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Articolo 21 - Rassegna Stampa
La Rassegna Stampa di oggi domenica 2 agosto 2009 a cura di Hary
La Rassegna Stampa di oggi domenica 2 agosto 2009 a cura di Hary
Bagni chimici, noleggio d'oro quanto un pasto per 16 persone
da La Repubblica

L'AQUILA - Nella grande tendopoli di piazza d'Armi ne sono rimasti 32. Ad Assergi, piccola tendopoli, ce ne sono 3. A Murata Gigotti ce ne sono ancora sei. Sono i gabinetti chimici, quei casotti di metallo e plastica che appaiono in tutta Italia in occasione di grandi raduni o concerti, e anche in emergenze come quelle del terremoto. La protesta parte proprio da Murata Gigotti. "Quando per la nostra mensa chiediamo carne di vitello o di agnello, ci dicono: è troppo cara, possiamo darvi il pollo, il tacchino o lo spezzatino di manzo. Rispamiare sul cibo va bene, ma poi vedi buttare via i soldi come se niente fosse.
Tenere i bagni chimici oggi è proprio uno spreco. Nei primi giorni, giustamente, ne hanno messo una lunga fila. Sono arrivati poi i blocchi con bagni e docce ma questi 6 bagni chimici sono rimasti. Non si sa bene perché, visto che nessuno li usa più. E vengono puliti quattro volte al giorno". Sono strani, i prezzi del terremoto. Un gabinetto chimico Sebach costa infatti come un'auto a noleggio.
"All'inizio, con un appalto europeo - spiega Angelo Borrelli, direttore dell'ufficio amministrazione della Protezione civile - ne avevamo fatti arrivare 4.000, poi il numero si è fortemente ridotto. Il noleggio costa 19,50 euro al giorno, con una pulizia. Ma noi, per motivi di igiene, abbiamo chiesto altre tre pulizie quotidiane e ognuna di queste costa 15,50 euro. Con l'Iva, si superano gli 80 euro". Secondo lo stesso dirigente, un pasto servito da una cucina da campo in una tendopoli costa "fra i 4 e i 5 euro". Non serve la calcolatrice per capire che un solo bagno chimico costa in un giorno come il pranzo o la cena di almeno 16 persone, o come la pensione completa per 2 persone in un hotel della riviera abruzzese.
I gabinetti che rendono come slot machine non vogliono proprio scomparire. "Qui in piazza d'Armi abbiamo lasciato questi trentadue bagni chimici accanto alle tende che sono lontane dai blocchi con bagni con acqua. Altrimenti di notte magari c'è chi si arrangia in altro modo". Del resto il terremoto, che è disperazione per tanti, per alcuni diventa business. "Per l'assistenza ai terremotati - dice Angelo Borrelli - continuiamo a spendere 3 milioni al giorno".
Qualche conto è stato fatto, altri se ne faranno nei prossimi giorni. "Per quanto riguarda le cucine da campo, le derrate vengono chieste al Com, il Centro operativo misto che passa poi la fattura al Comune e questi chiede il rimborso al dipartimento della Protezione civile. E' un giro lungo e solo adesso le fatture stanno arrivando nei nostri uffici. I conti sono completi solo per la prima fase dell'emergenza. Dal 6 al 19 aprile - quando non c'erano le cucine da campo, per il catering abbiamo speso 1.062.000 euro, servendo 95 mila colazioni, 110 mila pranzi, 112 mila cene. Per i bagni chimici, nella prima fase, abbiamo speso 21 milioni di euro. Due milioni per 6.000 condizionatori da mettere nelle tende".
Altre spese sono in arrivo. Per le 27 scuole con struttura in acciaio c'è una gara in corso, con una spesa prevista di 57.918.000 euro. La maggior parte degli sfollati è in hotel, e per loro dal 6 aprile al 30 giugno sono stati spesi 50 milioni di euro. Non sono stati facili, questi mesi di vacanza forzata. "Un conto - dice Lorenzo Alessandrini, il funzionario della Protezione incaricato di seguire gli sfollati in hotel - è gestire per 15 giorni delle persone felicemente in vacanza, altro conto è invece ospitare per mesi persone toccate dalla disgrazia".
C'è chi non si è accontentato dei soldi garantiti dallo Stato. C'è chi ha servito cibi scaduti, chi ha fatto pagare l'aria condizionata... Non facile è stata ed è la convivenza fra i "signori dell'Aquila" e gli altri clienti. All'hotel Bellavista di Roseto, ad esempio, i terremotati fanno colazione in una sala "riservata". "Si trovano meglio così, fanno gruppo", spiegano in direzione. Fino al 16 maggio si presentavano con 1 euro in mano nella sala dei clienti "normali" per avere un caffè espresso non servito nella loro sala. "Nella nuova convenzione - dice Lorenzo Alessandrini - abbiamo scritto che il caffè espresso è compreso. Le sale isolate sono state messe da quegli albergatori che non sono stati capaci di gestire la convivenza".
