Site Map | Feed RSS | Venerdì, 03 Settembre 2010 - Ultimo aggiornamento: 18:52
Ricerca con Google
Web articolo21.info
 
Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Non sentiamoci soli
Non sentiamoci soli

Mi trovavo in una splendida pineta, davanti alla spiaggia toscana di Punta Ala, in compagnia di carissimi amici. Era per noi un momento di gioia e d’allegria: in vacanza, sdraiati all’ombra mentre il resto del Paese era afflitto da temperature tropicali, allegri e sorridenti, lontani anni luce dai problemi e dalle difficoltà che si incontrano ogni giorno.

Stavo approfittando di quella pausa per dedicarmi alla lettura del libro "Forse Dio è malato" di Walter Veltroni: il racconto del viaggio in Africa compiuto qualche anno fa dall’ex segretario del Partito Democratico.

Intorno a me c’erano solo alberi rigogliosi e pieni di vita quando, leggendo il capitolo sui bambini soldato, la mia attenzione si è soffermata su queste frasi: "Non hanno paura: un bambino sale su un albero fino all’ultimo ramo. Un grande no. Un bambino non conosce il limite, non ha pienamente compiuto <<l’esperienza>> della paura. Il campo delle sue possibilità gli appare sterminato, non vede palizzate o recinti". Le uniche palizzate e i pochi recinti che avevo visto in quei giorni erano quelli delle villette intorno alla spiaggia: autentici gioielli da milioni di euro.

In quel momento, scorrendo quelle frasi così chiare sul perché nelle guerre africane (molte delle quali "dimenticate" dalla nostra indifferenza) si ricorra spesso ai bambini per compiere azioni ignobili, ho provato sentimenti contrastanti: da una parte, pensavo di non poterci fare niente e, anzi, di star facendo più del mio dovere civile nel leggere storie tanto atroci in quell’oasi di felicità; dall’altra, mi appariva eccessiva, quasi ingiusta e immotivata, tutta quella gioia, tutta quell’allegria, tutto quel privilegio di osservare alberi così maestosi, che per noi sono un sinonimo d’estate e di vita, mentre per loro, talvolta, sono gli unici rifugi o simboli di morte e crudeltà.

Quella frase mi ha accompagnato per tutta la serata, mi ha inseguito in ogni istante, e il secondo sentimento, quello di rabbia e di ingiustizia, ha finito col prevalere. Ad un tratto, mentre di notte affidavo al mio taccuino il resoconto di quella giornata, mi sono chiesto come avessi fatto a pensare anche solo per un istante di stare compiendo più del mio dovere solo perché stavo leggendo un libro, quando ci sono persone che in quell’inferno hanno scelto di viverci e di rischiare la vita per portare gratuitamente un messaggio di speranza a bambini e ragazzi della mia età che ormai si sono rassegnati alla fame, alla guerra e alla disperazione.

Mi è venuto spontaneo scrivere, al termine di quella riflessione: "Allora ho capito quanto sia stata generosa con me la lotteria della vita".

Tornando indietro nel libro, mi sono accorto che quel contrasto di sentimenti, quei pensieri così sofferti in un contesto così spensierato, erano il modo migliore per ricaricare le batterie in vista dei numerosi impegni e delle grandi battaglie che ci attendono quest’anno, prime tra tutte il Congresso e le Primarie del Partito Democratico, da cui dipendono le sorti dell’opposizione e, dunque, buona parte del futuro dell’Italia.

Mi ha colpito pure un’altra riflessione, letta all’inizio di quel volume, quando Veltroni, osservando in un angolo un grande ulivo dipinto con colori vivaci su un foglio di carta, racconta a padre Alex Zanotelli (all’epoca missionario nella bidonville di Korogocho, a Nairobi) che l’ultima delle ragioni della sua visita è quella di ritrovare l’Ulivo. "E le sue radici vere," scrive "in fondo, sono davvero in queste culture, in queste fedi, in queste passioni civili e politiche. Quelle che portano giovani cattolici, preti e no, e giovani laici delle organizzazioni non governative a condividere la stessa voglia di giustizia sociale, lo stesso desiderio di combattere le disuguaglianze più odiose. La nostra migliore storia sta nell’incrocio moderno di questi percorsi".

