| Venerdì, 03 Settembre 2010 - Ultimo aggiornamento: 18:52
Stavolta ci occupiamo di cinema e, in particolare, de “Il grande sogno”: un film di Michele Placido, interpretato da Riccardo Scamarcio (Nicola), Jasmine Trinca (Laura), Luca Argentero (Libero), massimo Popolizio (Domenico), Alessandra Acciai (Francesca) e Laura Morante (Maddalena).
Siamo nell’Italia del 1968, quando Nicola, un giovane poliziotto pugliese che sogna di fare l’attore, viene infiltrato tra i tumulti del mondo studentesco. All’università, incontra Laura, ragazza della buona borghesia cattolica il cui sogno è realizzare un mondo privo di ingiustizie, e Libero, studente operaio, leader del movimento giovanile, che confida nella validità della rivoluzione. Fra i tre nasce una solida amicizia, basata anche sulla condivisione di forti passioni ed ideali, e Laura si troverà di fronte alla scelta su chi amare tra i due.
L’opera, sceneggiata da Angelo Pasquini (ex leader di Potere Operaio) e dallo stesso Michele Placido, cui si ispira il personaggio di Scamarcio, vede anche la rievocazione di Guido Viale (impersonato da Luca Argentero), torinese a capo dell’occupazione di Palazzo Campana e tra i fondatori di Lotta Continua.
È opportuno fin da subito mettere in chiaro che, non avendo vissuto in prima persona le vicende di quel periodo, non posso affidarmi ai ricordi per compiere un’analisi su quell’epoca così complessa, sulla quale ancora oggi sono in corso numerosi dibattiti.
Una cosa, però, è certa: è stato un periodo ricco di sogni, speranze, aspettative, un periodo nel quale non c’era timore del futuro; al contrario, lo si voleva costruire insieme, renderlo migliore, più libero, più equo.
Capita, talvolta, di osservare gli sguardi dei ragazzi di allora, di coloro che hanno vissuto quei giorni e oggi sono chiamati a raccontarli: nei loro occhi, ci sono ancora le emozioni degli anni in cui si riunivano in assemblee, organizzavano cortei, manifestavano con coraggio e determinazione le proprie idee, convinti di dover rivendicare i propri diritti e di non potersi arrendere nonostante le molteplici difficoltà che incontravano sul loro cammino.
C’è chi ricorda il movimento del Sessantotto con nostalgia e chi lo ritiene la causa di tutti i successivi mali del nostro Paese, ma non si può negare la principale caratteristica di quei ragazzi che si riversavano nelle strade e nelle piazze per chiedere una scuola più giusta e una società più solidale: era un periodo di idee, nelle quali tutti avevano un pensiero e nessuno accettava di prendere in prestito quello altrui, appaltando alla massa la propria coscienza.
Il vero dramma della società attuale è la massificazione, il rifiuto da parte di molti di pensare, di leggere, di farsi una propria idea sul mondo che li circonda; siamo stati indotti a diventare un popolo disincantato e conservatore, che detesta la politica e valuta positivamente l’antipolitica, che non legge i giornali e si affida all’informazione televisiva, le cui condizioni sono sotto gli occhi di tutti.
Per questo, abbiamo tirato un sospiro di sollievo lo scorso autunno, quando centinaia di migliaia di studenti, insieme a professori, genitori, bidelli, si sono riversati nuovamente nelle strade e nelle piazze per dire no ad una riforma della scuola e dell’università che non li convinceva, per chiedere pacificamente di instaurare un dialogo ed un proficuo confronto con le istituzioni, manifestando il proprio disagio e dimostrando di possedere quell’ansia di futuro che è sempre stata alla base delle gloriose (e sottolineo gloriose perché sono avvenute senza lo spargimento di una sola goccia di sangue) rivoluzioni progressiste dei secoli precedenti.
In quei giorni, “il grande sogno” di cui parla Michele Placido si è materializzato dal nulla, come se gli ideali di pace, giustizia, solidarietà, uguaglianza che animarono il Sessantotto, fossero tornati all’improvviso nei cuori delle nuove generazioni, come se il distacco e il disincanto verso la politica e le istituzioni che purtroppo caratterizza la maggior parte dei giovani fossero finalmente svaniti per lasciare spazio ad un rinnovato desiderio di essere protagonisti del proprio domani.
Ci avevamo creduto in quei giorni e il nostro “grande sogno” era una scuola che rispettasse, al tempo stesso, studenti e docenti, che ci consentisse di studiare di più e meglio, con programmi più moderni ed appropriati alle sfide che ci pone di fronte il Ventunesimo secolo, che accogliesse con calore e rispetto i ragazzi stranieri che spesso hanno alle spalle storie di miseria, fame e morte.
