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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Ascoltiamo il nostro futuro
Ascoltiamo il nostro futuro

Genova, 4 settembre 2009. Mancavano pochi minuti alle otto di sera, un orario nel quale di solito le famiglie italiane si ritrovano a tavola per stare insieme dopo una giornata di lavoro e discutere dei propri problemi. Ospite della Festa Democratica era il presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e ad ascoltarlo c’era una platea ampia ed emozionata, composta da persone provenienti dai ceti sociali più diversi. Ciò che più colpiva era la presenza dei giovani, erano i loro sguardi, l’attenzione con la quale seguivano il discorso in difesa delle istituzioni e dei valori etici, morali e civili oggi messi in discussione, pronunciato da uno degli ultimi Padri della Patria rimasti in vita.
Si avvertiva, tra la gente, un desiderio vivo di esserci, di partecipare, di imparare da un uomo che ha speso l’esistenza al servizio dello Stato e che sente ora il dovere di mettere il proprio prestigio e la propria esperienza politica al servizio di una causa ancora più nobile: la difesa della Costituzione e dei princìpi base su cui essa è stata redatta.
In molti si chiedevano come facesse un uomo di quell’età a trovare tanta energia, a parlare con tanto vigore, a trasmettere tanta passione ad un uditorio in cui molti dei presenti potevano essere suoi figli e nipoti.
Verso la fine dell’incontro, Scalfaro ha detto una frase significativa: “Le cose che dico adesso sono le stesse che dicevo nel 1946”. Le date nella storia contano eccome. Bisogna analizzare il contesto politico e sociale e rapportarlo a quello attuale perché, esaminandoli con attenzione, ci si accorge che le differenze non sono poi così marcate.
Allora come oggi, l’Italia veniva da un periodo buio, di violenza e disperazione. Noi ci illudiamo di non essere coinvolti in nessuna guerra ma non è così. Certo, non ci sono bombardamenti, rastrellamenti e cadaveri gettati agli angoli delle strade; è una guerra più subdola, più strisciante, ma probabilmente anche più pericolosa perché è la guerra civile combattuta da un Paese in cui, da quindici anni, è diventato impossibile dialogare con l’avversario. È un conflitto lacerante, i cui drammatici effetti si vedono ogni volta che ci sarebbe bisogno di unità nazionale su questioni che dovrebbero andare al di là degli schieramenti e ogni volta che il Capo dello Stato viene attaccato per aver invocato l’unità nazionale in circostanze nelle quali non se ne può fare a meno.
Non ci sarà, per fortuna, una nuova Piazzale Loreto, ma la Resistenza è in atto e i Partigiani di oggi sono giornalisti, insegnanti, ricercatori, precari, sono tutti coloro che non ce la fanno più a vivere in un’Italia così divisa che qualcuno si diverte a rendere sempre più disunita e diseguale. Non sparano, non salgono sui monti; le poche armi che possiedono sono blog e siti internet, manifestazioni di piazza e scioperi d’ogni tipo, tra cui quelli terribili che abbiamo visto inscenare dai docenti che perdono il posto di lavoro a causa dei tagli del ministro Tremonti avallati dalla Gelmini.
L’unica, sostanziale differenza tra il 1946 e il 2009 l’ha spiegata bene Edmondo Berselli su “L’espresso” (l’articolo in questione si intitola “Se manca la riserva”): è “l’assenza di riserve credibili, cioè la mancanza di uomini simbolo, in grado quando è necessario di fare da argine al degrado e da supplenza alla politica”.
Rischiamo di dover affrontare l’emergenza rappresentata da questo governo senza una guida, senza un esempio, un simbolo, un baluardo al quale aggrapparci per trovare la forza, tutti insieme, di reagire. Nel 1946 fu eletta l’Assemblea Costituente e a scrivere la Carta Costituzionale furono chiamati personaggi del calibro di De Gasperi, Nenni, Einaudi, Terracini, Moro, Pertini e molti altri ancora, grazie ai quali questa Nazione dilaniata da una dittatura tornò ad essere unita dai fondamenti della democrazia. Inoltre, in quell’anno ormai così remoto, c’erano giornalisti come Biagi, Montanelli, Guareschi, Pannunzio, i quali, a dispetto delle rispettive idee, di sicuro non le mandavano a dire al potere e mantenevano sempre la propria indipendenza ed autonomia di giudizio.
Chi è rimasto oggi a lottare contro la deriva di cui siamo vittime? Quanti intellettuali, o sedicenti tali, per troppo tempo hanno taciuto? Quante volte chi aveva il dovere di opporsi, che gli era stato assegnato dalla volontà degli elettori, è venuto meno al proprio compito?
Sono domande retoriche che, però, rendono bene l’idea dei clamorosi errori di sottovalutazione commessi allora come oggi; sbagli che ci sono costati, all’epoca, un Regime e una guerra sanguinosa e che oggi ci costano un autoritarismo mascherato da democrazia ed un conflitto meno atroce di quella guerra ma non per questo meno devastante dal punto di vista delle conseguenze.
