| Sabato, 11 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 22:56
Marrazzo ricattato, arrestati 4 carabinieri
«Complotto contro di me, non lascio» - Un video con un transessuale l'arma dell'estorsione. Danneggiate auto di ex moglie e figlia del governatore
da Il Messaggero
ROMA (23 ottobre) - Quattro carabinieri sono stati arrestati, a Roma, con l'accusa di aver ricattato a scopo estorsivo il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo. I quattro militari, avrebbero preteso dal presidente della Regione somme di denaro perché in possesso di un filmato su Marrazzo. Il governatore ha risposto parlando di vicenda surreale e di bufala, annunciando la sua intenzione di continuare il mandato fino all'ultimo giorno.Le accuse nei confronti degli arrestati, Luciano Simeone (30 anni), Carlo Tagliente (29), Antonio Tamburrino (28), Nicola Testini (37), sono di estorsione, rapina, violazione della privacy, violazione di domicilio e spaccio: avrebbero estorto a Marrazzo una cifra attorno ai 50mila euro in quattro tranche e su assegni che tuttavia non sarebbero mai stati incassati. I quattro assegni sarebbero stati staccati dal carnet di Marrazzo ma poi non sono stati messi all'incasso da chi li ha ricevuti perché consapevole che attraverso questi titoli di credito si sarebbero potuti acquisire nuovi elementi d'accusa.I quattro arrestati sono sottufficiali della compagnia Trionfale e sono stati bloccati dai carabinieri del Ros. Sono arrivati a loro tramite alcune intercettazioni relative ad un'altra inchiesta. I quattro saranno interrogati domani nel carcere di Regina Coeli dal gip Sante Spinaci che dovrà decidere sulla richiesta della procura di Roma, dell'emissione delle ordinanze di misure cautelari in carcere. L'inchiesta è coordinata dal procuratore di Roma, Giovanni Ferrara, dall'aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Rodolfo Sabelli.Agli atti c'è un filmato di alcuni minuti che ritrarrebbe Marrazzo durante un incontro intimo, lo scorso luglio. Gli inquirenti hanno intercettato il video nella disponibilità di un mediatore a Milano, ma occorrerà verificare chi abbia girato il filmato venuto poi in possesso dei militari che hanno ricattato Marrazzo. La vendita del filmato è stata proposta in questi mesi a numerose testate giornalistiche, ma nessuno ha mai mostrato interesse per l'acquisto. Da accertare la presenza di droga, cocaina, nell'appartamento dove avvenne l'incontro intimo.Il reato di rapina. Marrazzo sarebbe stato privato dei soldi che aveva nel portafogli, quando sarebbe stato sorpreso con una persona durante quello che fonti investigative definiscono come «rapporto mercenario». A riferire il particolare sarebbe stato lo stesso Marrazzo agli inquirenti. Per questo, ai quattro carabinieri è stato contestato anche il reato di rapina. Solo due dei quattro carabinieri fecero irruzione nell'appartamento.Nell'appartamento c'era anche un transessuale. Sarebbe stata proprio la natura scabrosa del video, girato sembra con un telefonino, a far scaturire il ricatto a Marrazzo. Resta da chiarire se il video sia stato girato proprio dai carabinieri o se, come gli stessi militari avrebbero dichiarato, il video sia stato girato da un altro transessuale e poi 'ceduto' ai carabinieri. In sostanza, quello che dovranno chiarire le indagini del Ros è se il controllo nell'appartamento sia stato casuale o meno. Il video comunque risalirebbe proprio alla mattina dell'irruzione dei militari nella casa, avvenuta ai primi di luglio.Negli atti dell'indagine assegni di Marrazzo non incassati. Negli atti dell'indagine ci sarebbero anche assegni, firmati dallo stesso Marrazzo e mai incassati. Gli assegni, per una cifra che sfiora i 50mila euro, sono al centro di due versioni contrastanti fornite da Marrazzo e dagli arrestati. Questi ultimi avrebbero sostenuto che il denaro sarebbe stato "offerto" dal presidente della regione Lazio e non estorto con ricatto. I quattro carabinieri rigettano anche l'accusa di aver girato loro il video nell'appartamento romano.Il decreto del Pm. Nel decreto di fermo si parla di un filmato con «Piero Marrazzo mentre si intratteneva con un transessuale all'interno di un'abitazione», con riferimento al video girato «con modalità abusive» nell'abitazione con lo scopo di ricattare il presidente della Regione Lazio. Nel filmato, si legge nel decreto firmato dai magistrati Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli, «si vedono anche della polvere bianca, che, per le caratteristiche, le circostanze e le dichiarazioni rese, consisteva con ogni evidenza in cocaina, nonché un tesserino sul quale si legge il nome di Marrazzo». Secondo i magistrati la presenza della presunta cocaina è riconducibile «ad un'intenzionale messa in scena, effetto reso ancor più evidente dalla collocazione accanto del tesserino di Marrazzo che non può ritenersi casuale». Ciò, si legge nel provvedimento, è «del tutto conforme alle evidenti finalità dell'intervento premeditato e diretto proprio a sfruttare quell'occasione». Danneggiate le auto di ex moglie e figlia di Marrazzo. «Non può ritenersi casuale la circostanza che proprio la mattina del 21 ottobre, cioè poche ore dopo l'avvenuta esecuzione delle perquisizioni (in casa degli indagati,ndr) le autovetture della ex moglie e della figlia di Marrazzo sono state fatte oggetto di atti di vandalismo», scrivono anche i magistrati nel decreto di fermo del 22 ottobre. I magistrati indicano questo come elemento indicativo «di una rara spregiudicatezza a cui si aggiunge lo scopo di lucro perseguito: circostanze che fondano e grave e concreto pericolo che siano realizzati reati ulteriori, agevolati dalla speciale funzione di autorità rivestita».Per i magistrati i quattro carabinieri avrebbero potuto, se non fermati, commettere altri reati. Nel decreto viene riportata la versione di Marrazzo circa l'irruzione dei quattro carabinieri