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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Il momento del coraggio
Il momento del coraggio

In un periodo così complicato, in cui è difficile decifrare il futuro sia per chi è impegnato attivamente in politica sia per i milioni di cittadini che ne subiscono le decisioni, l’Italia ha più che mai bisogno di un’opposizione forte e autorevole.
Non me ne vogliano gli altri partiti (ed in particolare l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro), ma quando parlo di opposizione mi riferisco soprattutto al Partito Democratico, da molti considerato il grande assente nel panorama politico italiano.
Cosa farà da grande questo progetto riformista, costituitosi ufficialmente con le Primarie del 14 ottobre 2007 sulla base dell’esperienza riformista rappresentata dall’Ulivo? Quali sono gli orizzonti per una formazione che, pur essendo in crisi d’identità, raccoglie comunque oltre il venticinque per cento dei consensi, attestandosi come il secondo partito dietro il Popolo della Libertà?
Il problema è che siamo in troppi a porci queste domande, senza renderci conto che la gente, in un’epoca di crisi economica, sociale e valoriale, ha un’urgente necessità di ricevere risposte serie e concrete, visto che di quesiti se ne pone ogni giorno a decine.
Per comprendere meglio le prospettive per il domani (o, per meglio dire, quelle che noi vorremmo fossero le prospettive del PD) del principale partito di centrosinistra, partiamo dalle riflessioni di due esponenti come Furio Colombo e Debora Serracchiani, che spesso in questi mesi sono state due voci fuori dal coro, poco ascoltate all’interno ma molto apprezzate dagli elettori.
In un articolo pubblicato su “l’Antefatto” (“Questo chiedo al PD”), Colombo ha esposto cinque tesi, nelle quali ha affrontato questioni di grande importanza, forse non adatte ad una campagna elettorale poiché difficili da comprendere per una parte dell’elettorato, ma indispensabili per rilanciare l’idea di un’opposizione costruttiva e, al tempo stesso, intransigente con un governo che non sta capendo né affrontando come dovrebbe la delicata situazione in cui versa il Paese.
Il primo punto dell’analisi di Furio Colombo riguarda la Costituzione e le violazioni che essa sta subendo ad opera dell’esecutivo. Infatti, “il Partito Democratico non è e non può essere complice di continue violazioni alla Costituzione e alle leggi dello Stato. Molto prima dell’opposizione politica -normale pratica parlamentare – che contrappone maggioranza e minoranza, ma anche le connette come parte di una istituzione condivisa, c’è il dovere di difendere la Costituzione, le istituzioni, le leggi dello Stato”. Pertanto, “tocca al Partito Democratico farsi responsabile del ritorno alla Costituzione, chiamando in questa campagna tutti i cittadini umiliati e offesi da un arbitrario esercizio di potere senza regole”.
Il secondo punto, invece, si occupa di leggi varate di recente, tra cui quelle sulla sicurezza che, in realtà, non garantiscono alcuna sicurezza ai cittadini. Si tratta, al contrario, di un pacchetto di norme di stampo medioevale (basti pensare alle ronde) che non garantisce alcuna sicurezza e potrebbe dare adito a pericolose faide personali spacciate per controllo del territorio. A tal proposito, Colombo invita il PD a farsi promotore di un’intensa battaglia parlamentare e civile per far comprendere ai cittadini quanto siano ingiusti e pericolosi questi provvedimenti. “Il Partito Democratico” ha affermato “è il partito dei diritti umani e delle garanzie di protezione e di vita per tutti coloro che sono nel territorio italiano. Noi non possiamo accettare che nel nostro Paese liberato nel 1945 e tutelato da una grande e preveggente Carta Costituzionale vi siano persone senza diritti, relegati in un limbo giuridico dal quale risulta quasi impossibile uscire e sul quale è facile esercitare poteri arbitrari”. Dopodiché egli condanna con forza l’introduzione del reato di clandestinità poiché “colpisce in Italia il modo d’essere e non l’aver commesso un reato. Per la prima volta dopo le leggi razziali torna nella Repubblica Italiana una legge che colpisce una persona per quello che è, non per quello che fa. L’identificazione fra clandestino e criminale viola la realtà e permette accuse arbitrarie”.