Questo dice da anni il presidente Scalfaro; e i cittadini che lo ascoltavano al Porto Antico provavano un senso di sollievo, sapendo che c’è ancora qualcuno in grado di arginare questa deriva e di restituire un barlume di speranza alle nuove generazioni che non credono più neanche in se stesse.
Genova, 4 settembre 2009. Era sera inoltrata e, nella sala Guido Rossa, Walter Veltroni, intervistato dal direttore de “La Stampa” Mario Calabresi, stava presentando “Noi”, il suo ultimo romanzo.
Ad un certo punto, l’ex segretario del Partito Democratico ha pronunciato due frasi che recitavano più o meno così: “Mi è capitato spesso di trovarmi al tavolo con persone che davano l’impressione di essere interessate non a ciò che tu stavi dicendo ma a ciò che avevano da dirti loro”; e ancora: “Ascoltare gli altri oggi è un atto rivoluzionario”. Già, pensate voi com’è semplice compiere una rivoluzione e quanto siamo sciocchi a non provarci nemmeno.
Sono parole sulle quali sarebbe opportuno che l’intera classe politica, specie nel centrosinistra, si interrogasse a fondo, comprendendo quanto tempo abbiamo perduto a parlarci addosso; a complimentarci l’uno con l’altro per i risultati ottenuti, senza accorgerci che quei risultati per chi si era fidato di noi erano insufficienti; a guardare ognuno in una direzione diversa, perdendo quello spirito di unione e di collettività che, invece, avrebbe dovuto animarci.
Anche ad ascoltare Veltroni c’erano parecchi giovani: attenti, interessati, animati da una sana ed autentica passione civile.
Eppure l’opera di Veltroni è tutt’altro che leggera: narra periodi storici che nessuno di quei ragazzi ha vissuto ed altri che può ricordare soltanto chi oggi ha la barba bianca. I ragazzi, però, lo ascoltavano ed applaudivano lo stesso. Si immedesimavano nelle atmosfere di quegli anni, si lasciavano trasportare da quell’incitamento a ritrovare un senso di solidarietà verso il prossimo e il coraggio di guardare avanti, di costruire il futuro e di non rassegnarsi al presente. Ci credevano realmente in quelle parole, così come ci credeva la maggior parte di coloro che assisteva a quella presentazione, dimostrando una volta di più che la buona politica esiste e non nasce nei palazzi romani ma dalla coscienza di ciascuno di noi.
Non ero lì per caso. Partecipavo insieme a ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia all’Assemblea nazionale degli studenti medi dei Giovani Democratici.
È stato uno degli incontri più coinvolgenti da quando ho deciso di mettere le mie capacità al servizio degli ideali in cui credo e della comunità nella quale ho la fortuna e l’orgoglio di vivere.
Nessuno di noi raggiungeva i trent’anni, alcuni erano addirittura minorenni, ma ci accomunava il desiderio di esprimere le nostre idee, di avanzare proposte, di raccontare esperienze ed indicare possibili soluzioni per opporci alla distruzione della scuola messa in atto da questo governo.
Qualcuno veniva dal vicino Piemonte ma molti avevano attraversato l’Italia, sobbarcandosi molte ore di viaggio in treno pur di venire a portare la propria testimonianza.
Ancora una volta eravamo di fronte a persone che volevano esserci a tutti i costi, che volevano essere protagoniste del proprio domani e non si rassegnavano a farselo scrivere da altri, subendo passivamente ogni decisione piovuta dall’alto.
L’aspetto più rincuorante di questi due giorni d’incontro è stata la capacità comune di ascoltare e rispettare gli altri, anche quando esprimevano idee che non condividevamo o avanzavano soluzioni a nostro giudizio poco efficaci.
Prima di parlare, ognuno ascoltava gli altri e traeva dagli altri interessanti spunti di riflessione; ci si confrontava, a volte ci si contrastava pure perché così funziona in democrazia.
Il modello politico che abbiamo di fronte dal 1994 è un modello politico distorto e sbagliato. Ci siamo ormai assuefatti all’idea di un capo che ordina e dei sottoposti che obbediscono senza mai esprimere una posizione discordante su nessun argomento. Siamo ormai talmente assuefatti a questo modello che anche al nostro interno abbiamo paura del dialogo e del confronto, e ci dà profondamente fastidio quando qualcuno si discosta dalla posizione ufficiale del Partito, come se su certe questioni (penso, ad esempio, a quelle etiche che attengono ad un campo nel quale non hanno senso i colori politici) si potesse essere tutti d’accordo.
Hanno ragione coloro che sostengono che trovare una sintesi è indispensabile, ma la pluralità di voci deve essere sempre rispettata e guai se a qualcuno saltasse in mente di mettere a tacere chi la pensa diversamente con la scusa che il Partito deve avere un’unica voce ufficiale.