infedeli, avvenuta nei primi giorni di luglio, nell'appartamento: «Con modi palesemente intimidatori si fecero consegnare dalla parte lesa (Marrazzo, ndr) il portafoglio contenente, oltre a una somma di denaro, i documenti di identità e chiesero una somma ingente lasciando intendere in caso di rifiuto gravi conseguenze».Contattato il fotografo del caso Sircana. Per piazzare il video hard girato abusivamente nell'appartamento dove si trovavano il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo e un transessuale, i quattro carabinieri arrestati contattarono anche il fotografo coinvolto nella vicenda Sircana, quando il portavoce di Prodi, allora premier, fu immortalato mentre parlava con un trans in strada. Massimiliano Scarfone, noto come Max, fu contattato da uno dei carabinieri arrestati, Antonio Tamburrino «su richiesta dei tre colleghi perché lo aiutasse a individuare soggetti interessati ad acquistare il filmato». Scarfone, secondo quanto da lui riferito agli investigatori, avrebbe consegnato una copia del filmato «a rappresentanti di alcune testate e gruppi editoriali». Da luglio a oggi nessuna denuncia sulla vicenda è stata fatta da Marrazzo. Ai quattro militari della compagnia Trionfale, i carabinieri del Ros, sono arrivati attraverso alcune intercettazioni relative ad un'altra inchiesta. Inizialmente i carabinieri del Ros erano all'oscuro che le persone intercettate fossero colleghi di un reparto territoriale.Marrazzo: «Video bufala, pretendo il massimo rispetto». «Sono sconcertato e amareggiato perché in questo Paese per colpire un presidente si butta fango sull'uomo» ha commentato il presidente della Regione Piero Marrazzo. «Il video è una bufala» ha proseguito Marrazzo, sottolineando: «Come presidente andrò avanti. Sarà la giustizia a far luce sulla vicenda». E ancora: «È stato sventato un tentativo di estorsione basato su una bufala. Sono amareggiato e sconcertato per come a pochi mesi dalle elezioni si tenti di infangare l'uomo Marrazzo per colpire il Presidente Marrazzo». Il Presidente «ringrazia la magistratura e la stessa Arma dei carabinieri per la serietà del loro operato».«Barbarie intollerabile, non lascio la presidenza». «Per quanto mi riguarda, pur con grande amarezza, continuerò con serietà e determinazione il mio lavoro fino all'ultimo giorno - ha detto Marrazzo - Non è la prima volta che si scatena contro di me un attacco che mi colpisce personalmente e politicamente. Quanto è successo, è un atto di una gravità inaudita, e dimostra che nel nostro paese la lotta politica ha raggiunto livelli di barbarie intollerabili».«Io una vittima, voglio preservare la mia famiglia». «In questa vicenda, che definirei surreale, io sono vittima, Mi auguro che si arrivi al più presto al chiarimento di tutti gli elementi di questa vicenda - ha aggiunto - ho una famiglia alla quale tengo più di ogni altra cosa e che voglio preservare con tutte le mie forze».Il legale: agiremo contro chi compie diffamazione. Il legale di Marrazzo, l'avvocato Luca Petrucci del foro di Roma, ha precisato che «a fronte di qualunque notizia che dovesse ledere la reputazione del Presidente Marrazzo si procederà senza indugio a promuovere tutte le iniziative giudiziarie a tutela del proprio assistito per i reati di diffamazione, di violazione del segreto istruttorio e della evidente e gravissima violazione del diritto della privacy».Tomasone: quattro mele marce. «I quattro carabinieri arrestati sono quattro mele marce che abbiamo immediatamente scoperto e isolato dalla istituzione alla quale non sono degni di appartenere» ha dichiarato il comandante provinciale dei carabinieri, Vittorio Tomasone commentando la notizia dell'arresto di quattro. «Nel corso di alcuni accertamenti - ha proseguito Tomasone - sono emersi elementi di responsabilità sull'attività illecita dei quattro militari. Per questo motivo, nel riferire immediatamente alla magistratura quanto stava avvenendo, i quattro sono stati sospesi dal servizio dell'Arma dei Carabinieri». Il comandante provinciale dei Carabinieri di Roma ha poi sottolineato: «Non è possibile fornire altri particolari se non quello che l'indagine che ha portato al fermo della Procura di Roma dei quattro militari è nata all'interno dell'Arma dei Carabinieri. Un'indagine rapida e rigorosa, che ha permesso così di isolare le quattro mele marce».I carabinieri di Roma e i Ros hanno svolto indagini serrate in tre giorni, anche di notte. Una prima informativa è giunta a Piazzale Clodio ai magistrati che conducono l'indagine, poi è stato sentito Piero Marrazzo. Secondo la Procura di Roma è stato svolto un «lavoro investigativo rapido e preciso» e, viene sottolineato, svolto grazie alla massima collaborazione tra magistrati e militari. Oggi il generale Vittorio Tomasome ha incontrato il procuratore della Capitale, Giovanni Ferrara. Da fonti giudiziarie si sottolinea che l'indagine fino ad ora «non ha messo in luce alcun complotto di natura politica ai danni del presidente della Regione». La vicenda si inquadra in un contesto criminale che vede coinvolti tutori delle forze dell'ordine infedeli.«Quando non sarò più vincolato al segreto istruttorio sarà mia cura precisare ogni aspetto di questa vicenda e informare l'opinione pubblica rispetto a quanto accaduto in una situazione in cui sono parte offesa - ha scritto questa sera in una nota Marrazzo - In questi giorni ho fornito pieno supporto alla magistratura, e continuerò a farlo anche in futuro, in relazione alla delicata indagine ancora in corso condotta dalla Direzione distrettuale antimafia. Mi era stato chiesto dall'autorità inquirente, di mantenere il massimo riserbo, in osservanza del segreto istruttorio. A questo impegno mi sono attenuto nella giornata odierna, considerando largamente prevalente l'interesse generale della giustizia a fronte di un presunto coinvolgimento della criminalità organizzata in questa inchiesta».
