| Domenica, 12 Febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento: 23:49
di Simone Petrelli
Viktor Bout. Il signore della guerra esiste. Ha un volto, e sembra anche essere in buona salute. Gli Stati Uniti vorrebbero la sua estradizione formale. Vorrebbero fargliela pagare cara per anni ed anni di ininterrotto commercio di armi. Per aver fornito supporto materiale ai terroristi ed aver sostenuto con i suoi potenti mezzi innumerevoli cospirazioni per uccidere americani in tutto il globo. Non è poco per un russo commerciante di armi come tanti prima di lui. Ma non è nemmeno abbastanza. Perchè da buon rifugiato di spessore ora può godersi la sua "prigione dorata" in Thailandia, Paese che attualmente lo ospita e che non intende affatto estradarlo.
Secondo un portavoce della Corte thailandese le accuse degli States non sono applicabili alla legge locale. L’insistenza di Washington, allora, cela dell’altro. "Si tratta di un caso politico” dicono a Bangkok. Perché la goccia che ha fatto traboccare il vaso e scattare la furia americana ha a che fare con la Colombia. E con le Farc. A loro Bout avrebbe venduto un vero e proprio arsenale. A loro che, secondo l’ottica della Thailandia, stanno lottando per una causa politica. E non costituiscono dunque un gruppo criminale. In Thailandia le Farc non sono viste come un'organizzazione terroristica.
Così, gli Stati Uniti ora hanno 3 giorni. Cioè appena 72 ore di tempo per presentare il ricorso contro la sentenza. Oppure Bout verrà liberato. Parola del giudice Kittakorn Phattanasiri. Un rischio che non si può correre se si ha ache fare con uno che, secondo le Nazione Unite, ha passato impunemente armi di ogni tipo a dittatori e terroristi in tutto il mondo, dall’Africa all’Afghanistan. Bout è stato arrestato in Thailandia il 6 marzo 2008 da agenti della DEA. Ad appena 42 anni è nel pieno delle forze, può ancora farne parecchia di strada. Specialmente come mercante di morte. Un mestiere che certo gli riesce particolarmente bene.
Viktor Anatolyevich Bout è nato a Dushanbe, in Tagikistan, il 13 gennaio del 1967. Se si ricerca il suo nome sul web, viene schedato come criminale russo. Ha un passato da dirigente nelle fila del KGB. E un presente da trafficante d'armi. A suo modo, è addirittura famoso. È stato infatti il soggetto originale da cui hanno tratto spunto Douglas Farah e Stephen Braun per un libro scritto a quattro mani che alla fine è diventato un film: Lord of War, per l’appunto, pellicola del 2005 diretta dal regista Andrew Niccol.
Sul grande schermo il suo personaggio, ribattezzato per l’occasione Yuri Orlov, è stato interpretato addirittura da un carismatico Nicolas Cage. “Dove c'è un uomo, c'è un'arma”, era il motto di Lord of War. Un film crudo, studiato per offrire una tragica ma reale testimonianza di quanto il traffico d’armi, il "Gun Running", compenetri ormai le dinamiche dell’economia globale. Non farti mai sparare dalla tua stessa merce. Escogita sempre un modo di essere pagato a prova di idiota. Non combattere e/o parteggiare per il tuo cliente. Non prendere mai la merce del tuo cliente davanti a lui. Non andare mai in guerra. Specialmente contro sè stessi. Le cinque regole d’oro di un buon mercante di morte.
Un uomo consapevole che ci sono più di 550 milioni di armi da fuoco in circolazione nel mondo, e che c'è dunque un'arma da fuoco ogni dodici persone nel pianeta. Un uomo che impiega il suo tempo a domandarsi come armerà le altre undici. Un uomo proprio come Viktor Bout. Quello a cui danno la caccia gli States. Eppure, nel 2004 furono proprio gli Stati Uniti a classificarsi primi assoluti negli accordi per il traffico d'armi con le nazioni in via di sviluppo. Un giro di valuta che toccò i 6,9 miliardi di dollari. Un circuito della morte in cui alla Russia di Bouti spettava la seconda posizione, con un miliardo di dollari in meno.
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