Su 200 chilometri di costa ci sono oggi 18.000 persone in hotel, villaggi turistici, bed&breakfast e 10.000 in appartamenti. Il costo medio - pagato dalla Protezione ogni 15 giorni - è di 40 euro al giorno. Ma in un tre stelle si arriva a 55 euro, il 10% in più nei dodici 4 stelle convenzionati. "Il mio giudizio sugli albergatori abruzzesi - dice l'uomo della Protezione - è comunque positivo. I problemi più seri sono arrivati a metà maggio, quando sono cominciati i primi ponti e gli hotel chiedevano di "liberare le stanze" e anche in fretta. Poi quasi tutti hanno capito che non era il caso di rifiutare questa azione di solidarietà, del resto ben remunerata. Per evitare equivoci - come quello del caffè espresso - abbiamo scritto tutto".
Per la prima colazione si ha diritto a fette biscottate, pane, dolci (croissant, crostate, biscotti...) marmellate, latte, caffè, succhi. Per pranzo e cena un primo e un secondo piatto a scelta fra due proposte, un contorno, frutta o dolce, mezza minerale, un quarto di vino della casa, caffè. Si precisa - in molti casi è necessario - che debbono essere garantiti "decoro, cortesia ed educazione del personale".
Gli aiuti spontanei sono finiti ormai da tempo. Ma da molto lontano arriva ciò che è stato spedito due e tre mesi fa. Come l'"ospedale da campo" mandato da un americano a Paganica. "Parte del grande tendone - spiega la capo campo Barbara Toccaceli - è diventato un'osteria, rinfrescata da potenti condizionatori". In una saletta ci sono alcuni lettini per chi è colpito da colpi di calore, nella sala più grande i tavoli per una briscola a una temperatura degna della cima del Gran Sasso. Accanto alla porta resta la scritta: "Ospedale". Che serve soprattutto ad evitare, causa il caldo, il ricovero in un vero ospedale.


Abbiamo raccolto il racconto di un'operatrice di Medici senza frontiere che lavora nella provincia del Congo martoriata dai combattimenti
Nord Kivu, tragedia dimenticata fra violenze e affari d'oro
da La Repubblica di CARLO CIAVONI

Nord Kivu, tragedia dimenticata fra violenze e affari d'oro
PIU' che altro sembra un crudele castigo divino quello che è toccato in sorte ai circa due milioni di sfollati nel Nord Kivu, una delle undici province della Repubblica Democratica del Congo, al confine con il Ruanda e l'Uganda, ai piedi del gigantesco vulcano Nyiragongo, capace - come ha già fatto nel 2002 - di uccidere e distruggere (anche lui) persone e cose nell'area di Goma, capitale dell'area. Continua infatti, nel silenzio e nell'indifferenza del mondo intero, l'esodo non più di massa, ma costante, dalle zone dei combattimenti tra l'esercito congolese e i ribelli del CNDP (Congrès national pour la défense du peuple).
Si scappa, nonostante le fragilissime tregue annunciate e i poco credibili tentativi di pace, per fuggire nelle foreste o verso Goma. A fuggire è poi la gente che sta meglio. Chi non ha né mezzi né soldi, non sa dove andare, e continua a popolare quei luoghi infami e desolati che sono i campi profughi di Kibati, Muganga I° e Muganga II°, Buhimba e Bulengo, tutti nell'area di Goma.
Ci sarebbe da raccontare un paio di milioni di storie umane agghiaccianti, se solo il sistema dei media occidentali fosse minimamente più attento, denunciano da tempo Medici Senza Frontiere. Se cioè - come dimostrato da un rapporto di MSF - si smettesse, come Rai e Mediaset hanno scelto di fare nel 2008, di destinare - ad esempio - ben 33 servizi giornalistici alle vacanze di Briatore e la Gregoraci, o addirittura 208 notizie alla villegiatura della coppia Bruni-Sarkozy e solo una decina, in tutto, al conflitto nel Nord Kivu, al colera che ha devastato lo Zimbawe, o alla siccità endemica che provoca una autentica decimazione in Etiopia.
Dai team di MSF sparsi in tutto il mondo, arrivano ogni tanto testimonianze dirette di operatori - medici, infermieri, logisti - che raccontano frammenti di vita quotidiana, vissuti a diretto contatto con le persone coinvolte nelle varie situazioni di crisi. Ecco quanto ci ha scritto Fiona Bass, un'infermiera belga che ha lavorato a Masisi, una città nel cuore del conflitto nel Nord Kivu, dove MSF gestisce un ospedale con 170 posti letto dotato di un centro di salute, oltre che un'attività di cliniche mobili nelle zone più remote della regione.
Il racconto.
Nessuno può portarle via la sua dignità è il titolo che Fiona ha voluto dare alla sua storia, che comincia così:
"Sono venuti per il denaro. Uno dei molti vantaggi che offre una pistola a un giovane in Nord Kivu è quello del tempo; tempo per gironzolare, tempo per fare domande, tempo per osservare. Una banda di uomini armati affiliati a un gruppo, mentre gironzolava per la periferia del villaggio di Mugunga I°, ha sentito dire che una famiglia, per fame, aveva venduto una mucca.