Questa multa non la pago!
da Il Messaggero
Abito fuori Roma (Pomezia) e lavoro all'Eur. Al centro non vado quasi mai. Per partecipare ad un corso di formazione svoltosi ieri ed oggi (22-23/10) sono dovuta arrivare a Via Arco dè Ginnasi, traversa di via delle Botteghe Oscure. Ieri ho potuto prendere i mezzi pubblici (autobus linea 30), oggi, causa sciopero nazionale generale purtroppo no. Quindi automobile. A Roma, alle 8.00 di mattina, in una giornata di temporale, in una giornata di sciopero generale. Traffico in tilt. Lungotevere bloccato.Con mio grande stupore vedo che i varchi ZTL sono attivi. Strano. Quando c'è sciopero generale di solito vengono giustamente disattivati. Chiamo lo 06/0606 per chiedere all'operatrice conferma della disattivazione, considerando sempre lo sciopero e le passate esperienze analoghe. Mi risponde che era una stupidaggine, che oggi, come sempre, sarebbero stati attivi fino alle 18.00. Mi scappa una risata isterica, prendo atto della cosa ma mi viene spontaneo rispondere che comunque tanto stupido non sarebbe stato disattivarli, anzi!Morale della favola. Dopo inumerevoli tentativi di trovare l'ombra di un parcheggio ed avvicinarmi alla meta che il tom tom ad ogni traversa "mancata" causa varco segnava sempre più lontana, dopo due ore di traffico "romano" reso ancora più nervoso dai disagi della pioggia e dello sciopero, considerando infine che nonostante fossi partita all'alba da casa stavo anche rischiando di fare tardi, entro al varco e passo la ZTL.Varco attivo diceva. Aspetto che arrivi la multa. Ma mio caro Alemanno, a costo di portarla avanti per anni, io questa multa non la pago! Quando è troppo è troppo ed oggi, non disattivando i varchi ZTL, si è davvero superato il limite.Francesca
Il microcosmo magico dei Gong: la band in concerto a Milano e Roma
da Il Messaggero di Simona Orlando
ROMA(23 ottobre) - "Qualsiasi cosa i Gong significhino per te, è molto probabile che per qualcun altro significhino l'esatto opposto” è la definizione più calzante per una band che sa fare di un concerto una sospensione temporale, in cui è il singolo ascoltatore a decidere quale suggestione seguire. L’occasione si presenta stasera al Teatro Dal Verme di Milano e domani al Crossroads Club di Roma, dove questa giostra multidimensionale atterra per inaugurare l’uscita del nuovo album 2032, ulteriore tappa del viaggio musicale e visionario intrapreso alla fine degli anni ‘60.La storia del gruppo iniziò precisamente nel 1967 quando Daevid Allen, hippie australiano emigrato nella Londra che swingava, già noto membro dei Soft Machine, vide negarsi l’ingresso nel Regno Unito a causa di un visto scaduto. Fu costretto a rimanere in Francia dove incontrò la professoressa Gilli Smyth e insieme fondarono il nucleo originale, arricchito nel tempo dall’inclusione di vari musicisti. I Gong si appropriarono delle tematiche della contestazione studentesca, non nascosero le loro tendenze anarchiche e anticonformiste, schivarono le meccaniche infernali dello showbiz concentrando la propria attività nei live e dalla totale apertura agli incontri guadagnarono collaboratori e sonorità nuove, si concessero di fondere free jazz, space rock, progressive, ironia e misticismo.Incarnazione della psichedelia si dedicarono a performance di strada, si unirono a poeti (William Burroughs) e registi (qualcuno ricorderà la colonna sonora di Continental Circus dedicato al campione di motociclismo Jack Findlay) firmando quel contratto che all’epoca legava indissolubilmente arte e vita. Più che di una formazione, si trattò di una comune freak in cui ognuno liberava la propria creatività aiutato da passepartout lisergici, un esperimento che culminò nella trilogia Radio Gnome composta dagli album Flying teapot, Angel’s egg e You. Fu la nascita di un’epopea ipnotica che disegnava il pianeta Gong abitato dai folletti in grado di autogovernarsi, di spostarsi su teiere volanti e di comunicare con la terra tramite una radio pirata: una saga surreale con riferimenti alla controcultura e alle sostanze allucinogene che forniva lo sfondo perfetto per divagazioni sonore. Negli anni il marchio Gong si è declinato in tante sigle, ha figliato vari gruppi conosciuti come Gong Global Family, mentre Allen ha seguito bizzarri progetti laterali fino a comporre musica per la meditazione. In questa occasione però ricompare il gruppo base, accanto a lui, ancora colorito guru e attento curatore di campi magnetici, e alla cantante Gilli Smyth (la voce dal sussurro cosmico), ci saranno il chitarrista Steve Hillage e la cantante e tastierista Miquette Giraudy, anch’essi artefici della trilogia radiognomica. Nel frattempo il mondo fuori è cambiato non certo come i figli dei fiori sognavano, ma su quel palco il pubblico vedrà perlomeno il microcosmo magico che si operarono a costruire.