All’epoca, il Partito Democratico era ancora un’utopia e in pochi pensavano che si potesse giungere, un giorno, alla fusione delle grandi culture politiche e sociali che hanno caratterizzato la crescita e lo sviluppo dell’Italia nel Ventesimo secolo.

Quel sogno, che allora sembrava destinato a rimanere tale, oggi è realtà; ma non ha ancora trovato il suo pieno compimento, la sua ragione di esistere.

Capisco che partire dall’Africa per spiegare questa ragione, possa apparire un po’ contorto, ma non lo è.

Lo conferma un altro episodio che mi è capitato durante quella vacanza, quando insieme agli stessi amici ci trovavamo su un gommone che, dalle meravigliose Spiagge Caldane, ci riportava all’Isola del Giglio, dove ci attendeva il traghetto che ci avrebbe condotto a Porto Santo Stefano.

Mentre il gommone ondeggiava su e giù, regalandoci un’ulteriore ebbrezza, ad un’amica venne spontanea questa riflessione: "Pensa i clandestini poveretti".

Non avendo a disposizione né televisione né giornali, non potevamo sapere che nelle stesse ore l’Italia si trovava di fronte le immagini di un gommone partito dalla Libia con settantotto persone a bordo e giunto nel Canale di Sicilia con solo cinque sopravvissuti, in condizioni disperate e allo stremo delle forze, dopo aver visto settantatre di loro morire progressivamente di fame, di sete, di stenti, asfissiati dal caldo e stipati come sardine su un’imbarcazione che, di solito, porta dieci-dodici persone.

Una volta tornato a casa, sfogliando i giornali che mi ero fatto conservare da mia madre, ho appreso di quella tragedia e le parole della mia amica mi sono risuonate nella testa per ore, come se in quel momento lei sapesse, come se li avesse visti sbarcare quei poveracci, ormai distrutti dalla fatica e dal dolore.

Perché mai, in compagnia del fidanzato e di un carissimo amico, davanti agli scogli di una delle coste più belle d’Italia, una ragazza si sarebbe dovuta preoccupare degli ultimi del mondo, dei più sventurati? Eppure lei l’ha fatto, e sono sicuro che quel pensiero non le sia venuto così per caso. Le è bastato trovarsi su un gommone per ricordarsi di tutte le tristi immagini che ha osservato in questi anni; le è bastato un attimo, a lei che da sempre ama il volontariato e le persone coraggiose che si mettono al servizio degli altri, per immedesimarsi nei sogni, nelle aspirazioni, nelle speranze di chi fugge da guerre e miseria in cerca di un futuro migliore.

Non sono casi isolati, frutto della fatalità. Ne ho conosciute moltissime di ragazze e ragazzi così: idealisti, attenti alla società che li circonda, motivati, desiderosi di aiutare il prossimo e di tendergli una mano, di capirlo senza pregiudizi. Li ho incontrati agli Scout, nelle associazioni cattoliche, la maggior parte a scuola e tanti anche in politica, dove si ritiene erroneamente che ci siano solo arrivisti, faccendieri e persone losche, disposte a tutto pur di conquistare altro potere e mantenere quello che hanno già ottenuto.

Di sicuro, personaggi del genere non mancano. Tuttavia, sarebbe un grave sbaglio pensare che possano prevalere a lungo, perché la vicenda di Bush in America insegna che, prima o poi, arriva un giorno in cui i cittadini non sono più disposti a farsi prendere in giro, a credere a false promesse, a barattare la propria libertà in nome di un’inesistente sicurezza.