Il terzo punto è, forse, il più tecnico, ma anche uno dei più significativi, considerando il pesantissimo deficit sanitario che grava sui bilanci di certe regioni. “Il Partito Democratico” deve, quindi, assegnarsi “come compito prioritario la difesa del diritto dei cittadini alla salute, dunque a tutta l’attività e le organizzazioni che tutelano questo diritto. Occorre strappare la macchina sanitaria delle regioni dalla ricorrente crisi finanziaria, dalla corruzione tuttora dilagante, dalla malasanità, dall’assegnazione politica delle responsabilità amministrative e persino degli incarichi sanitari”. Non si può, in effetti, andare avanti senza “un piano sanitario nazionale di organizzazione, in particolare per definire centri di specializzazione, ricerca, eccellenza. E manca, come criterio nazionale di assistenza e sostegno al lavoro delle regioni una adeguata rete di rapporti e scambi internazionali”.
Il quarto punto riguarda un tema sul quale si è molto dibattuto quest’anno, in particolare nei giorni in cui è stato al centro delle cronache il caso della povera Eluana Englaro; e in seguito alla candidatura del professor Ignazio Marino come segretario del PD. Colombo, da sempre sostenitore della laicità dello Stato, ritiene che il Partito Democratico si debba impegnare “a restituire ai cittadini la pienezza dei diritti civili e inerenti alla persona. Nessuno dovrà rendere conto, giustificare o chiedere permessi per tutto ciò che ha a che fare con la disponibilità della propria vita e della propria persona, dalle scelte sessuali a quelle di fine vita. Ciascuno è il titolare e l’autorità di se stesso entro una cornice di norme giuridiche che tutelano ma non interferiscono, proteggono la libertà di ciascuno e non danno ordini sulla vita e sulla morte, non pretendono di fissare graduatorie in base a valori che non sono le leggi dello Stato”.
L’ultimo punto riguarda la difesa del diritto al lavoro, sempre più ignorata e considerata di scarso rilievo perfino dai rappresentanti di alcuni sindacati. Questo disinteresse, questa tacita accondiscendenza alle iniziative del governo, non è ammissibile quando un ministro di nome Renato Brunetta sta discriminando i lavoratori statali con un accanimento ed una ferocia mai visti nemmeno negli anni delle prime lotte sindacali di Di Vittorio. “Il Partito Democratico” richiama giustamente Colombo all’attenzione “difende il lavoro, il diritto al lavoro, il diritto di coloro che lavorano, come valore e fattore fondamentale della democrazia e come difesa del mondo della produzione dai pericolosi rischi delle bolle finanziarie”. E aggiunge: “La frequenza inaccettabile delle morti sul lavoro racconta una storia di incuria e negligenza sia statale che aziendale, proprio a danno di chi offre senza riserve la sua partecipazione e il suo contributo al lavoro come capitale umano, versato al progetto di un futuro sviluppo. Non è ragionevole vivere in un mondo in cui, fra chi lavora, si cercano i “fannulloni”, invece di impegnarsi in ogni modo per impedire le morti e salvare le vittime”.
È proprio da questa chiarezza di intenti e dalla lucidità con la quale sono espressi che dovremmo partire per portare avanti il progetto riformista avviato da Veltroni e, purtroppo, arenatosi negli ultimi mesi.
Il programma esposto da Furio Colombo unisce ideali e concretezze, valori di centrosinistra (una delle componenti che più è mancata all’ultimo governo Prodi) e la cosiddetta “cultura del fare”, ben diversa dalla “cultura dell’apparenza” e dalla demagogia del berlusconismo.
È di questo che dovremmo occuparci in un periodo nel quale l’Italia è costretta a subire le iniziative di un governo, i cui ministri di primo piano (e non solo loro) si dimostrano sempre più inadeguati ad alleviare le sofferenze dei cittadini che, a causa della crisi, perdono il lavoro o non ne trovano nessuno e sono costretti a vivere addirittura sotto la soglia di povertà.
In questo senso, devo dire che il mio pensiero va un po’ controcorrente: a differenza di altri commentatori, a me non sta dispiacendo per nulla il confronto a distanza tra Bersani, Franceschini e Marino in vista del Congresso di ottobre. Tutti e tre stanno presentando le proprie proposte, si stanno confrontando, hanno messo in chiaro di volersi sfidare ma di non voler dar luogo ad una “disfida di Barletta” nella quale ci sono vincitori e vinti perché così gli unici a rimetterci sarebbero gli italiani e, ancor di più, coloro che votano e si fidano del Partito Democratico.
Non è male confrontarsi apertamente in un periodo di crisi, dato che dalla discussione nascono sempre nuove idee e si finisce col trovarsi su posizioni assai meno distanti di quanto non si pensasse su temi preminenti come la bio-etica, il futuro delle imprese, le ricette economiche e finanziarie per uscire dalla crisi, il domani incerto e avventuroso della scuola.