La bufera che non c'è svelata dalla Rete - «Dopo le leggi, la nevicata ad personam» «Ho controllato le webcam di tutto il mondo, quella bufera non risulta» La bufera che non c'è svelata dalla Rete «Dopo le leggi, la nevicata ad personam» I lettori di Corriere.it smontano la giustificazione ufficiale sulla partenza ritardata del premier
da Corriere della Sera
MILANO - Il consiglio dei ministri è saltato e con esso anche il faccia a faccia con Giulio Tremonti, il ministro che, per dirla con Bossi, «stanno cercando di fare fuori» e che negli ultimi tempi è stato più volte segnalato in rotta con il capo del governo. Una gatta da pelare in più, insomma, per il Silvio Berlusconi. La «tempesta di neve» che lo ha trattenuto più del previsto a San Pietroburgo, dove era in visita all'amico Vladimir Putin nella dacia che il premier russo possiede sul lago Valdai, potrebbe dunque essere stata provvidenziale, almeno per lasciare calmare un po' le acque.PARTENZA RITARDATA - «Tempesta di neve». «Bufera». «Avverse condizioni meteorologiche». E nei casi più prudenti, semplicemente «maltempo». Le giustificazioni sulla ritardata partenza dalla Russia del presidente del consiglio italiano, fatte trapelare dall'entourage del premier alle agenzie di stampa, sono però subito suonate strane al popolo della Rete. Perché le bufere di neve ai tempi di Internet, in un mondo ricoperto quasi interamente di webcam, difficilmente si possono inventare. In tanti hanno controllato. E di fiocchi di neve non ne hanno trovato traccia.I COMMENTI DEI LETTORI - Se ne sono accorti anche i lettori di Corriere.it, che già pochi minuti dopo la diffusione della notizia del ritardo e delle giustificazioni addotte dagli ambienti vicini a Palazzo Chigi - le prime agenzie sono state battute attorno alle 13 - hanno voluto verificare di persona come stessero le cose. E hanno constatato che a San Pietroburgo e dintorni certamente non splendeva il sole, ma che la situazione non era più drammatica rispetto a quella che si sarebbe potuta avere in un qualunque aeroporto del nord Italia in una qualunque mattina di fine ottobre. Decidendo poi di farlo notare in tempo reale attraverso i commenti a margine dell'articolo sulle tensioni nell'esecutivo. «Di forti nevicate nessuna traccia neanche in Siberia» sottolinea alle 14,58 l'utente che si firma romatrash, citando il sito web wunderground.com. Due minuti più tardi è la volta di uomodireggio che racconta di aver visitato «diversi siti meteo e in nessuno era indicato che oggi vi fossero precipitazioni nevose su San Pietroburgo; la tempesta c'è ma è in Italia, a Roma». E lo stesso a distanza di pochi minuti fanno Tiggo, zarabla, maurieffe (che linka un sito meteo russo), sardolo... Il lettore Cichiamavanobanditi, dopo un riassunto dei dati meteo raccolti nel web («precipitazioni assenti, 5°C, visibilità maggiore di 10 km, 0° sopra i 1.500 metri», prova a buttarla sull'ironia: «Forse nevica sul lettone di Putin». Per veleno1970 «tira aria brusca più a Roma che a San Pietroburgo» e bbbarney ha citato altri dati presi da Yahoo Meteo: «deboli piogge, umidità 93%, visibilità 7 km, vento a zero km». Un controllo sul web lo fanno anche giorei69 e bailamos, tanto per restare ai soli utenti che hanno riportato la notizia sotto l'articolo di Corriere.it. TREMONTI E LA NEBBIA - La questione viene ripresa anche dal deputato del Pd, Sandro Gozi: «Dai dati trasmessi via web dai satelliti in tutto il mondo non c'è traccia di condizioni meteo che impediscano il decollo di un aereo da San Pietroburgo: forse si è trattato di turbolenze governative». E qualche perplessità se la concede lo stesso Giulio Tremonti: «Tempesta di neve? Direi invece che è stato bloccato da una nebbia fitta, molto fitta...».NEVICATA AD PERSONAM - Basta poi googlare le parole «Berlusconi» «neve» e «San Pietroburgo» per far comparire il link a decine di forum e blog che commentano l'incongruenza tra quanto annunciato dall'entourage del premier e la fotografia della realtà scattata dai siti meteo. Titty53 solleva il caso su Yahoo Answers («Su San Pietroburgo questa mattina non ha nevicato») e le rispondono subito in tredici, tutti per confermare che la neve da quelle parti nessuno l'ha vista. Sul blog Spinoza, nnzeus tira a indovinare la possibile replica del premier: «Previsioni del tempo in mano alla sinistra». E anche cosmètura, di nuovo sul Corriere.it, fa ricorso al sarcasmo e attribuisce alla capacità strategica del Cavaliere: «Oltre alle leggi anche le nevicate ad personam. GRANDE SILVIO». Alessandro Sala