Qui in Italia, i mesi che abbiamo di fronte saranno decisivi per capire quale sarà il futuro del nostro Paese e della generazione, la nostra, che sarà chiamata nei prossimi anni a prenderne le redini.

È vero che abbiamo davanti dei pessimi esempi di indifferenza ed egoismo (lo dico al di là degli schieramenti politici perché, purtroppo, è una piaga trasversale); è vero che dovremo far fronte a riforme che vanno nella direzione opposta rispetto agli interessi dei cittadini; è vero che il desiderio, neanche troppo nascosto, del cavaliere è quello di occupare "manu militari" anche RaiTre e spegnere quei pochi fuochi di libertà, passione civile e buon giornalismo che sono rimasti; è vero tutto questo, ma è anche vero che, in questo Paese berlusconizzato e un po’ velinaro, ci sono ancora milioni di studenti pronti a scendere in piazza per difendere il proprio domani, che ci sono migliaia di insegnanti che non si rassegnano a perdere il posto, che ci sono milioni di operai che sono disposti a fare lo sciopero della fame, a salire sulle gru e a protestare in ogni modo pur di difendere le proprie fabbriche a rischio di chiusura.

C’è un’Italia razzista e sbagliata, quella che plaude al reato di clandestinità e alle maniere forti di questo governo, ma siamo certi che si stia assottigliando, poiché è proprio nei momenti difficili, quando tutto sembra ormai perduto, che gli italiani danno il meglio di sé e ritrovano quell’orgoglio, quelle energie, quella solidarietà e quella capacità di collaborare che fino al giorno prima parevano smarriti.

Per condurre la nostra lotta di giustizia e civiltà, non abbiamo a disposizione le "armi" (e sia chiaro che la parola armi non è casuale) di cui dispone il Presidente del Consiglio, non possediamo la stessa mole di giornali e televisioni, non abbiamo accentrato nelle nostre mani un potere così smisurato da apparire assurdo a tutte le altre democrazie occidentali. Abbiamo, però, delle caratteristiche di cui Berlusconi e i suoi luogotenenti non disporranno mai: siamo animati da ideali solidi; abbiamo una forza che deriva dalla profonda convinzione di star difendendo la Nazione in cui vogliamo che crescano i nostri figli e nipoti da un assalto senza precedenti; abbiamo la certezza che quella Nazione, perché la vedano e ci vivano con gioia le generazioni future, debba essere diversa e, infine, avvertiamo il senso di stanchezza della gente di fronte alla devastazione delle conquiste sociali raggiunte in seguito a decenni di lotte sindacali e civili e a due guerre mondiali.

Quando ero Scout, c’era una giornata che mi piaceva più di tutte: si chiamava "Thinking Day" (Giornata del Pensiero) e ci si riuniva tutti in una struttura per recitare, comunicare, stare insieme, compiere attività che favorissero il pensiero e tenessero fuori dalla porta la solitudine e l’indifferenza.

In questi giorni, mi è capitato sotto mano un ciondolo di cartone che mi diedero durante una di queste edizioni; sul retro c’è una frase che riassume quanto detto in quest’articolo: "La capacità di servire gli altri è la miglior fonte di felicità".

Se ci pensate, questo è il compito della vera politica, dell’alta politica, di quella che si occupa delle istanze dei cittadini, dalle più piccole a quelle che incidono sul loro avvenire.

Chi sceglie questa strada dovrebbe essere animato dagli ideali di autentici benefattori come padre Alex Zanotelli e dovrebbe sentirsi doppiamente privilegiato: perché ha la possibilità di vivere quotidianamente una vita piena, ricca di incontri e di esperienze e perché, a differenza dei poveri missionari che si recano nelle parti del mondo dove – per dirla con padre Alex – "forse Dio è malato", hanno anche la possibilità di sviluppare una carriera, di ottenere riconoscimenti e soddisfazioni.