Hanno guardato, ispezionato, complottato. Poi, il venerdì sera hanno attaccato. Hanno picchiato il padre, hanno urlato ai ragazzi di andare via, lontano da lì. Hanno chiesto alla madre quale delle figlie fosse la migliore. Hanno rubato i soldi, una fortuna, e tutto ciò che la famiglia aveva. Poi hanno infierito su una delle figlie, ad alta voce, in modo che tutto il villaggio potesse sentire.
La domanda era retorica, mentre la violentavano a turno, urlavano: "Ti hanno vista tutti, ora nessuno più ti vorrà". Mentre se ne andavano sparavano colpi in aria, il padre piangeva e la bambina si puliva dal sangue. Nessuno era lì per aiutarli. Il giorno dopo la bambina era andata a lavorare nei campi con un'amica. Era dolorante ma non voleva stare a casa. Mentre si trovavano sulla strada di casa, il gruppo di uomini era appostato per minacciarla: "Ci auguriamo che non parli, sorella", dissero, "non vogliamo bruciare la vostra casa. Non vogliamo uccidere tua madre. Abbiamo picchiato abbastanza tuo padre per tenerlo tranquillo?". Sulla strada del ritorno la ragazza ha preso la sua decisione.
L'abbiamo trovata sola in una chiesa, la nostra clinica mobile va due volte a settimana nel villaggio vicino, equipaggiata di tutte le medicine, i vaccini e i trattamenti per donne e bambini vittime di violenza. Eravamo preparati, abbiamo imparato ad esserlo. Ha incaricato la madre di venire a trovarla quella mattina perché voleva sapere se avessimo accettato la sua richiesta.
Una volta presa la decisione, aveva lasciato la sua casa e si era accampata in una chiesa per due notti, da sola, senza acqua e senza cibo. Gli abitanti del villaggio le chiedevano se avesse bisogno di qualcosa. Da dietro la porta aveva risposto di no, solo che voleva rimanere sola. Le abbiamo dato dei medicinali per ridurre il rischio di contagio dell'HIV, degli antidolorifici, l'abbiamo vaccinata. E la abbiamo ascoltata.
Ha parlato per ore, piangendo lacrime silenziose, piegando le mani in grembo, con tono fermo e tranquillo. Abbiamo accettato la sua richiesta di venire a Masisi e soggiornare nel nostro centro, il "Welcome Village" per donne vittime di violenza, per un periodo sufficiente a convincere gli uomini armati che era stata abbandonata e che quindi era inutile minacciare la sua famiglia. Parlando e cercando aiuto li avrebbe convinti del suo silenzio, riconquistando il suo controllo e la sua dignità, ha detto. Non le avrebbero fatto più male di quanto avessero già fatto. Nonostante i loro sforzi per intimidirla, manipolarla e umiliarla, ha mostrato una forza di spirito che rivela che nessuno poteva toglierle la sua dignità.
A mio avviso lei è l'esempio per cui dobbiamo parlare di stupro, perché è il nostro carattere che dovrebbe definirci, non ciò che ci è stato fatto, questo è il coraggio, come lei, che tiene unita la comunità che gli stupratori avevano tentato di terrorizzare e distruggere. Non sono ingenua e mi rendo conto dell'impatto di una violenza come questa, che potrebbe distruggerla. Ci penserà ogni giorno della sua vita. Ma se noi condividiamo queste storie e cerchiamo di capire le conseguenze di uno stupro in una zona di guerra, che fa a pezzi una comunità, famiglia per famiglia, saremo in grado di dotare le comunità degli strumenti per ricostruirsi, nella consapevolezza che non sono soli nella loro tragiche esperienze. Questa è la realtà quotidiana di un conflitto deformato. Le vittime hanno bisogno di non essere sole, di non vergognarsi, di non annullarsi".
Il conflitto.
Ricca di minerali, la provincia del Kivu ha subito una terribile scossa destabilizzatrice dopo il genoicidio del Ruanda. Per circa cento giorni - dall'aprile alla metà di luglio del 1994 - furono massacrate fra 800 mila e un milione 100 mila persone. Le vittime furono nella maggior parte di etnia Tutsi (Watussi), una minoranza rispetto agli Hutu, gruppo etnico maggioritario a cui facevano capo i due gruppi paramilitari responsabili dell'eccidio: Interahamwe e Impuzamugambi. I massacri non risparmiarono, tuttavia, anche una larga parte di Hutu moderati.
Oggi l'area è ancora infestata di gruppi armati che si finanziano sfruttando senza alcun limite tutte le immense risorse che vengono così spedite direttamente in Ruanda, per poi arrivare finalmente nelle mani delle multinazionali, che manovrano queste ribellioni, finanziandole, per mantenere costantemente instabile l'intera area. Si assiste così a una nuova divisione dei diversi movimenti ribelli, sorti ad arte per camuffare quello che gli analisti considerano il vero progetto: la conquista della provincia del Kivu da dei cosiddetti "tre satelliti" a pieno servizio degli interessi dell'Occidente, cioè Ruanda, Burundi e Uganda.