Trieste, avevano trasformato l'abitazione in una serraLa polizia sequestra 5 kg e 70 piante di marijuana, due arresti
da Corriere della Sera
TRIESTE - Nel corso della perquisizione di un appartamento della centralissima via S. Vito a Trieste, la Squadra Mobile ha arrestato due italiani E.V. di 39 anni e sua moglie M.C. di 38 anni, che avevano trasformato la loro abitazione in una vera e propria serra per produrre marijuana. La Polizia ha sequestrato settanta piante di diversa grandezza, 3 chili di marijuana fresca, bilancini di precisione e circa 5.000 euro in contanti. Inoltre, riposti in un congelatore, sono stati trovati due chili di droga essiccata. L'OPERAZIONE - Quando i poliziotti hanno bussato alla porta dell'alloggio, la coppia ha tentato di sbarazzarsi di una parte della droga, gettando dalla finestra quattordici piantine di marijuana giá tagliate, di altezza variabile fra gli 80 e i 120 centimentri. La sorpresa più grossa per gli agenti, rende noto la Questura, si è presentata all'interno dell'appartamento, trasformato in ambiente umido irraggiato da lampade per fornire calore e luce, ingredienti necessari per la crescita delle piante da cui ricavare la sostanza stupefacente. La prima serra era stata creata nel corridoio, la seconda e la terza nel soggiorno, la quarta nell'ampio armadio della camera da letto.
Bullismo a Torino: 14enni marchiano a fuoco sul braccio compagno 13enne la vicenda nello stesso istituto dove nel 2006 fu filmata l'aggressione a un disabile - Bullismo a Torino: 14enni marchiano a fuoco sul braccio compagno 13enne - Denunciati per lesioni aggravate: hanno procurato al ragazzo preso di mira un'ustione di secondo grado
da Corriere della Sera
TORINO - Grave episodio di bullismo a Torino, dove giovedì uno studente tredicenne iscritto all'istituto Albe Steiner è stato marchiato a fuoco sul braccio destro, con una penna su cui sopra era stato messo un pezzo di ferro riscaldato a forma di "emme" da due compagni di classe. Teatro della vicenda lo stesso istituto professionale dove nel 2006 alcuni studenti filmarono l'aggressione ad un disabile durante le lezioni. L'unica differenza è che in questa occasione l'episodio è avvenuto in un'altra succursale della scuola. USTIONE DI SECONDO GRADO - Il tredicenne vittima dell'episodio ha raccontato di essere stato avvicinato da due compagni fra la prima e la seconda: i due, senza nessun motivo particolare, hanno «marchiato» il ragazzino procurandogli sul braccio una ustione di secondo grado. Il giovane guarirà in 20 giorni ma molto probabilmente dovrà essere operato da un chirurgo plastico. I genitori dello studente ferito hanno presentato una denuncia al commissariato Dora Vanchiglia di Torino. I due studenti protagonisti dell'episodio sono stati denunciati per lesioni aggravate alla procura dei minori. Entrambi sono 14enni.
Facebook, il gruppo anti-premier cambia nome: «Silvio rispondici»
Più di 23mila gli iscritti. Nessun intervento dA PARTE DELL'AZIENDA DI PALO Alto
Facebook, il gruppo anti-premier cambia nome: «Silvio rispondici»
«Uccidiamo Berlusconi» diventa «Berlusconi ora che abbiamo la tua attenzione rispondi alle nostre domande»
da Corriere della Sera
MILANO - Non è stato oscurato ma ha soltanto cambiato nome il gruppo su Facebook che conta venerdì mattina quasi 24mila iscritti e che fino a giovedì si chiamava «Uccidiamo Berlusconi». Contrariamente alla notizia diffusa da CNRmedia.com, la pagina non è stata cancellata ma gli amministratori del gruppo hanno deciso di "rinominarsi". Senza alcun intervento da parte dei responsabili di Facebook dalla California, ai quali si erano rivolte le autorità italiane. Non più dunque «Uccidiamo Berlusconi» ma «Berlusconi ora che abbiamo la tua attenzione rispondi alle nostre domande». Giovedì il ministro dell'interno Roberto Maroni aveva assicurato che l'Italia si era già attivata per far chiudere il sito. MARONI - «Abbiamo dato disposizioni perché il sito contenente minacce al premier apparso su Facebook venga subito chiuso e denunciati alla magistratura quelli che sono intervenuti» aveva detto giovedì il titolare del Viminale. La procura capitolina, che per il momento procede per minacce gravi, ha sollecitato l'azienda di Palo Alto di fornire dati sui responsabili delle minacce.