L’auspicio per i complicati mesi che ci attendono, dunque, è che non siano più solo i partiti a chiamare in piazza la gente (per quanto, non mi dispiacerebbe se, soprattutto il PD, manifestasse il più possibile contro tutto ciò che sta combinando l’esecutivo, per dare un segnale di effettiva vicinanza a milioni di cittadini che non sono più disposti ad accettare questo stato di cose), ma che sia la gente a risvegliare le coscienze un po’ assonnate delle forze politiche, che sia la gente a riavvicinarsi alla politica per costringere una politica troppo distante dalle sue esigenze a compiere lo stesso passo.

Nelle prossime settimane, torneremo ad occuparci del clima di unità che si comincia a respirare nel centrosinistra, al di là delle rispettive e sacrosante posizioni su certi argomenti e dello scetticismo in cui si crogiolano i consueti pessimisti a oltranza.

Finalmente, iniziamo a vedere che i candidati alla segreteria del PD, pur mantenendo posizioni differenti su alcuni punti, tuonano con la stessa veemenza contro gli sconsiderati attacchi del Premier alla stampa libera (basti pensare alla richiesta di risarcimento di un milione di euro che egli ha indirizzato a "la Repubblica" per le dieci domande che il quotidiano gli rivolge da mesi), cercando nello schieramento avverso interlocutori di ben altra caratura come il presidente della Camera Gianfranco Fini.

In conclusione, mi riallaccio al punto da cui sono partito, da quell’Africa che il compianto senatore Ted Kennedy ha contribuito a rendere migliore, battendosi con la grinta che tutti gli riconoscevano per fare varare la legge Anti-Apartheid che avrebbe contribuito a piegare il Sudafrica, restituendo diritti e dignità a milioni di neri e al loro leader, Nelson Mandela.

Lo straordinario insegnamento che ci lascia Ted è che bisogna sempre guardare oltre l’orizzonte, che bisogna sempre spingersi al di là, conservando quella lungimiranza che è propria dei "liberal", delle persone di sinistra che non si arrendono davanti a nessuna forma di ingiustizia.

Parlava di Diritti civili quando questo tema era altamente impopolare, conduceva battaglia coraggiose e, spesso, solitarie, non rinunciava mai ai propri sogni e ai propri ideali e, oltre a grandi messaggi di libertà ed uguaglianza, ci lascia in eredità il primo Presidente afro-americano della storia statunitense, lo stesso che ha giurato sulla Bibbia di Lincoln e non si è mai dimenticato delle proprie origini e del fatto che, se l’America oggi è la prima potenza mondiale, il merito è anche della moltitudine di schiavi neri che giunsero dall’Africa nei secoli scorsi e trovarono il coraggio di ribellarsi contro le discriminazioni cui erano soggetti.

Nel rendere omaggio a Ted Kennedy, comprendiamo le ragioni per cui non dobbiamo sentirci soli ma, al contrario, abbiamo il dovere di mettere in pratica i suoi insegnamenti nella vita e nelle battaglie quotidiane per il nostro Paese.

Dobbiamo essere fieri delle nostre differenze e sfidare il populismo di questa destra, incalzarla, contrastarla, non farci dettare l’agenda dalle sparate di Berlusconi o di Bossi perché, per tornare ad essere credibili e a ricevere fiducia da un popolo demoralizzato, bisogna anzitutto avere l’audacia di fornire all’opinione pubblica anche disamine scomode, che non portano avanti nei sondaggi, come quella che Kennedy fornì a proposito della crisi finanziaria in arrivo (e che oggi sembra sia stata pronunciata da un profeta): "Quel pericolo si vede, ma nessuno fa niente perché si arricchiscono in molti. Ma molti di più perderanno il lavoro. E con la perdita in massa del lavoro si perde molto più di una guerra".

 

Roberto Bertoni

Notizie Correlate
Audio/Video Correlati
Dalla rete di Articolo 21