Come spesso mi capita, vista l’età e la breve esperienza di vita, comincio proprio dalla scuola, anche perché è uno degli argomenti che si preferisce sempre lasciare in fondo, dopo essersi rivolti al grande pubblico, senza rendersi conto che nel mondo della scuola lavorano milioni di persone tra studenti, insegnanti, presidi, bidelli e tutti coloro che si sforzano faticosamente di mandare avanti un’istituzione la cui perdita di credibilità, negli ultimi decenni, è stata inarrestabile.
Sarei felice se al Congresso di ottobre, un esponente di spicco del partito salisse sul palco e avesse il coraggio di chiedere scusa ai cittadini per tutti gli errori commessi in questo settore quando siamo stati al governo; se avesse il coraggio di ammettere che al ministero della Pubblica Istruzione, sia nel primo che nel secondo governo Prodi, eccetto Tullio De Mauro, sono state nominate due persone particolarmente valide ma inadatte ad occuparsi di quell’ambito, e che per questo hanno commesso sbagli che poi abbiamo pagato a caro prezzo in termini di voti e di consensi, facendo implicitamente degli assist ai vari governi Berlusconi e alle riforme della Moratti prima e della Gelmini poi.
Se non avremo il coraggio di fare ciò, potremo anche salvaguardare gli equilibri interni, ma i cittadini non saranno più disposti a seguirci poiché ci considereranno presuntuosi ed incapaci di ammettere dove non siamo stati all’altezza delle aspettative di chi si è affidato a noi.
Se non avremo il coraggio di cambiare linguaggio, di avvicinarci alla gente, di occuparci dei suoi problemi invece di discutere dei massimi sistemi senza mai giungere ad una conclusione, continueremo ad apparire una fusione fredda tra due apparati, tra diverse congreghe di potere che si sono unite per rafforzarsi e consolidarsi a vicenda, infischiandosene del bene comune e delle esigenze della Nazione.
Non dobbiamo condannare la candidatura di Grillo in sé, non dobbiamo prendercela con lui per questa semplice provocazione; dobbiamo chiederci come sia potuto succedere, come si sia potuti cadere così in basso da indurre Grillo a lanciare la propria candidatura alla segreteria del Partito. Probabilmente, in questi due anni, il nostro principale errore è stato quello di non porci le domande giuste, un po’ come accade nel mondo dell’informazione, dove a mancare non sono più le risposte (specie quando si parla di politica e, peggio ancora, di scandali e questioni legali scottanti) ma le domande in grado di impedire all’intervistato di sgusciare via come un’anguilla per costringerlo a fornire spiegazioni convincenti se non vuole apparire in malafede agli occhi del pubblico.
Beppe Grillo non è il diavolo; è soltanto un comico particolarmente audace che si infila negli interstizi, nelle profonde fessure che abbiamo lasciato durante la costruzione della nostra cattedrale (per utilizzare un’espressione cara ad Enrico Letta).
Non credo, a dispetto di ciò che pensano e scrivono in molti, che il PD sia un partito morto, un partito che volge alla fine, che ha pochi mesi di vita, che dopo le Regionali sarà spazzato via; tutto ciò avverrà soltanto se non troveremo il coraggio di presentare al Paese soluzioni pratiche e comprensibili per risollevarsi dal baratro in cui questa maggioranza imbottita di “nani e ballerine” l’ha sprofondato.
Venendo al libro di Debora Serracchiani, è bene soffermarsi con attenzione sul titolo dell’opera: “Il coraggio che manca”. Iniziando a leggerlo, ci si rende conto di quante cose manchino ancora a questo partito per radicarsi sia sul territorio (in particolare al Nord) che a livello nazionale.
Le righe che leggerete di seguito rendono l’idea del fossato che si è costituito tra il PD e i propri elettori. Siamo nella fase del Congresso di Firenze che deliberò lo scioglimento dei DS per confluire, insieme alla Margherita, nel Partito Democratico; e la Serracchiani annota: “Torniamo per un momento alla riunione in sezione. La questione era molto sentita; ricordo le lacrime di molti al pensiero di lasciare una strada nota per una ignota; ricordo che alcuni dissero che mai avrebbero accettato di trovarsi nello stesso partito con <<i democristiani>> e che infatti non aderirono mai al PD. Fu una riunione dilaniante nel corso della quale molti avevano l’impressione di perdersi per non ritrovarsi più. L’idea dello scioglimento li terrorizzava. Io ne uscivo con gli stessi ideali di prima, ma con tante emozioni nuove. Ne uscivo soprattutto con l’idea grandiosa di poter partecipare alla <<costituzione>> di un partito, del mio partito, del PD.