Un bel pezzo di Congo, dunque, una gigantesca cassaforte, soprattutto inzeppata del prezioso Coltan, una sorta di sabbia nera radioattiva da cui viene estratto il Tantalio, un metallo raro, resistente alla corrosione, usato per la costruzione di turbine aeronautiche, condensatori elettrici, per aumentare la potenza degli apparecchi riducendo il consumo di energia, per la produzione missilistica e nucleare e per il settore aereospaziale. E di decisiva importanza per i produttori di telefonia mobile. Senza contare il suo ruolo per la costruzione di materiali chirurgici.
Eccolo dunque il motivo vero di questo conflitto, noto ormai a tutti i congolesi, e commentato con ipocrisia dalla comunità internazionale che parla di "integrità territoriale" del Congo e "sovranità", mentre sostiene il Ruanda e continua a sostenerlo, dovendo accontentare i potenti blocchi di potere economico multinazionale dei rispettivi paesi, infischiadosene del lento sterminio di migliaia e migliaia di persone.


Cassintegrati regalano la vincita del Superenalotto a un bimbo malato
da Il Messaggero
 
BRESCIA (1 agosto) - Non servono i milioni per dare un segnale importante di solidarietà. Nei giorni in cui al Superenalotto s'insegue la vincita da sogno, a Brescia c'è chi ha deciso che anche una somma lontana dai milioni del jackpot può essere utilizzata bene. Sono i lavoratori cassintegrati della Ideal Standard, stabilimento a rischio di chiusura, che oggi hanno donato la vincita di 2.200 euro realizzata due giorni fa.
Il denaro è stato consegnato ai genitori di Francesco Martinelli, un bambino di due anni e mezzo affetto da un malattia che gli impedisce di vedere e sentire. Il padre, che si è detto «commosso» gestiva un bar, ma l'ha venduto per curare il figlio, ha lavorato come agente di commercio e attualmente è disoccupato.


L'annuncio di Grillo: «In autunno nasce il Movimento di Liberazione Nazionale»
«Liste a Cinque stelle per le elezioni regionali 2010»
da Il Messaggero

ROMA (1 agosto) - Beppe Grillo, con il "Comunicato politico numero 24", ha annunciato sul suo blog la nascita del Movimento di Liberazione Nazionale. «Dopo l'estate lancerò le Liste regionali a Cinque Stelle per le elezioni del 2010. In autunno nascerà un nuovo Movimento di Liberazione Nazionale, un soggetto politico a Cinque Stelle espressione dei cittadini. Un esempio di democrazia diretta. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure».
L'intervento diretto è necessario, secondo Grillo, perché «l'assalto alla diligenza Italia è in corso. Tutti vogliono la loro parte di bottino. Partiti, lobby, criminalità organizzata, interessi locali, gruppi stranieri. Gli unici esclusi sono i cittadini, coloro che si ostinano a chiamarsi italiani e a pagare le tasse. La democrazia è diventato un semplice esercizio di potere. L'economia nazionale una crescita del debito a carico nostro e delle future generazioni. I partiti hanno il potere del debito e lo usano contro di noi. Creano capitoli di spesa per motivi elettorali, di conservazione della loro influenza, come per la Sicilia a cui hanno assegnato quattro miliardi di euro».
Secondo Grillo, «ci aspetta un Autunno Flambè. Le aziende, terminata la cassa integrazione, saranno costrette a licenziare, o a chiudere. Otto milioni di italiani sono poveri. Poveri, ascoltate il suono della parola: Po-ve-ri. Una parola dell'Ottocento, Charles Dickens e le navi di emigranti verso le Americhe. A 150 anni dall'Unità d'Italia ci sono otto milioni di poveri. Questa Italia è fallita». E ancora: «Quando i soldi finiranno, o meglio, quando saranno costretti a annunciare che i soldi sono finiti, allora inizierà il ballo. Nessuno può dire che tipo di ballo sarà. Secessionista, peronista, federalista. pre unitario, fascista. Una danza a cui dobbiamo partecipare, non assistere». L'annuncio arriva nove giorni dopo la rinuncia di Grillo alla contestata autocandidatura alla segreteria del Pd.


Istat, i poveri in Italia sono 8 milioni: al Sud 610mila famiglie in grave difficoltà
Nel 2008 5 italiani su 100 possono essere considerati poveri tra i poveri. Più colpiti i nuclei di 4: con due figli piccoli
da Il Messaggero

ROMA (30 luglio) - Sono 8 milioni 78mila le persone povere in Italia, il 13,6% dell'intera popolazione. Le famiglie che si trovano in condizioni di povertà relativa sono stimate nel 2008 in 2 milioni e 737mila (11,3%). Il fenomeno è maggiormente diffuso al sud (23,8%), dove l'incidenza di povertà relativa è quasi cinque volte superiore a quella del resto del Paese. È quanto emerge dal rapporto Istat sulla povertà relativa nel 2008 presentato oggi a Roma.
