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| Venerdì, 10 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 21:27
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Articolo 21 - Everyone group
Gravi abusi nei Cie: lettera aperta (e denuncia) alle Istituzioni e autoritĂ internazionali
Nel Cie di Bari Palese le segnalazioni di abusi, prevaricazioni, trattamenti inumani e degradanti nei confronti di migranti in attesa di espulsione sono frequenti. L'equiparazione del profugo "irregolare" a un criminale si trasforma quotidianamente in un clima da girone infernale, nel quale l'essere umano bollato come "clandestino" vive senza più diritti, augurandosi spesso di essere respinto verso situazioni umanitarie gravissime, con guerre, persecuzioni, carestie, piuttosto che vedersi prolungare la prigionia nel Cie. Grazie ad alcuni attivisti che sono riusciti a superare la cortina istituzionale dietro ci si cela l'annientamento dei "clandestini", siamo in grado, questa volta, come richiesto dall'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, dall'Alto Commissario per i Diritti Umani e dal Comitato contro la Tortura del Consiglio d'Europa, di corredare i fatti con nomi e cognomi delle vittime. Due notti fa, nel centro barese, un giovane detenuto, in preda alla disperazione a causa delle condizioni di detenzioni intollerabili e alla prospettiva del rimpatrio che l'avrebbe ricondotto all'inferno, nel cuore della notte ha cominciato a gridare e a lamentarsi, poi si è praticato tagli sule braccia e sul corpo, estremo gesto di ribellione alla persecuzione e al terrore. I compagni si sono svegliati di soprassalto e hanno cercato di fermarlo: "No, fratello, devi resistere. Non dare loro questa soddisfazione". "Le guardie sono accorse subito," racconta un detenuto, "ma anziché preoccuparsi ala vista di tutto quel sangue, si sono arrabbiate per essere state disturbate. Hanno aperto la cella è giù botte. Un ragazzo, che si chiama Karim Brahimi, ha chiesto a una guardia di soccorrere il ferito, in preda a un'emorragia. Ma anziché essere ascoltato, è stato tempestato di colpi violentissimi con il manganello. Non contente, le due guardie hanno cominciato a pestare un altro ragazzo, Said Hasen".
"L’ho visto passare, era sulla barella. Sembrava gli fosse passato un tram addosso, proprio sulla faccia," riferisce fra le lacrime un altro internato. Questa è la condizione in cui vivono i migranti nei Cie italiani. Gli aguzzini sanno che nessuno di loro, una volta deportato verso Paesi in crisi umanitaria, denuncerà mai gli abusi subiti. Molti di coloro che sono in attesa di deportazione, provengono da Paesi travagliati da guerre, persecuzioni etniche, carestie ed epidemie. Il Gruppo EveryOne ha chiesto di poter rivedere le pratiche degli internati provenienti dai Paesi in grave crisi umanitaria, insieme all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati: siamo certi che un numero considerevole di domande di protezione internazionale e asilo politico sono state respinte senza ragione. Come si fa a rinviare esseri umani in condizioni di totale vulnerabilità in Etiopia, Somalia, Eritrea o anche in Egitto, Algeria, Tunisia, dove, anche secondo Amnesty International, "i Diritti Umani sono rispettati solo a parole"? Bisogna attenersi alla Convenzione di Ginevra o si commettono crimini efferati contro l'umanità. Riguardo ai trattamenti inumani e degradanti, trasmettiamo questo rapporto a Navi Pillay (Alto Commissario Onu per i Diritti Umani), ad Antonio Guterres (Alto Commissario Onu per i Rifugiati), al Comitato contro la Tortura presso il Consiglio d'Europa, chiedendo con voce ferma che si ponga fine una volta per tutte a questa barbarie, che riguarda migliaia di detenuti e che si istituisca un organismo in grado di consentire loro di presentare ricorso con la dovuta assistenza, se sono stati ingiustamente negati loro i diritti alla protezione internazionale e all'asilo politico o di denunciare (senza temere ritorsioni) i maltrattamenti subiti.
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