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Articolo 21 - Osservatorio Esteri
Christian Poveda: la guerra tra gangs in Salvador fa una vittima in piů - di Simo Petrelli
Christian Poveda: la guerra tra gangs in Salvador fa una vittima in piů - di Simo Petrelli

di Simone Petrelli

Una delle periferie estreme di San Salvador, capitale del minuscolo staterello centroamericano di El Salvador, si chiama Apopa. E’ poco più di una manciata di baracche fatiscenti, e la gente ci si trattiene -e ci si trascina- con malcelata disperazione. Ma nelle ultime ore è addirittura peggio. Perché il posto pullula di poliziotti. Con la polizia locale c’è poco da scherzare, dicono tutti: tutti con maniere sbrigative e soluzioni più che dirette. Duri e puri. Perché qui la legge di strada è ancora più cruda. Con i vicoli che brulicano di gangs e il governo centrale che non sa più che fare, Apopa è terra di nessuno. Da poche ore è anche la tomba di Christian Poveda.

Già corrispondente per molte agenzie francesi e per le più importanti voci dell'informazione internazionale, il fotoreporter franco-spagnolo viveva da ben tre anni nel Paese. Era arrivato qui nel 2006, con l’intento ambizioso e pericoloso di girare un docufilm sulle Maras, sulle violente bande armate che qui fanno esattamente il loro comodo e controllano il traffico di coca. Si sa ancora poco della dinamica, ma non si è trattato di un’omicidio qualsiasi. Il foro a stella sul cranio significa colpo di pistola sparato a bruciapelo in testa. Cioè esecuzione. Ed ecco l’ennesimo caduto nella guerra sporca alle gangs.

In tv, un dolente Funes ha chiesto in qualità di Presidente agli organi competenti di aprire l'inchiesta. Di concerto con il Ministro della Giustizia, ha promesso di portare davanti a un giudice i responsabili del crimine. Intanto si avvicina l’anniversario del giorno più importante: il 30 settembre. Data di uscita, nel 2008, di "La Vida Loca"(La vita folle), la pellicola dedicata alla disperata vita quotidiana dei membri della gang di strada Mara 18. Poveda il 30 settembre non ci sarà. A 53 anni è stato ucciso da presunti membri di una banda su una stradina sterrata a 16 chilometri da San Salvador, mentre tornava in auto con il girato della Campanera, il sobborgo povero, sovrappopolato e roccaforte di Mara 18.

"La Vida Loca" segue le imprese quotidiane di alcuni affiliati della gang. Senza censure e senza filtri, perchè Poveda non ha smesso di girare nemmeno un secondo. Nemmeno quando alcuni dei suoi attori sono stati uccisi o arrestati. Non poteva essere altrimenti, perché Mara 18 non si ferma di certo per minuzie simili. Ha un’eterna rivale, Mara Salvatrucha, con cui spartirsi una rete criminale che infetta come un cancro il resto del Centroamerica, ed arriva perfino a Los Angeles. Secondo le autorità, sono almeno 30.000 i cosiddetti “mareros”. Gente di mala, dedita alla vendita di droga come al traffico dei migranti e alle estorsioni.

Di Christian Poveda ora resta molto. Resta il ricordo del fotografo e regista franco-spagnolo. Resta una quindicina di documentari presentati nei principali festival e mercati televisivi mondiali. Restano i suoi lavori, intensi e drammatici, sono apparsi su Actuel, Bunte, Cambio 16, El Pais, Epoca, Figaro Magazine, GEO, Interviù, Express, Observer, Le Monde 2, Mondial Basket, Newsweek, New York Times, Nova Magazine, Panorama, Paris Match, Photo, Quick, Sete, Stern, Time Magazine e VSD.

E resta “La Vida Loca”. Un film dedicato alle gangs che hanno rubato il nome alle “marabundas”, fameliche formiche dell’Amazzonia che divorano tutto quello che trovano sul loro cammino, e che stanno seminando un terrore cieco in tutta l’America Centrale. Un terrore di importazione americana, visto che le maras si ispirano dichiaratamente alle gangs storiche statunitensi. “Le maras portano il terrore”, diceva Poveda. Ma sono le sole a comprendere davvero il malessere della vita nel Paese centroamericano.

“L’odio di chi non ha mai avuto niente. L’odio dello sfruttamento, della sottomissione e dell’umiliazione quotidiana.” L’odio degli animali in trappola. Lo stesso odio che ha finito per soffocare il reporter.

Dalla rete di Articolo 21