Dall'Istat emerge che nel 2008 in Italia 1.126.000 famiglie è risultato in condizioni di povertà assoluta, per un totale di 2.893.000 persone, pari al 4,9 per cento dell'intera popolazione. Quasi 5 italiani su 100 possono essere considerati «i poveri tra i poveri» dal momento che non possono conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
Più colpito il sud. Dal 2007 al 2008 l'incidenza di povertà assoluta è rimasta sostanzialmente stabile a livello nazionale, ma è significativamente aumentata nel Mezzogiorno, passando dal 5,8% al 7,9%.
Emilia Romagna più ricca, Sicilia più povera. È l'Emilia Romagna la regione con la più bassa incidenza di povertà relativa (3,9%) in Italia, seguita da Lombardia (4,4%) e Veneto (4,5%). È quanto emerge dal rapporto sulla povertà presentato oggi dall'Istat. La situazione più grave la si registra invece per le famiglie residenti in Sicilia e in Basilicata, dove i poveri sono il 28,8% dei residenti. Per quanto riguarda l'intero Mezzogiorno l'incidenza complessiva di povertà è del 23,8%. Rispetto al 2007, il Molise ha registrato una netta discesa, passando da un'incidenza di povertà relativa del 13,6% a una del 24,4%. Anche Abruzzo, Campania e Calabria sono peggiorate. Le regioni che, invece, hanno registrato un miglioramento rispetto al 2007 sono la Puglia e la Sardegna.
Famiglie di 4 persone con minori. La condizione di povertà assoluta peggiora tra le famiglie di quattro componenti, in particolare coppie con due figli, soprattutto se minori; tra le famiglie con a capo una persona con licenza media inferiore, con meno di 45 anni o con a capo un lavoratore autonomo. L'incidenza aumenta anche tra le famiglie con almeno un componente alla ricerca di occupazione, mentre un leggero miglioramento si osserva solo tra le famiglie dove si associa la presenza di componenti occupati e di ritirati dal lavoro.
Coldiretti: il 40% delle persone limita acquisto cibo. Nel 2008 la quota di famiglie che ha dichiarato di essersi limitata nell'acquisto di alimenti rispetto all'anno precedente è sempre superiore al 40% e, in particolare, si attesta al 43,4% per il pane, al 49,2% per la pasta, al 55,7 per cento per la carne, al 58 per cento per il pesce e al 53,7% per frutta e verdura. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui consumi delle famiglie nel 2008 in occasione della divulgazione sui dati relativi alla povertà. La spesa per generi alimentari e bevande nel 2008 è stata in media la seconda dopo l'abitazione e si è attestata - sottolinea la Coldiretti - su 475 euro, circa 9 euro in più rispetto ai 466 euro registrati nel 2007 per effetto di una dinamica inflazionistica che per il cibo è stata del 5,4%, più del doppio rispetto alla media nonostante il contenimento dei prezzi che si è verificato alla produzione agricola. L'effetto dei rincari si è sentito - precisa la Coldiretti - soprattutto nei confronti dei soggetti che destinano una quota elevata del proprio reddito all'alimentazione come i pensionati in coppia (21,9% della spesa) o soli (21,6%) e le famiglie numerose con più di tre figli (21,1%).
D'Antoni: governo immobile. Sergio D'Antoni, responsabile Mezzogiorno del Pd, sostiene che i dati dell'Istat sulla povertà, soprattutto nel sud, «mettono in evidenza l'immobilismo del governo quanto a politiche sociali e di sviluppo nelle aree deboli». Per D'Antoni, il governo «in più di un anno non ha mosso un dito per venire incontro ai bisogni dei ceti sociali più vulnerabili». «Al contrario - lamenta l'esponente democratico - la destra ha sistematicamente penalizzato i più deboli e ha detto no a una mozione del Partito democratico che avrebbe impegnato il governo ad aiutare gli indigenti stanziando 500 milioni a loro favore».
Turco: necessario reddito solidarietà. Livia Turco, capogruppo del Pd nella commissione affari sociali della Camera, torna ad avanzare la proposta del «reddito di solidarietà attiva» come risposta all'emergenza povertà denunciata dall'Istat. I dati resi noti oggi «confermano - per l'esponente del Pd - che non è più rinviabile una riforma del welfare per introdurre anche in Italia il reddito di solidarietà attiva». Il nostro, argomenta la parlamentare, «è l'unico paese, insieme a Grecia e Ungheria, che non ha questo importante strumento di aiuto per chi versa in condizioni di povertà estrema».