Al di fuori del partito, invece, in quella fase l’aspettativa era grande. Tantissima gente bussava alla nostra porta. C’era voglia di capire, di interessarsi a quello che facevamo, di scoprire cosa fossero e come funzionassero le primarie per la scelta del leader del centrosinistra”. Capite cosa è accaduto e cosa accade tuttora? Da una parte si dice di non voler “morire comunisti”, dall’altra di non voler “morire democristiani” e in pochi si accorgono che la gente vorrebbe vederci “nascere democratici” come testimonia la Serracchiani in un altro passo esemplare del suo libro: “Abbiamo affrontato quell’avventura con uno spirito intrepido, un misto di incoscienza, inesperienza e curiosità che hanno reso quei momenti (anche grazie al contributo di tante persone che non facevano parte del partito) molto speciali. In quell’occasione ho veramente intravisto il PD e la sua grande forza. E il risultato è stato impressionante”.
Non dobbiamo mai più essere il partito dei tesserati in cui i “signori delle tessere” rivendicano la propria fetta di torta dopo aver compiuto intrallazzi d’ogni genere. Dobbiamo essere il partito dei cittadini e della gente comune che è venuta a milioni a confermarci la propria stima e la propria fiducia: un partito aperto alle critiche, pronto ad accettarle e a farne tesoro, un partito in cui tutti guardino nella stessa direzione, in cui tutti credano nello stesso progetto senza rinunciare alle proprie idee e alla propria storia politica, un partito nuovo che garantisca all’Italia quelle riforme di cui oggi ha un disperato bisogno.
Quando ci viene voglia di arrenderci e di mollare, certi che non cambierà mai niente, dobbiamo pensare a cos’era il mondo mezzo secolo fa, quando in Italia comunisti, socialisti e democristiani si consideravano acerrimi avversari; quando in America c’era la segregazione razziale e se qualcuno avesse previsto un nero alla Casa Bianca sarebbero scoppiati tutti a ridere; quando Berlino si apprestava a subire l’onta del Muro e della divisione; quando la Spagna e il Portogallo erano costrette a vivere sotto il regime di Franco e Salazar: quando in alcuni paesi africani era ancora presente la piaga del colonialismo.
Pensiamo ad allora e guardiamo a che punto siamo arrivati oggi, con comunisti, socialisti e democristiani riuniti in un’unica forza riformista (il PD, per l’appunto); con un nero alla Casa Bianca; con la Germania unita e locomotiva dell’economia europea; con la Spagna e il Portogallo che sono due splendidi esempi di democrazia; con l’Africa che, sia pur afflitta da mille drammi, ha conosciuto l’emancipazione e, in Sudafrica, la fine dell’Apartheid grazie allo straordinario impegno e al sacrificio di Nelson Mandela.
Pensiamo a tutto questo prima di farci sopraffare dalla tentazione di gettare via questo partito, riflettendo sulla frase che Alexander Hamilton (uno dei padri della Costituzione americana) rivolse, nel 1788, ai coloni immigrati che si accingevano a fondare la nuova Repubblica degli Stati Uniti e che riassume perfettamente lo spirito e l’entusiasmo col quale dobbiamo presentarci al Congresso di ottobre: “C’è qualcosa di unico nel nostro destino. Noi, che veniamo dai quattro angoli del mondo e fino a questo momento non abbiamo niente in comune, d’ora in poi avremo in comune il nostro futuro.questo è il nostro destino eccezionale. Siamo i soli al mondo ad avere questo privilegio”.

P.S. Anche questa rubrica, come immagino la maggior parte dei suoi lettori, va in vacanza. Ci rivediamo ai primi di settembre per continuare a commentare e a riflettere insieme su quello che accade in Italia e nel mondo. Tuttavia, prima di salutarci, sento il dovere di rendere omaggio a due eccezionali giornalisti, scomparsi in questi giorni in circostanze del tutto diverse: Natalia Estemirova, una coraggiosa cronista russa assassinata per il suo coraggio di denunciare e battersi contro ogni forma di sopruso, violenza e vessazione; e Walter Cronkite, storico volto della CBS, giornalista coraggioso e innovativo che ci ha lasciato all’età di novantadue anni dopo una vita trascorsa a raccontare i grandi eventi della storia sempre da testimone, senza mai cercare di calarsi nel ruolo del protagonista.

Roberto Bertoni

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