Il reporter: «chiederò l'accertamento tecnico sulla genuinità dell'immagine» - Lombardo contro il fotografo: «È un fotomontaggio»
da Corriere della Sera
MESSINA - «È l'evidente frutto di un fotomontaggio» e si valutano «gli eventuali profili di responsabilità penali» avevano detto i legali del governatore Raffaele Lombardo in merito allo scatto che ritrae il presidente della Regione e il sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, sorridenti, durante un sopralluogo nelle zone alluvionate, davanti alle macerie di Giampilieri. Ma il fotografo Enrico Di Giacomo, autore dello scatto, ha smentito con forza gli avvocati del presidente della regione Sicilia: «Il governatore Lombardo e i suoi legali, con l'incredibile menzogna secondo cui la fotografia pubblicata mercoledì da Il Fatto Quotidiano, che ritrae il presidente della Regione e il sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca sarebbe frutto di un fotomontaggio, sono riusciti a superare gli indecenti sorrisi rivolti al disastro di Giampilieri».I LEGALI - «L'immagine pubblicata, poi ripresa da più siti internet e da network in rete - spiegavano i legali di Lombardo - è evidentemente frutto di un fotomontaggio e, pertanto, si diffida da qualsiasi ulteriore utilizzo diffamante della stessa, riservando di valutare gli eventuali profili di responsabilità penale connotanti la descritta vicenda».IL FOTOGRAFO - «Ho scattato io quella fotografia - afferma ancora Di Giacomo - e, poiché solitamente i politici che preannunciano o riservano azioni legali non rispettano mai la propria parola, sarò io a consegnare all'Autorità giudiziaria, insieme alla querela per diffamazione per le affermazioni sul preteso fotomontaggio, il documento originale e chiederò espressamente che venga disposto l'accertamento tecnico sulla genuinità dell'immagine. Quando sarà accertato anche in sede giudiziaria che non si tratta di fotomontaggio, mi auguro che l'onorevole Lombardo, oltre a chiedermi scusa, abbia il buon senso e la dignità minima per ritirarsi dalla politica».
IL COMMENTO
Governo al bivio senza via d'uscita
da La Repubblica di MASSIMO GIANNINI
Silvio Berlusconi ha inventato una "tormenta di neve", per giustificare il suo mancato rientro da Mosca ed evitare la resa dei conti con il suo ministro dell'Economia. Giulio Tremonti ha evocato una "coltre di nebbia", per descrivere la condizione di confusione politica in cui versa il suo presidente del Consiglio. Che sia neve, o che sia nebbia, questo governo naviga a vista. Ed è una tragedia per il Paese, solo un anno e mezzo dopo il trionfo elettorale del 13 aprile 2008. Il nuovo "caso Tremonti" riprecipita l'Italia nello stesso psicodramma del 2004. Secondo governo Berlusconi. Anche allora, di fronte a una crisi assai meno grave, c'era una parte di centrodestra che reclamava "una gestione collegiale" della politica economica", e soprattutto "una significativa inversione di rotta dell'azione dell'esecutivo". Anche allora, di fronte alle grida uguali e contrarie dei ceti deboli e delle categorie produttive, c'era un pezzo di maggioranza che invocava allo stesso tempo "tagli all'Irpef per le famiglie" e "sgravi Irap per le imprese". Cinque anni fa a stringere nella tenaglia il ministro dell'Economia (e a picconare l'asse di ferro Berlusconi-Bossi) erano gli alleati minori del cosiddetto "sub-governo", Fini e Follini. La fine della storia è nota: dopo tre mesi di un'estenuante lotta di potere, Tremonti gettò la spugna e si dimise, lasciando la poltrona a Domenico Siniscalco. Oggi sono cambiati alcuni protagonisti, ma il senso degli avvenimenti è lo stesso. C'è un governo che, a parte i rifiuti a Napoli e l'avvio della ricostruzione a L'Aquila, giace inerte di fronte alla più grave recessione del dopoguerra. Un governo che non ha fatto nulla per le famiglie, e quasi nulla per le imprese. In questi venti mesi di galleggiamento, ci ha raccontato un alibi e una favola. Il primo: non possiamo far molto, il rigore dei conti pubblici ci impedisce grandi manovre. La seconda: reagiamo meglio alla crisi, e ne usciremo più forti di altri. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non abbiamo risanato i conti (il deficit viaggia a quota 5%, il debito oltre quota 115% del Pil). Il nostro tasso di crescita è sotto zero, di gran lunga uno dei peggiori d'Europa. Tremonti, per ragioni di equilibrio contabile ma anche politico, si è limitato al "surplace". Ai colleghi di governo non ha concesso quasi nulla, fermando l'assalto alla diligenza dei ministri di spesa. Ma non ha concesso quasi nulla ai cittadini contribuenti, riducendo al minimo il sostegno all'economia. Spiccioli ai poveri (social card). Mancette ai disoccupati (cassa integrazione in deroga). Così non si va lontano. L'economia reale agonizza. Il consenso sociale si vaporizza. L'ha capito Berlusconi, e l'ha capito anche il resto della coalizione. Serve una svolta. Il premier, sempre più ammaccato sul piano personale e delegittimato sul piano internazionale, sa che solo così questo governo può sopravvivere a se stesso. Ha di fronte a lui una doppia opportunità. Ci sono le elezioni regionali di