Sognavamo, e sogniamo tuttora, un’istruzione che guardi avanti, che si liberi dei vecchi schemi, delle vecchie teorie didattiche ormai strasuperate e diventi un viatico per immettersi nel mondo del lavoro, abbattendo la tragedia del precariato, dei contratti a progetto e di tutto ciò che sta portando indietro ed uccidendo culturalmente questo Paese.
Purtroppo, alcuni mesi dopo ci siamo accorti che quest’Italia non è più in grado di capire il nostro sogno, non è più capace di venire incontro a noi giovani perché è un paese invecchiato nell’animo (assai di più che nel corpo), un paese che non ha più l’ansia di futuro che gli ha permesso di risollevarsi dalle macerie del secondo conflitto mondiale, un paese stanco che guarda solo all’oggi e in cui ognuno pensa egoisticamente a se stesso senza curarsi per nulla di chi lo circonda.
Sarebbe un paese straordinario, ricco di risorse e di talenti, questa Italia, se solo non fosse diventata una nazione triste, malinconica, se non si fosse lasciata abbindolare per troppo tempo dalle promesse di chi ha garantito ai cittadini una nuova età dell’oro e oggi non è in grado di far fronte alla peggiore crisi economica dal 1929 ed è costretto a negarne l’esistenza.
Non dobbiamo mai dimenticarci che, tra i nostri connazionali, ci sono anche Roberto Saviano, Giuseppe Tornatore, Dario Fo, lo stesso Placido: tutte persone che portano lustro all’Italia e tentano in ogni modo di risvegliarla dal torpore.
In questi anni, il regista che più di ogni altro si è battuto per restituire agli italiani la coscienza e la passione civile perduta è stato Nanni Moretti, con i suoi film, con i Girotondi, con le manifestazioni pacifiche in difesa della democrazia e della libertà di stampa; ma quanti hanno capito il suo messaggio? Quanti si sono soffermati a riflettere sulla crudezza delle sue affermazioni, sui suoi richiami all’unità dell’opposizione, sulla sua vana ricerca di restituire alla gente l’ardore di lottare per degli ideali comuni?
Ha avuto un certo seguito, si è fatto notare, data la popolarità di cui gode, i suoi appelli non sono certo passati sotto silenzio ma tutto è finito nel giro di qualche anno e oggi nessuno si ricorda più dei Girotondi di Moretti, dei suoi richiami, del desiderio di battersi per straordinari beni collettivi, imprescindibili in ogni paese civile, che seppe suscitare nella popolazione.
Il peggior guaio dell’Italia di oggi è che si è talmente intristita da non saper più sorridere, da aver perso ogni speranza; infatti, i pochi politici che parlano di futuro, speranza, felicità vengono regolarmente tacciati di essere retorici e di non saper parlare alla “pancia della gente”, come se il compito di un partito progressista e riformista fosse quello di parlare agli stomaci anziché alle menti e ai cuori degli elettori cui chiede consenso e fiducia.
È accaduto a Romano Prodi, che nel primo dei due confronti elettorali con Berlusconi, il 14 marzo 2006, disse di voler riportare la felicità nel Paese; è accaduto a Walter Veltroni nei mesi in cui è stato segretario del PD: parlava di speranza, utilizzava gli stessi termini con i quali Obama ha vinto le elezioni in America, convincendo della vitalità del proprio progetto politico anche molti di coloro che la volta precedente si erano affidati a Bush, solo che i colleghi di partito che tanto applaudivano Obama non facevano altro che aggredirlo ogni volta che apriva bocca e diceva qualcosa di sensato in tal senso.
Il berlusconismo, con la sua “politica del fare”, si è talmente impossessato di questo Paese da uccidere ogni sogno, obbligando anche il centrosinistra a riempirsi continuamente la bocca della parola concretezza, perdendo di vista il fatto che non c’è nulla di più concreto di un sogno che si realizza.
Barack Obama è la realizzazione del sogno incarnato nel 1968 da Bob Kennedy; è il sogno di un’America nella quale tutti i cittadini sono divenuti veramente uguali; è il sogno concreto dei ragazzi raccontati da Placido che all’epoca si esaltavano ascoltando i discorsi di Martin Luther King.