Cisl: basta spot. «Gli interventi spot non bastano a risolvere il problema del divario nord-sud». È quanto sostiene il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini. «Occorre un nuovo progetto di sviluppo ed una riforma selettiva di tutti gli strumenti di spesa per il Sud , se vogliamo davvero correggere gli errori compiuti in questi anni attraverso l'assunzione di nuove responsabilità da parte di Governo, regioni e parti sociali. Di fronte agli effetti sempre più pesanti della crisi nel Sud, ribaditi oggi dall'allarme dell'Istat sulla crescita esponenziale della povertà che coinvolge ormai quasi l'8% della popolazione meridionale, le prime ipotesi di intervento del Governo a favore del Mezzogiorno appaiono molto incerte. Lo sblocco dei Fas per la Sicilia- continua Santini- palesemente finalizzato ad arginare le fibrillazioni politiche tra i diversi esponenti della coalizione governativa, può assumere un valore positivo se correlato alla esplicita ri-destinazione della spesa passando da quella corrente a quella per investimenti e se, alle stesse condizioni, ad essa seguirà lo sblocco dei Fas anche per le altre regioni. Chiediamo pertanto al Governo - conclude Santini - di costruire questo nuovo piano per il Sud, ristabilendo un rapporto positivo con le Regioni, aprendo subito dopo la pausa estiva un tavolo di concertazione sulla questione meridionale con le parti sociali, che come la Cisl ,da tempo sottolineano l'urgenza di uscire dall'immobilismo».
Federconsumatori: non serve carta acquisti. I dati diffusi oggi dall'Istat relativamente alla povertà nel nostro Paese «sono drammatici». È quanto afferma Federconsumatori, che evidenzia «un'attenzione particolare da parte del ministro Sacconi, che intende bloccare questa crisi sviluppando la strada della carta acquisti» e ricorda che «finora, provvedimenti come questi, non hanno affatto dato i risultati sperati». D'altronde, si osserva, «come si potrebbe pensare di rilanciare il potere di acquisto delle famiglie con misure che, tra social card e Bonus famiglia, hanno messo in campo la risibile ed ininfluente cifra di circa 850 mln? È come una goccia nel mare».
Borghesi: il peggio deve ancora venire. Antonio Borghesi, vice capogruppo dell'Italia dei valori alla Camera, sottolinea che «i dati dell'Istat illustrano una situazione altamente drammatica», ma ritiene anche «vista la politica messa in atto dal governo, il peggio debba ancora arrivare», perchè in autunno, prevede Borghesi, «avremo dati ancora più allarmanti». «Da Berlusconi continuano ad arrivare parole ottimistiche, ma la realtà - secondo Borghesi - è che servirebbe un intervento immediato che, di fatto, non è stato concepito». Borghesi conclude quindi sostenendo che «la politica economica di questo governo ha portato il paese ad un presente peggiore del passato, e non possiamo che aspettarci un futuro peggiore del presente».


Pillola abortiva, ill Vaticano critica il governo: "Non tutti si sono impegnati"
da L'Unità

Il via libera, atteso da anni, alla pillola abortiva Ru486 è arrivato da 48 ore e la polemica non si placa. Partito il pressing per indurre l'Agenzia del farmaco ad adottare almeno norme restrittive rispetto all'uso, il Vaticano incalza soprattutto il governo, accusandolo di non aver fatto tutto il possibile per scongiurare quesdto esito. L'Avvenire bacchetta l'esecutivo: "non tutti si sono impegnati a dovere", dice un editoriale.
Duro anche l'Osservatore Romano, che avverte i medici in un articolo di prima pagina intitolato "Un vero e proprio aborto apparentemente facile". "Si tratta dunque di un vero e proprio aborto che giustifica un controllo medico estremamente rigido".
Il ricorso alla pillola appena liberalizzata dall'Agenzia italiana del farmaco "appare così come una sorta di contraccezione tardiva e non come un vero e proprio aborto. Una donna che esiterebbe ad abortire può essere tentata di ricorrervi grazie alla sua apparente facilità di impiego", scrive il professore emerito di medicina interna all'Università di Paris Descartes, presidente d'onore del comitato consultivo francese di etica. "Personalmente non sono un militante contro la Ru486. Credo semplicemente che si tratti di un procedimento abortivo più complesso di quanto sembri. La sua apparente facilità di impiego rischia di far dimenticare che l'aborto rimane una decisione grave non priva di rischi. La Ru486 trasferisce alla sola responsabilità apparente della donna una decisione che spesso i medici non desiderano prendere".
Il presidente del presidente della Pontificia accademia per la vita Monsignor Sgreccia aveva minacciato subito la scomunica: "Automatica per chi la usa e per chi la somministra", tuona il prelato, che intanto invoca "un intervento da parte del governo e dei ministri competenti". La pillola abortiva non "è un farmaco, ma un veleno letale" - sostiene - e assumerla è un "delitto e peccato in senso morale e giuridico" e quindi comporta la scomunica latae sententiae, ovvero automatica"cladestinità legalizzata" degli aborti.
