| Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:21
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di Federico Orlando
Attenti a non cadere nella trappola del poliziotto buono e del poliziotto cattivo, spesso evocata dall'amico Giulietti. Il poliziotto cattivo fa di cognome, mettiamo, Centaro. Istruito dai superiori, egli inzavorra il testo del decreto sulle intercettazioni, approvato dalla Camera, con ingredienti che fanno mettere le mani nei capelli anche al fedelissimo Fedele Confalonieri: divieto ai giornalisti di pubblicare notizie o atti di inchieste fino al termine dell'udienza preliminare; divieto di teletrasmettere immagini di magistrati nei palazzi di giustizia; divieto di riprendere il dibattimento se una parte si oppone; divieto di pubblicare le telefonate intercettate; divieto ai magistrati di collocare microspie se non dopo aver avuto la certezza che in quel luogo si sta commettendo un reato; divieto al pm di rilasciare dichiarazioni, pena trasferimenti e punizioni; divieto di mettere sotto controllo uno 007 senza aver avvertito la presidenza del consiglio; divieto di intercettare un prete senza aver prima avvisato il vescovo, né un vescovo senza preavviso al Vaticano; divieto di prolungare l'intercettazione (consentita) di reati di mafia per più di 75 giorni; divieto e pena fino a 4 anni di carcere per chi registra conversazioni (cosiddetto “emendamento D'Addario”, dal nome della bella escort che registrò gli amplessi di Palazzo Grazioli).
Il poliziotto buono (metti si chiami Berlusconi) e il fior fiore della squadra immobile che lo circonda (Gasparri, Quagliariello, Cicchitto, Berselli ecc.) sanno che tali emendamenti al rialzo sono palesemente incostituzionali: sia perché sopprimono la libertà di stampa sia perché attentano alla sicurezza del cittadino contro la criminalità. Tuttavia, vanno avanti affinché tutti sappiano quali sarebbero le vere intenzioni di questo governo, se solo gli fosse possibile portarle a compimento. Ma non è possibile. Si “mettono contro” il presidente della repubblica, la cultura costituzionale, la magistratura, l' editoria e la stampa senza distinzioni fra destra e sinistra, le organizzazioni sindacali, la scienza giuridica che sta già preparando le impugnative davanti alla consulta italiana e alla corte di Strasburgo. Per non parlare del governo americano che, con interferenza tanto insolita quanto significativa, ha espresso la sua condanna per le intenzioni del poliziotto buono; e dei presidenti della camera e del senato, il primo pronto a far uscire i suoi parlamentari dall' aula al momento del voto di fiducia, il secondo deciso a non far uscire da Palazzo Madama il secondo testo liberticida dei suoi 150 anni di storia ( dopo le leggi fascistissime del 1925).
Così si ipotizza di tornare al testo della camera senza gli emendamenti al rialzo del poliziotto cattivo. Anzi, con la caramella della sottosegretaria Giulia Bongiorno, che propone di elargire ai giornali il diritto di pubblicare un riassunto dei fatti, prima dell'udienza preliminare. Senonché, il testo della camera (che poi è il decreto Alfano) è proprio quello che prevede di suo il divieto di pubblicazioni e le relative sanzioni cosiddette “blande”. Sarebbe illusorio pensare che tale testo sarebbe meno osteggiato di quello emendato al senato. Esso incontrerebbe le stesse riserve ripulse e opposizioni che sono state enunciate nella dichiarazione dei direttori dei giornali: “ I giornalisti esercitano una funzione, un dovere non comprimibile da atti ci censura: a questo dovere non verranno meno, indipendentemente da multe, arresti e sanzioni”.
A questo punto il poliziotto buono, che dovrebbe dimenticare i suoi problemi personali e occuparsi di convincere tutti a sostenere i sacrifici per uscire dalla crisi finanziaria del paese, si trova in condizione difficile. Egli ha bisogno di questa legge come dell'aria, perché sa per che per i suoi conflitti d'interesse, come per gli interessi della casta o della cricca, una soluzione politica non esiste, ma esiste solo la soluzione mediatica: che finora lo ha premiato. Si capisce che di fronte alle rinunce agli emendamenti senatòri, il cavaliere dica: “Questa legge non serve più a nulla “. Lui voleva intercettazioni (limitate) solo per delitti di mafia e di terrorismo. Averci aggiunto come hanno fatto via via il ministro e le camere anche i reati di corruzione è un boomerang per chi proprio quei reati vuole nascondere all' opinione pubblica: prima e dopo L'Aquila, la protezione civile, la cricca dei lavori pubblici. Appare verosimile quindi l'ipotesi avanzata ieri da Liana Milella di un silenzioso abbandono del testo, sia quello cattivo che quello “buono”, come si fece per il processo breve, poi sostituito dal legittimo impedimento.
Il nuovo disegno di legge che dovrà regolamentare le intercettazioni per proteggere i cittadini dalla malavita comune e politica e le persone estranee ai motivi dell'indagine, non potrà che essere d'iniziativa parlamentare – maggioranza e opposizione – con ampio coinvolgimento della magistratura, degli apparati di sicurezza, dell'editoria e del giornalismo, della cultura, e dovrà prevedere almeno due forme di garantismo: un ' udienza preliminare con le parti , in cui si proceda allo stralcio e alla distruzione delle intercettazioni che coinvolgono soggetti terzi; un giurì delle parti e degli ordini professionali che fissi comportamenti etici a garanzia delle persone. Anche se, duole dirlo, finora altre esperienze di questo tipo – pensiamo ai minori, agli immigrati, etc. - sono state snobbate dal potere politico e lasciate cadere un po' da tutti. Se ne tenga conto il 3 giugno, quando torneranno pressa la federazione della stampa tutte le organizzazioni sociali che diedero vita alla manifestazione del 3 ottobre scorso a piazza del Popolo, per costituire un presidio sociale permanente contro il rischio di bavagli e contro il lassismo delle garanzie.
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