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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Le “parole” che portano al Nobel
Le “parole” che portano al Nobel

Illustri commentatori, “esperti” ed editorialisti soloni hanno dato fuoco a microfoni e tastiere pur di fornire un commento originale sull’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Barack Obama. Sono giunti quasi tutti alla stessa conclusione: è troppo presto, non ha fatto ancora nulla di così importante da meritarsi un premio riservato a chi, per tutta la vita, ha compiuto azioni straordinarie.
Gli unici due analisti che hanno valutato con attenzione questo insolito riconoscimento sono stati Furio Colombo su “Il Fatto Quotidiano” e Vittorio Zucconi su “la Repubblica”. Entrambi hanno girato l’America in lungo e in largo, entrambi la conoscono al pari dell’Italia ed entrambi scrivono per giornali che, pur non vergognandosi di avere le idee chiare sul piano politico e dei valori, sono testate libere e indipendenti.
Tuttavia, non è mia intenzione perder tempo in inutili polemiche; questa rubrica non ne ha mai fatte e mai ne farà, a meno che non siano proprio indispensabili.
Il mio intento, questa settimana, è spiegare non tanto perché Obama abbia vinto il Nobel (quello mi pare scontato) quanto perché in pochi da noi abbiano apprezzato questa scelta.
Colombo ha parlato di un “Nobel della speranza” e ha concluso l’articolo scrivendo: “L’uomo della pace preventiva, il leader del discorso in lingua parsi, che ha cambiato la vita interna dell’Iran, il presidente dell’occidente cristiano che parla all’Islam, il capo degli Stati Uniti che mobilita milioni di africani quando si rivolge a quel continente, è ben lontano dall’aver finito. Ma il suo inizio, unico al mondo, gli ha meritato quel Nobel che lo rafforza, lo lascia meno solo, aumenta la ragione di credere nella sua guida, imbarazza i suoi violentissimi antagonisti della destra americana. Qualcosa di nuovo è accaduto, sta accadendo nel mondo. E ha il volto di una sensata speranza”.
Zucconi, invece, ha intitolato il suo pezzo “Un premio al futuro” e si è concentrato sulla sobrietà con la quale Obama ha accolto la notizia: “Anche la reazione della Casa Bianca alla notizia, che Obama ha raccontato di avere saputo dalla figlia che lo ha svegliato annunciandogli di essere stato premiato (graziosa bugia per il pubblico, perché era già stato preavvertito dall’addetto stampa Gibbs alle 6 del mattino) porta quel segno di novità, di aria fresca nel palazzo del massimo potere, che il cupo regno di Bush e del suo ringhioso vice Cheney avevano reso soffocante. <<Wow!>> è stata la prima esclamazione, da teenager sorpreso da un grosso regalo inatteso. E poi barbecue serale, con bistecche e salsicce e hamburger, come un picnic in famiglia con amici. Un’assenza di retorica, di vanagloria, di rivincita contro il branco di chi abbaia contro di lui, che conforta ancora di più delle sue parole di risposta ufficiali dove ha ammesso che non sono stati i suoi <<accomplishments>>, i risultati, a meritargli il premio, ma <<il riconoscimento del ruolo di leadership dell’America>>. Possibilmente un’America che somigli più al discorso del Cairo pronunciato da Obama che ai proclami deliranti di <<nuovi secoli mericani>> scritti dai neotrotskisti - poi detti neocon – convertiti alla crociata permanente. Questo premio è semplicemente una <<chiamata ad agire>>. Nel gergo sportivo, Obama ha fatto il gol e ora deve meritarselo”.
Pace, speranza, futuro, gioventù: pensate come sarebbero migliori l’Italia e il mondo se tutti i governanti condividessero e si facessero promotori degli stessi ideali e valori di Obama.
Ma perché, dunque, da noi questo premio non viene capito e, per dirla tutta, neanche granché accettato? La risposta è banale: perché siamo prigionieri di una pessima concezione della politica; siamo ostaggio dell’idea che l’unica politica valida sia quella “del fare” (non si sa bene che); siamo vittime dei nostri disvalori elevati a valori e della nostra amoralità elevata a morale collettiva; siamo allergici ai discorsi e alle riflessioni di Obama perché li riteniamo pura retorica. In breve e senza voler polemizzare: siamo ormai diventati dei perfetti megafoni del berlusconismo, senza distinzioni tra la destra e una parte, fortunatamente esigua ma comunque forte, della sinistra.