primavera, che nelle condizioni date valgono come elezioni politiche per il Paese, e come referendum ad personam per il Cavaliere. C'è un nuovo "tesoretto" da spartire, che arriverà sotto forma di introiti dello scudo fiscale: 5 miliardi, forse di più. L'assedio a Tremonti nasce da qui. Per quanto riguarda il palazzo, da qui nascono i documenti della Pdl, autentici o apocrifi che siano, in cui si parla di "scelte fin qui fatte insufficienti" e si invoca (come nel 2004) un abbattimento delle aliquote Irpef e della tassazione sulle imprese. Da qui nasce la contro-manovra dell'economista ex An Mario Baldassarri, che giudica quella tremontiana "una politica inerziale", che produce una "ripresa lenta", un recupero di crescita del Pil solo nel 2016 e un ritorno ai consumi del 2007 solo nel 2012. Per quanto riguarda il Paese, da qui nascono le pressioni di Confindustria, il malessere del Profondo Nord, la Vandea delle "partite Iva senza rappresentanza", la riemersione carsica della "Questione Settentrionale" che, per essere risolta, chiede non solo di essere riconosciuta come tale, ma anche di essere "risarcita" sul fronte fiscale. Istanze giuste. Richieste legittime. Ma qui si annida, oggi, il pericolo più grande. Berlusconi e i nemici di Tremonti dentro il governo fanno due più due: ci sono le elezioni, c'è un tesoretto. Quale occasione migliore per un po' di "panem et circenes"? E dunque, via con le sparate demagogiche. Aboliamo l'Irap. Torniamo a due aliquote secche di Irpef. La prima ipotesi costa 37 miliardi. La seconda ne costa 85. Il ministro dell'Economia sarà pure troppo avaro, ma questi ordini di grandezza sarebbero proibitivi anche per le finanze pubbliche di Barack Obama. Figuriamoci per quelle della povera Italia. Tremonti resiste, per questo. Ma non solo per questo. C'è un palese risvolto politico, in questa faida interna al centrodestra. Il ministro dell'Economia ragiona ormai su uno scenario post-berlusconiano, e si tiene pronto per una partita di potere che, dall'oggi al domani, potrebbe riaprirsi a un pezzo di Pdl dissidente, al Pd, all'Udc. Solo così si spiega la sua metamorfosi iper-statalista e il suo radicalismo neo-marxista. Ma in questa traversata in mare aperto si è bruciato tanti, forse troppi vascelli alle spalle. In molti, oggi, chiedono la sua testa (come nel 2004). Nel governo non ha più sponde. Persino Fini ha preso le distanze. Ma gli resta la Lega: "Noi lo difendiamo", annuncia Bossi. Questo conta: il Senatur conserva tuttora la "golden share" di questa maggioranza. Ecco perché Tremonti, un giorno si e l'altro pure, può difendersi minacciando sistematicamente le dimissioni. Ma quanto può durare, questo tira e molla? E un governo come questo può permettersi il lusso di perdere il superministro dell'Economia, senza perdere se stesso in Italia e senza perdere la faccia in Europa? Dunque, oggi ci troviamo di fronte a questo bivio, agghiacciante, tra due disastri. Se in questo conflitto Tremonti vince, il Paese non distrugge il bilancio dello Stato ma continua a vivacchiare nell'accidia, in attesa di agganciare la chimera di una ripresa mondiale fragile e stentata. Se Tremonti perde, ci pioveranno addosso spot elettorali pirotecnici e annunci fiscali propagandistici. Irpef, Irap, e chi più ne ha più ne metta. Se fossero veri, l'Italia andrebbe in bancarotta domattina. Poiché saranno falsi, l'Italia sarà presa in giro (come nel 2004). Così, ancora una volta, la storia si ripete. Fu già una farsa allora. Figuriamoci oggi.
Caritas, rapporto sulla povertà: in un anno 20% di richieste di aiuto in più
da L'Unità
In un anno sono aumentate del 20% le persone che a causa di difficoltà economiche chiedono aiuto ai centri di ascolto della Caritas. Lo afferma il nono rapporto sulla povertà in Italia, presentato oggi a Roma, messo a punto dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione Zancan. 372 i centri interessati alla rilevazione (su 6 mila) di 137 diocesi (su 220). Nel 2007, prima della crisi, si sono rivolte ai Cda 80.041 persone (70,3% stranieri) ed oltre 5 mila famiglie. L'incidenza è maggiore nel Mezzogiorno (17,7%): oltre il 20% in Sicilia, Basilicata e Sardegna. Il Nord registra il 2,9% mentre al Centro la situazione è articolata (17,5% nel Lazio, 2,4% nelle Marche).Nel 2008, rispetto al 2007, l'aumento medio delle richieste di aiuto è stato del 20%. E, stando ai segnali, per il 2009 «è probabile che gli 'impoveritì siano aumentati». Fra questi potrebbero esserci titolari di contratti a termine, impiegati che perdono il posto di lavoro senza preavviso, cassintegrati che vedono avvicinarsi il termine del sussidio. Chi chiede aiuto (dato 2007) non appartiene alla categoria comunemente indicata come povertà estrema. Infatti, tutti vivono in una normale abitazione; il 76,4% vive con i propri familiari. Per lo più si richiedono aiuti economico (56,8% degli italiani e 48,1% degli stranieri) e lavoro (44% e 54,9%). Al 50,6% degli utenti la Caritas eroga servizi e beni materiali (46,1% e 51,3%); seguono le richieste di sussidi economici per gli italiani (20,8%) e di lavoro per gli stranieri (33,5%) che riguarda solo il 10%.
