| Domenica, 01 Agosto 2010 - Ultimo aggiornamento: 21:00
Il decreto tv andrebbe modificato in
diversi aspetti. Questa la posizione espressa dal presidente
dell'Agcom, Corrado Calabrò, durante l'audizione in commissione
Lavori pubblici al Senato. Audizione che fa parte di quelle
previste sia a Palazzo Madama che alla Camera per un
approfondimento sul decreto legislativo, che attuando la
direttiva Ue sulla tv senza frontiere, modifica in diversi punti
il testo unico sulla tv e anche il funzionamento degli internet
provider.
Durante l'audizione, ha detto Calabrò, "ho rivendicato il ruolo
dell'Agcom e la sua funzione regolatrice", a fronte del fatto che
da testo emerge una "frammentazione delle competenze e alcune
vengono anche sottratte". Per il presidente dell'Agcom nel
decreto "ci sono aspetti che vanno riconsiderati perché non
perfettamente coerenti con la direttiva". Ci sono "duplicazioni
terminologiche" e poi tutta la questione internet con quella
autorizzazione che, secondo il testo, andrebbe chiesta al governo
e che risulta essere "un intervento preventivo" che "rischia di
diventare un filtro burocratico" che va contro le disposizioni
europee in materia.
Calabrò ha poi ribadito che le "produzioni indipendenti vanno
salvaguardate" anche perché la loro crescita è avvenuta "grazie
alle quote di investimento e produzione, sopprimerle
significherebbe stroncare le produzioni stesse". Per il
presidente dell'Agcom, in generale, "la delega è molto ampia",
ovvero il testo con cui è stata recepita la direttiva Ue.
Durante l'audizione in Senato Calabrò ha
sottolineato che, sotto diversi aspetti, il decreto tv "non
appare corrispondere alle indicazioni comunitarie" innanzitutto
sul ruolo dell'Autorità alla quale, secondo l'ordinamento interno
agli Stati dell'Ue, "vengono affidati compiti di regolazione" e
questo costituisce "un caposaldo della tutela del pluralismo e
della concorrenza". Per il presidente dell'Agcom, in generale, il
recepimento della direttiva sulla Tv senza frontiere "poteva
essere l'occasione per ridisegnare un quadro organico della
materia televisiva" ma "purtroppo questa occasione rischia di
essere persa perché lo schema di decreto accentua ancora di più
la bipartizione delle competenze, mantenendo inoltre la materia
delle autorizzazioni, con l'unica eccezione di quelle
satellitari, sotto il controllo dell'Esecutivo". Mentre negli
altri Paesi l'attuazione della direttiva è demandata alle
autorità indipendenti, in Italia si crea una "separazione di
competenze tra esecutivo e Autorità e, in alcuni casi, ad una
sottrazione di competenze".
Nel dettaglio, osserva Calabrò in tema ad esempio di minori,
"suscita perplessità" che sia affidato solo al Comitato di
applicazione del codice Media e Minori "il compito di proporre
criteri di classificazione dei contenuti ad accesso
condizionato", i quali vanno approvati con decreto ministeriale,
e "si ritiene invece che debba essere previsto un ruolo attivo
dell'Autorità" su questi criteri.
Quanto al product placement e alle "procedure di
autoregolamentazione da parte di produttori, emittenti e
concessionarie di pubblicità" risulta "messo in discussione" il
principio previsto dalla legge istitutiva dell'Agcom, per cui è
la stessa Authority che emana "regolamenti attuativi delle
disposizioni di legge in materia di pubblicità sotto qualsiasi
forma e di televendite".
Il potere regolatorio in capo all'Agcom,
ha proseguito Calabrò, dovrebbe essere specificato anche sul
fronte dei tetti agli spot per le pay-tv, che il decreto riduce
gradualmente in tre anni dal 12 al 18 per cento. Posto che "sono
fissati dalla legge", le norme "devono essere integrate da una
regolamentazione di dettaglio" che "spetta all'Agcom adottare".
Quanto alla produzione audiovisiva europea, Calabrò considera un
errore non considerare le emittenti televisive in pay-per-view
tra quelle che rientrano "nella disciplina di promozione delle
opere europee e indipendenti", come anche cancellare la norma sui
diritti residuali, oggetto peraltro di un regolamento della
stessa Authority: "la legge - osserva Calabrò - potrebbe
limitarsi ad indicare i criteri direttivi in materia di diritti
soggettivi che l'Autorità dovrebbe seguire". Inoltre "non
sembrano trovare giustificazione né la riduzione della quota di
investimenti in produzioni indipendenti" per la Rai (dal 15 al 10
per cento), "né la sostanziale penalizzazione del cinema
italiano, per il quale non è più prevista una sottoquota di
garanzia".
C'è poi il capitolo internet, che di suo pone, ricorda Calabrò, i
problemi di "apertura, tutela della privacy, del diritto d'autore
e la sicurezza". Questioni su cui è difficile attuare interventi
limitativi, specialmente ex ante. Dunque il decreto, prevedendo
per i siti un'autorizzazione da chiedere al Governo "pone il
nostro Paese in una situazione unica nel mondo occidentale.
Calabrò ricorda che la direttiva che il decreto recepisce "la
definizione di servizi di media audiovisivi dovrebbe escludere
tutti i servizi la cui finalità non è la fornitura di programmi",
ad esempio i siti di informazione. Indicazione da seguire,
altrimenti si rischia "un impatto su mercati emergenti quali la
Iptv e la web tv". In sostanza, occorre "un approccio più ampio"
su una materia complessa, e anche una valutazione attenta sulla
"sede legislativa propria". Occorrebbe insomma "un ripensamento
più realistico da parte dell'Ue" e "non è esagerato pensare che
se ne dovrebbe occupare l'Onu".