Non rinchiuderò la grandezza dei messaggi di Obama nei nostri confini casalinghi, ma era doveroso fare questa precisazione per chiarire come stanno le cose ed evitare fraintendimenti.
Qualche mese fa, quando Walter Veltroni era ancora segretario del PD, gli scrissi una lettera proprio su queste colonne, invitandolo a non cadere nella trappola della concretezza a tutti i costi; a non sentirsi obbligato ad essere concreto perché, per quanto senza concretezza non si possa governare, se essa sfocia nel cinismo e in un’eccessiva disinvoltura porta a prendere decisioni inutili e dannose. Poche settimane dopo quell’appello, i franchi tiratori hanno abbattuto Veltroni e alle scorse elezioni Europee abbiamo perso circa sette punti percentuali rispetto alle Politiche dell’anno precedente.
Ribadisco di non volermi servire di Obama per analizzare la complessa situazione del Partito Democratico e della nostra politica, ma dovremo pur metterli in atto i suoi insegnamenti, altrimenti rimarrebbero davvero solo belle parole.
Obama non si è vergognato di parlare di futuro, cambiamento, speranza, gioventù, pace, unità, disarmo nucleare; non ha avuto remore nello stringere mani tutt’altro che pulite e nel tendere le sue mani perfino a dei despoti come Ahmadinejad; non si è lasciato fermare dalle pressioni, dai contrasti, dalla ferocia di una destra aggressiva come quella americana che vede il suo progressismo come il fumo negli occhi; ha avuto e continua ad avere il coraggio delle proprie idee.
Per questo, all’inizio delle Primarie che si sono poi concluse con la sua “nomination”, l’anziano e malato senatore Ted Kennedy puntò su di lui e non sulla Clinton: sapeva che Obama non si sarebbe arrestato di fronte ai primi ostacoli né si sarebbe mai lasciato condizionare dalle accuse di chi vorrebbe – come ne “Il gattopardo” – che tutto cambiasse affinché tutto rimanesse così com’è.
Sempre per citare il capolavoro di Tomasi di Lampedusa, in America non hanno votato ancora repubblicano, preferendo “un male già noto a un bene non sperimentato”; hanno scelto ad occhi chiusi e a larga maggioranza il bene non sperimentato, lasciandosi travolgere dalla sua energia, dalla sua vitalità, dal suo concreto desiderio di cambiare il corso degli eventi affinché tutto diventasse migliore, affinché il mondo fosse più stabile e sicuro, affinché gli Stati Uniti fossero percepiti dagli altri paesi come una nazione amica e non come un tiranno pronto solo a dare ordini e a scatenare guerre.
Nessuno dei giudici di Stoccolma, e meno che mai Obama, pensa davvero che il suo lavoro sia concluso o che abbia già mantenuto tutte le promesse che lo hanno portato alla Casa Bianca. Sono stati premiati più che altro i suoi tentativi, le sue aperture, il suo coraggio, la sua spinta verso soluzioni condivise, il suo aver riportato il centro delle decisioni da Washington a New York, il suo aver pronunciato le parole giuste al momento giusto: è, quindi, un premio speciale, straordinario, assai più importante e significativo di tanti altri premi Nobel che sono stati assegnati negli anni precedenti.
Qualcuno dice che Martin Luther King si sia meritato il Nobel per ciò che ha compiuto: infatti, era un predicatore e tutti ricordano in particolare il suo “I have a dream” scandito in un’America in cui nessuno si sarebbe mai immaginato che quasi mezzo secolo dopo potesse diventare Presidente un afroamericano.
Anche Luther King parlava e quelle parole si sono trasformate in marce, movimenti, manifestazioni; hanno spronato milioni di cittadini a rivendicare i propri diritti e il risultato oggi è sotto i nostri occhi, con un ex “cittadino di Serie B” alla guida della superpotenza mondiale.
Ha detto Barack Obama, con molta umiltà: “Parte del lavoro che abbiamo di fronte non verrà portato a termine durante la mia presidenza. Alcuni degli obiettivi, come l’eliminazione delle armi nucleari, forse non verranno raggiunti completamente nemmeno nel corso della mia vita. Ma io so che queste sfide possono essere affrontate, a patto di riconoscere che non basta una persona o una nazione da sola a risolverle. Questo premio non riguarda solamente gli sforzi della mia amministrazione, riguarda gli sforzi coraggiosi degli abitanti di tutto il pianeta”.
In queste frasi, si scorge ancora con chiarezza la parola futuro, ma soprattutto si nota una certezza di essere sulla strada giusta che anche noi dovremmo acquisire.