Le banche sospendono i mutui alle famiglie in difficoltà
da L'Unità
A partire dal prossimo gennaio l'Abi lancerà una moratoria a salvaguardia dei mutui delle famiglie in difficoltà. La possibilità di sospendere il rimborso delle operazioni di mutui varrà per 12 mesi, ha indicato il presidente Corrado Faissola a margine dell'esecutivo dell'associazione.Questa opportunità rientra nel «piano famiglie» approvato dal comitato esecutivo dell'Abi che ha dato mandato al presidente Corrado Faissola e al direttore generale Giovanni Sabatini di avviare le azioni necessarie a coordinare ed estendere le misure già in atto a sostegno dei rapporti di credito con le famiglie in difficoltà a seguito della crisi. Faissola ha spiegato che l'iniziativa riguarda chi ha perso il posto di lavoro, chi è in cassa integrazione. Ma l'intervento riguarda anche chi ha visto la cessazione dell'attività di lavoro autonomo e chi ha avuto la morte di uno dei componenti del nucleo familiare percettore del reddito di sostegno della famiglia. Il presidente dell'Abi ha poi rilevato che, ai fini dell'attuazione delle misure individuate, «ci sarà un'interlocuzione con varie realtà, come la presidenza del Consiglio, e le associazioni dei consumatori che avevano sollecitato un'iniziativa e stiamo rispondendo in termini positivi e utili alle loro istanze».
LA GRANDE CRISI "Un milione di imprese a rischio"
L'allarme dei piccoli industriali: "Niente ordini, ripresa lontana"
da La Stampa
MANTOVA La crisi sta mettendo a rischio oltre un milione di piccole imprese. Nei prossimi sei mesi potrebbero chiudere. È l’allarme lanciato dal presidente della Piccola industria di Confindustria, Giuseppe Morandini che ha concluso oggi la prima giornata del Forum dedicato alle piccole aziende. Morandini ha chiesto al governo una una riduzione dell’Irap e della tassazione sul lavoro. «Non ci sono ordini», è stato l'allarme lanciato dagli industriali, «viviamo in una situazione di straordinaria difficoltà». La ripresa «non chiedetemi quando ci sarà, ma come e dove» ha spiegato Morandini, sostenendo che essa «ragionerà per medie e sarà lontana» verso i mercati di Cina, India e Brasile. Con l’Università di Perugia, ha aggiunto il presidente della Piccola industria, «abbiamo fatto una rapida indagine sui bilanci di alcune aziende del nostro manifatturiero tradizionale. Dal campione è emerso che un terzo delle imprese sta soffrendo». Morandini ha poi ricordato i risultati positivi che hanno dato gli incentivi: «E' la strada giusta, ha spiegato, estendiamoli a tutti quei settori del manifatturiero che possono fare da traino». Oltre a questo, secondo Morandini, per rilanciare i consumi, occorre una «riduzione progressiva del carico fiscale e contributivo sulle buste paga dei nostri dipendenti». «Fa piacere sentir ripetere che la Piccola impresa è la colonna portante del Paese, la spina dorsale dell’Italia, il patrimonio che nessun altro al mondo ha. Grazie, ma ora vogliamo i fatti», ha sottolineato il presidente della piccola industria. Per la Cgil l’allarme lanciato da Confindustria «conferma» le preoccupazioni già espresse dal sindacato guidato da Guglielmo Epifani, secondo cui con la chiusura di un milione di pmi potrebbero esserci 4 milioni di disoccupati in più. Per Susanna Camusso «le Pmi hanno mediamente quattro dipendenti e la chiusura di oltre un milione di piccole imprese significherebbe, dunque, almeno altri quattro milioni di nuovi disoccupati. Di fronte a tale emergenza, che solo il governo continua a minimizzare, non servono chiacchiere ma proposte concrete». La riduzione dell’Irap va «bene, ma voglio "vedere cammello"», ha detto Morandini commentando l'annuncio fatto ieri dal premier Berlusconi. «Vediamo - ha aggiunto - se l’annuncio diventa una decisione concreta che incide sui nostri bilanci». Il leader dei piccoli industriali è poi intervenuto sul tema del mercato del lavoro dopo la difesa del posto fisso pronunciata lunedì scorso dal ministro dell’Economia Tremonti. «Il problema non è il posto fisso ma lo stipendio», ha detto Morandini. «Non si può - ha concluso - inventare un problema muovo al giorno pur di non affrontare quelli vecchi, ultimo, il posto fisso. Con la disoccupazione che va verso il 10% il problema, credetemi - ha detto rivolto alla platea - non è il posto fisso ma lo stipendio. A tempo determinato o indeterminato, ma lo stipendio».Intanto dal canto suo Confindustria viene incontro alle piccole imprese in crisi e lancia il progetto T-Holding per l’aggregazione delle pmi. "T" sta per tutela e il meccanismo prevede che l’imprenditore conferisca la proprietà dell’azienda ad una T-Holding e ne diventi socio, garantendosi il valore patrimoniale e liberandosi delle garanzie personali: in una parola, salva azienda e casa. L’adesione ad una T-Holding sarà possibile a partire da quando si sarà completato un quadro che prevede: la costituzione di un fondo a capitale pubblico-privato, cui si sta lavorando, con 2 miliardi di euro di disponibilità che investe solo ed esclusivamente in queste operazioni di aggregazioni; il rafforzamento dei bonus ’aggregazionì e patrimonializzazione già esistenti; l’accesso diretto al Fondo di garanzia, già costituito e la possibilità per le banche di godere di un trattamento fiscale agevolato sulle eventuali partcipazioni al capitale delle T-Holding. Secondo le simulazioni effettuate con l’Università di Perugia, 200 T-Holding varrebbero un punto di Pil, circa 14 miliardi.
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