Il ministro del Welfare Sacconi è in campo. Di fronte al via libera alla pillola abortiva, scrive all'agenzia per il farmaco che l'ha deciso perché provveda al più presto a definire una serie di norme che ne restringano l'uso. E, in caso di norme non sufficientemente severe a suo giudizio, prepara un provvedimento di applicazione della 194 che preveda il ricorso a test piscologici per escludere dall'uso della pillola abortiva possibili categorie da considerare eventualmente "a rischio".
"Prendo atto dell'autonoma decisione dell'Aifa di considerare sussistenti i requisiti tecnici per l'impiego della RU486", dice il ministro. Ma il ministero del welfare ha «il dovere di vigilare affinchè l'uso del farmaco di cui si è appena autorizzata l'immissione in commercio non comporti il minimo rischio di indebolimento delle garanzie e dei presidi previsti dalla legge 194 a tutela della salute della donna, anche nell'ambito fondamentale della prevenzione dell'interruzione volontaria di gravidanza», spiega in una lettera inviata oggi al presidente e al direttore generale dell'Aifa.
E lo incalza perché l'uso della Ru486 sia vincolato alla degenza ospedaliera. Secondo il ministro non ci deve essere differenza tra pillola abortiva ed aborto chirurgico. «L'Aifa - scrive il ministro - dovrà tenere conto, in particolare, dei pareri del Consiglio superiore di Sanità in merito alla sicurezza del metodo chimico, che è pari a quella del metodo chirurgico solo se l'intera procedura si svolge all'interno della struttura sanitaria». La stessa decisione del Consiglio di amministrazione - a suo avviso - «appare esprimere la unanime consapevolezza in esso della necessità di rimuovere i pericoli impliciti in un metodo che potrebbe determinare minore attenzione ai profili etici, sociali e sanitari e che rischia di ricondurre l'aborto in un ambito di solitudine privata».
Il punto su cui fa leva sarà la normativa che dovrà regolare l'uso della pillola. L'Aifa - sottolinea Sacconi - ha infatti "ritenuto di condizionare la somministrazione della pillola abortiva ad una serie di regole che dovranno essere definite in sede tecnica dalla stessa Agenzia, sulla base della rigorosa coerenza con la legge 194/78". E su quelle regole ora si sposta la battaglia. "L'Aifa - scrive, infatti, Sacconi - saprà indicare nel dettaglio le modalità con cui garantire il pieno rispetto della legge 194, la quale impone il ricovero in una struttura sanitaria 'dal momento dell'assunzione del farmaco fino alla certezza dell'avvenuta interruzione della gravidanza', come ricordato dallo stesso comunicato del Consiglio di amministrazione dell'Agenzia".
In esso, sottolinea il ministro, «si ribadisce anche che la legge prevede 'una stretta sorveglianza, da parte del personale sanitario cui è demandata la corretta informazione sul trattamento, sui farmaci da associare e sui possibili rischi, nonchè l'attento monitoraggio del percorso abortivo onde ridurre al minimo le reazioni avverse".
Che la strada sarebbe stata in salita era chiaro. Una lunga e faticosa riunione ha preceduto il via libera da parte dell'Aifa. Il CdA dell’Agenzia del farmaco si è riunito intorno alle 17 di ieri: all’ordine del giorno l’autorizzazione alla pillola abortiva. Il via libera è arrivato solo dopo le 23, a maggioranza.
Eppure l’Ru486 ha compiuto 21 anni, è commercializzato in Francia dal 1988, in Gran Bretagna dal 1991, nel resto d’Europa dal 2000. Riconosciuto dall’Oms dal 2003.
E c’è una legge dello Stato italiano che autorizza l’interruzione volontaria di gravidanza. Una buona legge la cui applicazione, nell’arco di oltre trent’anni, registra ogni anno la diminuzione degli aborti. Anche se oggi deve fronteggiare il dramma delle donne immigrate che abortiscono in percentuale molto più alta delle italiane.
La procedura tecnica affidata all’Aifa, l’agenzia per il farmaco era, sulla carta, molto semplice, poiché si basa sul criterio del mutuo riconoscimento che vige nei paesi Ue. Invece è stata di una lentezza esasperante, visto che la la domanda di autorizzazione da parte della casa produttrice francese, la Exalgyn, risale al 2007, anno in cui il farmaco è stato autorizzato dall’agenzia europea.
Eppure la legge 194 prevede «l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza». È sulla base di questo, spiega l’assessore alla sanità della Toscana Enrico Rossi, che abbiamo potuto «rompere l’embargo e reggere anche ai ricorsi che sono stati presentati». In Toscana, in Emilia Romagna, in Puglia, nelle Marche, nel Trentino. «Il medico fa una richiesta motivata a nome della donna e la Ru486 viene importata».
Ma, racconta la ginecologa romana Elisabetta Canitano, «è tutto molto complicato, la richiesta è nominativa e individuale, poi devi attendere che il farmaco arrivi, infine il medico deve andare a sdoganarlo». Ci vuole una settimana per ricevere la confezione dalla Francia. E la pillola abortiva può essere utilizzata solo entro 49 giorni mentre per l’intervento chirurgico la legge italiana prevede tre mesi.