Non conta se saremo noi a veder crescere l’albero, non conta se saremo noi a sederci sotto la sua ombra, non conta se potremo ammirarne i fiori e raccoglierne i frutti; conta che lo possano fare i nostri figli e i figli dei nostri figli e le generazioni che verranno e un giorno ci diranno grazie per aver gettato quel seme che ha regalato loro un albero sul quale hanno giocato da bambini e che li ristora ora che sono cresciuti.
Obama ha gettato quel seme, ha pronunciato quelle parole e tutti noi ci siamo sentiti sollevati nel vederlo accanto ai leader delle altre nazioni, dopo anni di paure, di veleni, di isolamento, di un pericoloso anti-americanismo che si era diffuso anche in Italia.
Nemmeno la mia generazione, forse, riuscirà a vedere un mondo senza più atomiche, senza più conflitti, senza più odio, senza più la pena capitale pure negli Stati Uniti; l’importante è non rinunciare a porre il proprio mattone quotidiano, a muovere il proprio piccolo passo lungo il cammino.
Se Martin Luther King si fosse fermato, probabilmente Obama non verrebbe servito al ristorante e dovrebbe sedersi nella parte posteriore degli autobus; se Nelson Mandela si fosse fermato, oggi la Nazionale sudafricana non sarebbe composta da giocatori bianchi e neri che lottano tutti insieme per lo stesso obiettivo e il Sudafrica non sarebbe stato scelto come sede dei prossimi Mondiali; se Albert Bruce Sabin si fosse fermato, milioni di persone morrebbero ancora a causa della poliomelite; se i partigiani della Resistenza si fossero fermati, il nazi-fascismo avrebbe trionfato e l’Europa sarebbe ancora divisa ed in conflitto come allora.
Nessuno di loro si è fermato e i famosi “fatti” sono visibili a occhio nudo.
Barack Obama ha portato nel mondo un vento di giustizia e di libertà, ha indotto i ragazzi ad appassionarsi alla politica e ad impegnarsi per il prossimo, ha contrastato l’avanzata del conservatorismo e sferrato duri colpi all’ideologia della paura che oggi va tanto di moda. È questa ideologia il vero nemico del Ventunesimo secolo: un’ideologia crudele, malvagia, che si insinua tra la gente e non lascia scampo; un’ideologia assai più nociva di quelle assassine che hanno infestato il secolo precedente poiché esse avevano bisogno di un dittatore per affermarsi mentre questa viaggia col pilota automatico ed ha una capacità di contagio superiore a quella di ebola.
Obama, invece, ha rilanciato la più bella tra le ideologie: l’ideologia della speranza, l’unica ideologia dalla parte dell’umanità. Ha eliminato ogni “-ismo” dai suoi discorsi eccetto il riformismo di cui tutti i nostri leader si riempiono la bocca ma appena qualcuno (sia esso Prodi o Veltroni o Franceschini) ne parla concretamente e cerca di attuarlo, viene subito trattato come un appestato.
Tra le sue riforme interne, la più commovente è senz’altro quella che ha decretato la parità salariale tra uomini e donne, intitolata all’ex operaia della “Goodyear” Lilly Ledbetter. Anche lei ha lottato a lungo per raggiungere il proprio obiettivo e anche lei ha vinto.
Il Nobel per la Pace a Obama è un’esortazione a tutti i governanti, e soprattutto ai leader progressisti (compresi quelli che stanno all’opposizione) a non lasciarsi imprigionare dalla paura di volgere uno sguardo al futuro, a non arrendersi, a gettare altri semi per ridare ossigeno ad un Pianeta soffocato dalla cattiveria.
È un plauso e al tempo stesso un’enorme responsabilità, politica e programmatica.
Siamo certi che Obama, con le sue “parole”, avrà l’audacia necessaria ad assumerla, riaffermando quei princìpi di dialogo, confronto, democrazia, condivisione che per troppo tempo l’Occidente ha smarrito o considerato non indispensabili.
La mia grande e concreta speranza è che i giovani di tutto il mondo sognino di emulare Obama perché, anche se nessuno di loro dovesse diventare Premio Nobel, unendo i propri ideali di libertà, avrebbero costruito una società senza più barriere, disuguaglianze, ingiustizie e milioni d bambini dell’Africa di Barack che muoiono ogni anno a causa della fame, della sete e di malattie che da noi si curano con un vaccino.

Roberto Bertoni

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