Nel libro “Sinistrati” di Edmondo Berselli c’è una riflessione ironica ma amarissima a proposito dei toni e degli argomenti di cui si servì Veltroni nella campagna elettorale per le Politiche del 2008: “Sì, buonanotte ai suonatori, buonanotte ai sognatori. Addio a don Milani, a Norberto Bobbio, a Vittorio Foa, addio alla bella politica, al sogno del reverendo Martin Luther King, ai campus dell’America democratica, a Hannah Arendt, ad Amartya Sen, e anche all’idea che i rapporti di forza potessero essere sostituiti da un’ondata di sentimento, come in un vecchio film di Frank Capra, in un’immortale romanzo di Gabriel García Marquez, in un sogno bello e impalpabile come tutti i sogni.
I care.
We can.
They win”.
Già, ma come siamo finiti dopo aver rinunciato a tutti questi sogni, questi ideali, queste passioni civili? Siamo proprio sicuri di aver perso circa quattro milioni di voti in un anno solo perché non abbiamo usato i toni di Antonio Di Pietro e non perché abbiamo, invece, tradito le speranze di chi si era emozionato sentendo veltroni citare Luther King, Bobbio o don Milani?
Dove siamo arrivati con questa falsa concretezza, con questa “politica del fare” che, in realtà, è soltanto una politica basata su annunci e scarse realizzazioni?
Come possiamo essere credibili nella difesa del mondo della cultura, martoriato dai tagli e dal discredito che gli viene gettato addosso, se noi stessi non ci facciamo portatori dei suoi messaggi, se abbiamo paura di andare oltre, di elevarci, di indurre la gente a seguirci su questa strada che aveva condotto il PD ad un risultato elettorale egregio, al di là della sconfitta, alle Politiche dell’aprile 2008?
Siamo partiti dal cinema e da uno splendido film con uno sfondo politico e idealista e siamo arrivati ad occuparci del mondo che ci è più congeniale, quello della politica diversa che vorremmo costruire insieme e proporre ai cittadini come alternativa a questa Italia buia in viso e incapace di appassionarsi a qualunque cosa.
La più grande sconfitta, passeggiando per le strade, è osservare i volti dei ragazzi spenti, che sorridono nervosamente, fingono di essere felici ma non lo sono; in realtà, si sentono preoccupati, timorosi, abbandonati, a differenza dei loro coetanei che quarant’anni fa avevano, forse, fin troppe certezze.
Erano proprio i sogni e gli ideali di quegli anni così belli e speranzosi che Walter Veltroni aveva cercato di immettere nel Paese e il Paese lo aveva seguito con entusiasmo, a cominciare dalla città di Roma dove si era riconfermato sindaco con un’ampia maggioranza.
Oggi cosa resta di quelle speranze, di quell’Italia che si era messa in fila per le Primarie, che aveva voglia di cinema, di cultura, di futuro? Cosa resta negli occhi della gente di quel progetto, oggi che i precari sono costretti a salire sui tetti e a minacciare di darsi fuoco per rendersi visibili?
Del “grande sogno” che Michele Placido espone con rara maestria, nell’Italia attuale rimane ben poco; e il suo film, considerandolo con attenzione, non dà l’idea di essere uno sguardo indietro ma uno sguardo avanti, uno sguardo verso l’Italia che il mondo della cultura vorrebbe che tornasse a vivere, un insegnamento per tutti questi “concreti e pragmatici” che siedono sulla poltrona mentre i “venditori di sogni” del Sessantotto hanno posto le basi per le leggi e le riforme che nei decenni successivi hanno consentito all’Italia di evolversi ulteriormente sul piano sociale.
Non sappiamo se questa Italia possa capire e apprezzare il film di Placido in tutta la sua bellezza ed intensità; sappiamo che c’è una larga fetta dei nostri connazionali che si rifiuta di capirlo e lo ritiene un fazioso prodotto del “culturame”, di “questa élite di merda”, al pari di un galante ministro che ha così definito gli intellettuali vicini al centrosinistra.
Noi è a quell’Italia che dobbiamo rivolgerci e dobbiamo chiedere loro di porsi un interrogativo diverso dallo stantio “Cosa è stato il Sessantotto?”. Le domande che dovrebbero porsi questi nostri connazionali sono: come starebbe l’Italia se non ci fosse stato il Sessantotto? E ancora: che ne sarà dell’avvenire dei vostri figli se non ritroveranno il coraggio, la passione e il desiderio di battersi per i propri diritti al pari di quei giovani che avevano una visione del mondo forse eccessiva ma quantomeno avevano una visione?
Roberto Bertoni
Una generazione da costruire
Il sogno di un PD multietnico
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Riflessioni su un avversario
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Cronache dall’Italia. Adesso guardiamo al futuro
Cronache dall’Italia- Lo sconforto
Partito Democratico due anni dopo (Lettera aperta al nuovo Segretario)
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