Le obiezioni alla pillola abortiva, per lo più provenienti dal mondo cattolico e argomentate da Assuntina Morresi e Eugenia Roccella in un libro del 2006, sono tre: c’è un maggior rischio per la donna, perché si sono registrate 29 morti nel mondo dall’anno di commercializzazione, nel 1988. Ma «Tutti i farmaci sono pericolosi - sostiene Massimo Srebot - la pillola abortiva non lo è più di altri». E il ginecologo torinese Silvio Viale: «A parte il fatto che il movimento per la vita ha fatto salire queste morti da 7 a 16 e ora a 29 non si sa su quale base, negli Stati Uniti nel 2003 sono state segnalate 59 morti per l’aspirina».
L’altra obiezione è quella dell’«aborto fai da te». Ma in Italia, in base alla 194, i due farmaci, il mifegyne il primo giorno e la prostaglandina il terzo, vengono somministrati nelle strutture ospedaliere. C’è poi il controllo dell’avvenuto aborto. Se il processo non è avvenuto o non è completo, la donna si dovrà sottoporre a un raschiamento. È la terza obiezione: «la Ru486 non evita, in molti casi, l’intervento chirurgico», dice Paola Binetti. Ma fra il 2005 e il 2008 nell’ospedale di Pontedera diretto da Srebot «La pillola è stata usata in 250 casi su 600 aborti l’anno e solo nel 4 % di questi si è dovuto ricorrere ad un intervento successivo».
«È un farmaco molto sicuro se usato correttamente», difende il professor Emilie-Etienne Baulieu, 82 anni, che lo inventò nel 1982. «Le morti negli Stati Uniti - spiega - sono state causate dall’intento di risparmiare della ditta produttrice che prescriveva una anziché tre dosi di Ru486 e inseriva in vagina, aumentando il rischio di infezioni, anziché dare per bocca le prostaglandine».
Baulieu contesta anche che con la pillola l’aborto sia per la donna più facile. «La donna - dice - in questo caso è pienamente cosciente mentre con l’intervento chirurgico è anestetizzata e si affida ad altri».


Vogliono colpire i diritti delle donne
da L'Unità di Emma Bonino

E se si fosse trattato di un farmaco innovativo per la cura della prostata anziché della RU486, avremmo avuto tutto questo fuoco di sbarramento? Credo proprio di no. Ma quando si tratta della donna, allora predomina ancora una cultura che impone per noi dolore e sofferenza fisica. Come nel caso dell'aborto, nonostante la legge 194 già prevedesse per gli enti ospedalieri di tener conto del progresso tecnologico e delle nuove tecniche meno intrusive e violente.
L'Italia è davvero un paese bizzarro. La politica entra in settori che non dovrebbero riguardarla. Ed infatti questo farmaco è stato vietato in Italia proprio per veti della politica di stampo più clericale, quella che si arroga il diritto per esempio di stabilire se si possono e devono impiantare 3 o 5 ovociti, se idratazione e alimentazione forzata siano un intervento sanitario o meno... In questo caso, per condizionare l'Agenzia del farmaco si è risorti pure ad una discutibile contabilità dei morti, la cui "presunta connessione" con la RU486 sembra valere solo in Italia. In nessun altro paese questo ha rappresentato un ostacolo alla registrazione del farmaco e il dossier completo è noto da tempo.
Insomma invece di limitarsi a stabilire il quadro normativo, la politica entra nel merito delle cure o delle terapie, normalmente nel tentativo di svuotarne i contenuti e comunque di limitare la libertà di scelta delle persone e delle donne in particolare.
Il risultato di tante interferenze politiche, e non, è che il via libera alla RU486 arriva in Italia con venti anni di ritardo rispetto a Francia, Svezia e Regno Unito, con dieci rispetto agli Usa. L'EMEA, l'Agenzia europea del farmaco, ha approvato già nel 2007 la nuova scheda tecnica della RU486: a questo punto la decisione dell'Aifa è al limite un atto dovuto.
Se si vuole ridurre davvero il ricorso all'aborto allora la strada maestra è quella di promuovere la contraccezione e i metodi per la procreazione responsabile, realizzando specifiche campagne informative e pubblicitarie.
Certo, se poi c'è chi si oppone anche a questo, compresa la pillola del giorno dopo, allora la strada diventa tutta in salita.
Insomma ogni giorno peggio, scomunica compresa. Bisogna quindi reagire riprendendo con forza le battaglie laiche (e per questo profondamente religiose) per la libertà di scelta delle persone compresa quella di cura e di terapia. A partire dall'imminente passaggio alla Camera dell' incredibile testo "etico" varato dal Senato. O si appresta il PD a ripetere le contorsioni già viste in base all' "opinione prevalente" delegando ai radicali un'appassionata e netta battaglia parlamentare?
Dalla rete di Articolo 21