppo ambigua e piena di ombre per consentire all’Italia di uscire migliore dall’abisso in cui questa crisi l’ha sprofondata.

Roberto Bertoni

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