Ciò che ho imparato nei giorni trascorsi a Genova, partecipando al nostro dibattito, è che avere una pluralità di voci disposte al dialogo e al confronto consente di trovare prima e meglio una sintesi condivisa e di unire realtà completamente diverse come quelle delle varie zone d’Italia.
Una delle questioni di cui si è maggiormente discusso quest’estate è la cosiddetta “disparità tra Nord e Sud”, che effettivamente esiste e sulla quale bisogna intervenire con misure concrete se non si vuole correre il rischio che la frattura diventi insanabile e comporti una regressione economica per l’intero Paese.
Ragionando insieme, ci siamo resi conto che determinate risposte possono essere valide sia al Nord che al Sud; che, nonostante lo squilibrio economico tra Settentrione e Meridione, la scuola soffre a qualunque latitudine e i problemi causati dalle sforbiciate del governo sono più o meno gli stessi dappertutto.
Ovunque mancano i fondi per le minime cose, a cominciare dai gessi e dalla carta igienica; ovunque ci sono insegnanti che perdono il posto e classi che rimangono scoperte; ovunque mancano i bidelli e non si sa a chi affidare la pulizia e la manutenzione degli edifici; ovunque la scuola, un tempo motore del nostro sviluppo, sta perdendo la sua dignità così come l’ha già persa da tempo chi vi lavora.
Non servono ulteriori esempi per trasmettere il messaggio che Nord, Centro e Sud sono soltanto divisioni geografiche e che l’Italia è una sola, con le sue culture, le sue diversità ma con dei valori basilari che nessuna forza politica deve permettersi di minare, come purtroppo fa da mesi la Lega Nord semplicemente per ottenere visibilità e consensi in vista delle Regionali.
La piccola lezione che abbiamo impartito noi ragazzi è che solo un Partito che pone al centro della propria ragione di esistere il confronto tra coloro che ne fanno parte o che lo sostengono può definirsi davvero Democratico; e quest’aggettivo assume un’importanza ben diversa da quella che avrebbe in un contesto normale quando alla guida del Paese c’è un Premier che chiede risarcimenti milionari, aggredisce e minaccia chiunque osi contestare il suo operato.
A Genova abbiamo constatato con piacere che ci sono ancora tantissime persone, anche tra i ragazzi, che non si rassegnano a frequentare una scuola ed un’università che non possono fornire loro le risorse culturali necessarie per affrontare le complesse sfide che questo secolo pone sul cammino di ciascuno di noi.
Abbiamo ritrovato quell’interesse per la politica che pensavamo si fosse smarrito, sepolto da interminabili riflessioni su veline, vallette, squinzie e frequentatrici di Palazzo Grazioli che sviliscono i veri compiti cui è chiamata la politica, soprattutto in una fase delicata come quella che stiamo vivendo.
Nelle parole del presidente Scalfaro e nel clima di concordia, almeno apparente, che abbiamo riscontrato alla Festa Democratica, possiamo dire di aver riscoperto quella politica che per troppo tempo ci è mancata: una politica attiva, vitale, capace di parlare ma soprattutto di ascoltare tutti; una politica che non si ferma alle apparenze, che analizza i problemi, che guarda sempre avanti con il coraggio di osare che da sempre contraddistingue l’azione riformista in tutti i paesi democratici del mondo.
Ci sono sembrate, finalmente, lontane le beghe, le divisioni, i malumori, le discordie che hanno provocato le dimissioni di Walter Veltroni e mesi di disaffezione nei nostri confronti, fino a correre il rischio di essere abbandonati da quei ceti sociali che un tempo costituivano la nostra base elettorale.
Non possiamo più permetterci di avere dei vertici di Partito i cui leader affrontano pubblicamente argomenti che non conoscono. Per questo, il primo dovere del Partito Democratico è quello di coinvolgere e valorizzare tutti noi che ci siamo riuniti, riuscendo anche a trovare un punto d’incontro e a coalizzarci intorno ad obiettivi comuni di rilancio della cultura e dell’istruzione, che sono poi gli obiettivi di quanti non possono accettare un’Italia ignorante e chiusa nei propri pregiudizi.
La politica, quella con la P maiuscola che si schiera dalla parte dei cittadini e li aiuta ad uscire dai momenti di crisi e di disperazione, è proprio questo: mettersi al servizio e saper ascoltare gli altri.
In vista del Congresso e delle Primarie del prossimo 25 ottobre, noi dobbiamo fare ammenda degli errori commessi in passato e avere l’umiltà di riconoscerli senza paura di essere giudicati male per questo.
Infatti, solo se saremo capaci di ascoltare il nostro futuro e di rispondere alle istanze dei milioni di italiani che hanno bisogno di noi, riusciremo ad essere nuovamente credibili e a liberare l’Italia da un esecutivo e da una maggioranza che nega e nasconde i problemi perché non è in grado di risolverli, umiliando con ogni sorta di vessazione e di offesa chi cerca solo di svolgere al meglio il proprio lavoro per condurre un’esistenza dignitosa.

Roberto Bertoni

 

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